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Tsipras, avanti (o indietro) tutta!

Alexīs Tsipras, leader di SYRIZA, candidato, per il Partito greco della Sinistra EuropeaLe elezioni europee sono ormai lontane e così altrettanto lontana la visione romantica di chi riteneva di associare Tsipras ad una sinistra storica, ortodossa messa fuori gioco da un apparente riformismo dilagante soprattutto in Italia. Le elezioni europee sono lontane da quelle politiche greche al punto tale che la stessa scelta di Tsipras di allearsi con un partito di centrodestra fa gridare allo scandalo proprio nelle fila di chi, in Italia, in Tispras vedeva il nuovo leader di una sinistra transnazionale orfana di leader e di leadership.

Se non fossimo italiani questo atteggiamento sarebbe difficile da spiegare. Ma il nostro essere giudici ed arbitri in casa altrui è un vizio che non ci smentisce mai. Un vizio che si manifesta periodicamente poiché siamo abituati a non vedere differenza tra destra e sinistra quando nel decidere da che parte stare la scelta è sempre il risultato di interessi di parte. Ma la Grecia è un paese diverso dall’Italia. Simile, se tale, soprattutto per gli aspetti negativi, ma diverso per i valori a cui quando necessario il popolo greco si richiama. In questa visione storica di un paese distrutto già dalla speculazione edilizia degli anni del dopoguerra, difficilmente riscostruito economicamente e socialmente dopo l’epoca dei colonnelli - con forze di sinistra e di destra diametralmente opposte e capaci di esprimere forti tendenze radicali - oggi presenta, però una particolarità. E, cioè, la capacità di mettere da parte ogni barriera ideologica puntando a condividere scelte che siano nell’interesse del Paese.

In politica, come in altre circostanze della storia, le alleanze esprimono il sentimento del momento e su questo, su ciò che provano i greci oggi, sembra non esservi nulla di sinistra e nulla di destra se non la volontà di rilanciare una nazione, economicamente e politicamente in seria difficoltà. La superficialità dell’ingresso di Atene nel sistema dell’euro senza un’economia solida e con conti altrettanto credibili assomiglia un pò a quella dell’Italia delle prime ore. Ma, contrariamente all’Italia (per fortuna nostra ma ancora per poco) gli assetti produttivi del Paese, ovvero le capacità di mercato erano già, e oggi lo sono ancor di più, molto diverse.

Tuttavia la vittoria di Tsipras non è necessariamente una vittoria anti-UE o anti-euro. E’ una vittoria che sottende due risultati. Il primo, il merito di costringere Germania e BCE, sui numeri di un elettorato di un Paese trasformatosi nel ventre molle dello spazio economico dell’Unione, a rimettere in discussione modi e termini di gestione della moneta comune e delle istituzioni che ne governano le intemperanze dei mercati. Il secondo, di far scendere da posizioni intransigenti e più accomodanti Berlino che, non per nulla, ha modificato in queste ore il proprio atteggiamento ritenendo di poter aprire a soluzioni più possibiliste e non solo dilatorie circa riforme e pagamento del debito. Un atteggiamento che non potrà essere tale solo e soltanto sui conti, ma anche sulle modalità e sui costi del rilancio di tutto lo spazio dell’Unione favorendo una prospettiva più inclusiva che non punitiva. D’altra parte, la dimostrazione di tale necessario obbligo è data dal fatto che la vittoria di Syriza non è stata un motivo di dramma borsistico.

Le diverse letture da parte dei mercati, e anche il segno negativo di Atene (-3,20%), non sono certamente motivi di preoccupazione se confrontate nel passato con tendenze poco felici di ben altro significato e spessore. Certo la vittoria, prevedibile, di Syriza non gioca a favore di un dirigismo semplificato tipico delle culture bancarie e finanziarie in genere. Ma la flessibilità e la duttilità anche in economia, in uno spazio politico che fa della diversità il suo core-business sociale, deve tornare ad essere il motivo fondamentale per rilanciare il senso di una casa comune. Il problema del debito, ad esempio, non è solo un problema greco. L’Italia certo non può chiamarsi fuori. Mutualizzare, ad esempio, potrebbe essere una via a patto che non si mutualizzino solidarietà e condivisione di scelte tra i partner a favore di nuovi unilateralismi di comodo. Unilateralismi che porterebbero i fautori ad essere vittime della loro stessa intransigenza, del loro stesso rigore.


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