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Vecchia Europa. Nuovo anno.

Summit Europa RussiaI giorni che precedono la fine dell’anno sono sempre molto intensi per chi cerca di predire il futuro guardando non solo alle dinamiche astrologiche, ma alle possibilità che qualcosa possa cambiare, che aspettative e desideri disattesi possano trovare condizioni favorevoli per mutare corsi politici ed economici che forse non hanno seguito i programmi prescelti e, quindi, senza ottenere i risultati sperati.


La fine e l’inizio si pongono, allora, come intermezzi temporali tra vecchio e nuovo. Una sorta di rapida, necessaria, sovrapposizione tra ieri e l’oggi, tra un passato e un futuro che abbattono il tempo del confronto limitandolo ad un passaggio, ad una transizione estemporanea ma necessaria per chiudere i conti e magari aprirne dei nuovi. Il 2014 certo non è stato un anno facile. Non solo per le questioni economiche, che hanno segnato e continuano a segnare le vecchie società opulente come le nostre, ingessate in un modello di consumo che stenta a produrre e a conquistare mercati, ma anche per la politica internazionale.

L’anno che va ha dimostrato quanto, e come, ormai il limite tra politica estera e politica interna si sia così ridotto da renderci destinatari di scelte fatte sempre di più fuori dalla nostra piccola prospettiva nazionale ed europea. Un orizzonte che si spinge più in là di una linea di comprensione che ci vuole, a volte nostro malgrado, passivi osservatori di fatti ed eventi che propongono modi diversi di giustificare e spiegare i rapporti con l’altro. Una percezione del nostro domani dominata da quelle ansie tipiche di chi percepisce il rischio di una crisi del proprio modello di vita, dei propri valori e delle proprie certezze.
Se c’è un anno, dall’inizio del nuovo secolo, nel quale l’ansia del futuro unita ad un non senso della storia si è impadronita delle nostre coscienze questo è stato proprio il 2014. Un anno che sembrava come tanti è che invece così non lo è stato. Il vecchio anno ci lascia con una crisi economica aperta e con modelli produttivi non in grado di autorigenerarsi in chiave moderna e tali da competere in una visione condivisa delle relazioni internazionali. La superficialità dimostrata in politica estera, e consumatasi nelle primavere arabe, verso i cambiamenti degli assetti sociali in regioni a noi prossime come il Mediterraneo e l’Africa del Nord o il Medio Oriente dopo aver gridato al successo di rivoluzioni distratte, la condotta di scelte di azione internazionale che si sono ridotte a seguire una limitata e sbrigativa visione complessiva degli avvenimenti e delle conseguenze attribuendoci una primacy non reale ci ha relegato a essere spettatori e non più protagonisti.

Il confronto tra Oriente e Occidente rappresentato, oltre al nulla di fatto afgano piuttosto che iracheno, nella sua tragicità dall’ISIS dimostra quanto si stia trascurando la necessità di affermare una nuova politica internazionale che richiede attori più capaci e consapevoli, più concreti e meno dipendenti da vecchi schemi tipici di politiche di potenza che non potranno mai essere inclusive ma solo, se tali, esclusive. La crisi Ucraina, l’aver posto noi europei, occidentali ed atlantici, in una posizione di marginalità la Russia svuotando di significato lo stesso Consiglio congiunto NATO-Russia - creato per dare una unità possibile ad un concerto europeo di nuovo corso – ha rischiato di disarticolare quella necessaria unità continentale alla quale, nella sua equidistanza tra l’atlantismo unilaterale e le derive autocratiche, avevamo affidato il nostro futuro per garantire pace e stabilità al Nord e al Sud del mondo consci di essere stati capaci di porre fine a Berlino nel 1989 al pericoloso bipolarismo tra Est e Ovest.

L’assenza dell’Europa e la riproposizione di una Alleanza Atlantica, sempre meno euro-atlantica, rimodellata nuovamente secondo gli interessi statunitensi, ha privato tutti noi dell’interlocutore più utile e più interessato: l’Europa. Un interlocutore mancato che, come in passato, è e sarà colui che non potrà nascondersi dagli effetti di una crisi o di un conflitto. Se la parola chiave del nuovo mondo era multilateralismo, certo nessun progetto multilaterale di relazioni politiche ed economiche che assicurino pace, sicurezza e crescita potrà essere realizzato senza il contributo di chi ha scelto la diversità come motivo di aggregazione e non di divisione. Mantenere nel 2015 le relazioni internazionali su di un piano verticale e non orizzontale rischierà di esacerbare odi e rancori delle comunità escluse, ma, nello stesso tempo, riporterà tutti quanti noi, figli di una vecchia Europa, fuori dal futuro rendendoci ancora una volta vittime e carnefici di noi stessi e della nostra “comoda” miopia.


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