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Quando la politica estera ci cade addosso

27 aprile 2006. Nassiriya, un nuovo attentato provoca cinque morti tra i soldati italiani. Una politica estera di bandiera rischia sempre di far “attorcigliare” la stessa bandiera attorno al proprio asse. Un rischio che si corre se gli obiettivi non sono ben dichiarati e se l’interesse politico si ferma al posizionamento del proprio vessillo ma non attribuisce significato al simbolo che si fa sventolare in terre lontane o che si rappresenta in sedi internazionali.

I funerali di Stato ai nostri ragazzi caduti a Nassiriya. Roma, Basilica di S. Paolo.Adesso torniamo ad essere italiani. Anzi ricordiamoci di essere anche un Paese, magari, e che forse dovremmo esprimere una nostra politica estera. Una politica dimenticata da tempo perché impegnativa, perché ci fa assumere responsabilità, perché va spiegata al Paese e chiarita al resto del mondo. Credo che sia ormai una consuetudine storica abituarsi al basso profilo della nostra diplomazia e del modo di gestire le relazioni internazionali e la collocazione che il Paese vuole darsi soprattutto nel Mediterraneo.

Credo sia evidente che, dimenticata ogni decisione per non rischiare troppo nelle sabbie mobili del mondo, ci si ricordi che siamo uno Stato impegnato nella comunità internazionale soltanto quando siamo di fronte a dei caduti. Ci si ricorda che forse abbiamo deciso linee ed azioni in politica estera che hanno impegnato risorse umane, soldati, che di fronte agli opportunismi di facciata di una politica di provincia, portano avanti una missione al di là di ogni strategia, oltre ogni obiettivo chiaro, certo, difeso, voluto. Oltre ogni possibile chiarezza politica del ruolo che il Paese vuole assumere, concretamente, attraverso l’impiego dei suoi militari.

La politica estera non è un gioco. La gestione del rapporto con l’altro, la tutela degli interessi di un Paese nel mondo, la credibilità che uno Stato persegue nella comunità internazionale non sono argomenti per decisioni emotive o di calcolo politico-elettorale e abbandonate poi al succedersi degli eventi. Devono rispondere ad una responsabile coscienza dell’azione e delle posizioni che uno Stato vuole assumersi con i rischi che ne derivano nelle aree che ritiene di interesse o nelle quali vuole affermare, per mandato, princìpi che condivide e che, per questo, ne sostiene quotidianamente, senza interruzioni, ogni sforzo a ciò utile.

Se l’importante è esserci ciò non significa delegare ai soli soldati la condotta e prosecuzione delle scelte fatte da governi più preoccupati di promuovere immagine che di perseguire risultati. Esserci non vuol dire aspettare di ricordarsi dei nostri soldati soltanto di fronte ad attentati e negli auguri delle festività comandate. Esserci significa esprimere un’idea a cui far seguire un obiettivo, assicurarsi che la missione abbia un traguardo da raggiungere, che faccia si che ogni soldato, ogni operatore sul terreno, si senta partecipe di un disegno concreto, sia anche di vittoria se di guerra si tratti, ma concreto. Ovvero che impegni il Paese e gli uomini politici ad avere le idee chiare e non a ricordarsene solo per dialettica di parte o mera ideologica strumentalità, ma per vera, onesta, responsabilità della vita di chi quotidianamente è strumento delle scelte politiche della nazione. Di chi deve sentirsi responsabile di assumersi il costo di una politica dichiarando una volta per tutte le ragioni della scelta e l’interesse del Paese che si intende difendere o affermare al di là di ogni coalizione vera o presunta che sia.


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