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L’Italia e il Mediterraneo. Credibilità in gioco

Gentoloni, Craxi, MacronL’Italia media potenza, l’Italia protagonista, il Mediterraneo è il nostro mare ecc…, leggendo i giornali di qualche anno fa o passando in rassegna diversi saggi di autorevoli analisti o esperti di politica estera ci siamo convinti chissà quante volte che il nostro Paese dovesse e potesse essere finalmente un interlocutore credibile, serio, concludente e misurabile nelle azioni e nelle proposte sia con i paesi a Sud che con l’Europa. Insomma, un Paese cerniera che doveva fare della sua mediterraneità il più evidente e prioritario obiettivo di una “vera” politica estera.


Ebbene, sono passati anni, decenni dalla fine della Guerra Fredda, dove tutto poteva essere ritenuto blindato nelle strette rigidità del confronto tra Est e Ovest, e non abbiamo colto alcuna occasione. Siamo rimasti a guardare se non a subire l’iniziativa altrui senza proporci come protagonisti e assumerci delle responsabilità dirette ma, al contrario, giocando di rimessa su quanto altri decidevano con il Paese a pagarne le spese. Ciò che ci sfugge nel nostro europeismo di circostanza, nell’essere capaci nell’attuare una sorta di strategia di decidere per non decidere è che, alla fine, siamo arrivati alla resa dei conti. Il Mediterraneo si presenta da sempre come una regione complessa, culturalmente e socialmente, oggi ancor di più politicamente ed economicamente. Una regione le cui diversità che la caratterizzano sono croce e delizia della sua storia come del suo quotidiano.

In un modello di relazioni internazionali sganciato ormai da tempo dalle logiche delle superpotenze, ogni attore è costretto al confronto senza avere più spalle dietro le quali nascondersi tranne se accetta il ruolo di essere servitore altrui. Ogni attore è costretto a confrontarsi con le verità che escono fuori dal cilindro delle vecchie logiche da Guerra Fredda e che permettono di riscrivere le responsabilità di tutto il male possibile attribuite a chi poi è stato, in virtù di queste ultime, disarcionato non essendo più utile come accaduto al leader libico Gheddafi. Democrazia da esportazione o meno, la volontà americana di ricalcare la propria unica presenza nel Mediterraneo come grande potenza ha di fatto rotto quei pochi equilibri, quelle poche certezze, che ancora potevano essere funzionali ad un progetto di stabilità in un Medio Oriente dove alla crisi delle ideologie laiche si sarebbero sostituite man mano le ideologie radicali religiose, più comode, più tragicamente e facilmente manipolabili per interessi particolari di controllo della regione stessa.

Se le colpe di Sarkozy sono evidenti nella condotta di una disastrosa campagna libica portata avanti con la compiacenza della Nato, di certo gli altri Paesi europei non sono da assolvere per miopia e per superficialità trovandosi, poi, a dover affrontare la marea umana in fuga da quei luoghi nei quali si voleva esportare la cosiddetta democrazia. Tuttavia, migranti o meno, oggi la Francia dimostra che è l’unica, con pregi e difetti, a volersi fare carico per cultura politica, del Mediterraneo, di quello che conta in termini di risorse e mercati e di certo non dei migranti e delle miserie. Di quello spazio politico, economico e strategico che sin dall’inizio del Novecento aveva contrapposto le potenze europee sino a condurle, ancor prima di Sarajevo, sull’orlo della guerra mondiale nel momento in cui si trattò di mettere le mani sul Marocco.

Crisi che i francesi superarono privando l’Italia della Tunisia e facendo si che l’imperialismo di rimessa di Roma ripiegasse sulla Libia. Nella guerra italo-turca è utile ricordare come i francesi rifornissero di armi le forze ottomane per arginare le tentazioni geopolitiche italiane che si sarebbero inserite nella corsa anglofrancese al dominio dell’Africa come dimostrano le vicende del 1912 dei piroscafi francesi Carthage e del Manouba. In questo gioco mai finito - e che la decolonizzazione ha solo spostato a tempi migliori - la ricollocazione dei termini relazionali per poter tornare ad un modello nel quale sia possibile esprimere politiche di potenza a livello regionale fa si che la Francia non vuol certo rinunciarvi. E, questo, non solo perché significherebbe controllare materie prime e mercati, ma perché Parigi sa cosa significa costruirsi una credibilità internazionale e sa come farlo, anche a spese di partner consolidati, o almeno così lasciato opportunisticamente credere nella vicenda dei migranti.

La corsa a paragonare Macron ad un De Gaulle è sicuramente una perdita di tempo. Non si tratta di associare personalità o politiche. Ciò che è in gioco è la leadership nel Mediterraneo quale regione geostrategica, la possibilità che per gli Stati Uniti, potenza globale, nella regione vi sia un solo interlocutore credibile; è evidente che la scelta sia ricaduta sulla Francia per due motivi. Il primo perché essa dispone di una cultura di impegno coloniale ancora non archiviata e, al di là delle nebbie latine che cercano ombre, essa dispone di una collaudata capacità militare di azione che va ben oltre il luogo comune delle missioni di pace. Il secondo, perché in questo modo la Francia divide con la Germania, Regno Unito a parte, il ruolo di leader dell’Unione Europea e di privilegiato partner atlantico lasciando a Berlino la condotta economica e riservando a se stessa quella di essere il vero attore pivot nel Mediterraneo per l’Occidente.

E’ ovvio che per poter dare corso ad una politica estera di tal profilo ogni residuo delle vecchie politiche viene lasciato a chi si deve assumere, suo malgrado, l’ingrato compito compito di occuparsi degli effetti collaterali evitando, così, che Parigi possa perdere tempo: ovvero all’Italia. Lamentarsi oggi, o correre ai ripari per essere ancora una volta considerati dei gregari di politiche altrui, è come leccarsi ferite che non si sono mai volute curare. Craxi fu lungimirante nel definire la necessità che l’Italia si riappropriasse di un ruolo mediterraneo e che si ponesse quale interlocutore privilegiato del mondo arabo quanto di quello nordafricano. Egli comprese molto bene quali fossero le intenzioni degli Stati Uniti e il loro modo di agire nell’interesse del controllo delle rotte petrolifere e dei mercati, interagendo direttamente con il controllo delle leadership o costruendo e distruggendo equilibri precari in Medio Oriente. Così come, al primo ministro italiano di allora, era chiaro quale fosse la capacità francese di potersi sostituire all’Italia in qualunque momento questa avesse posta in essere una politica estera assertiva. Ed era altrettanto ben chiaro, sempre a Craxi, quanto la sicurezza dell’Europa corresse sulle linee di frattura delle comunità politiche del Maghreb e dell’Africa subsahariana e, per questo, fu promotore di un partenariato necessario poi concretizzatosi a distanza di qualche anno nel c.d. processo di Barcellona del 1995 (European Neighbourhood Policy - Enp). Processo abbandonato da una miope e tecnocratica Europa dei più forti.

Anche l’aver previsto una Conferenza per la Sicurezza e Cooperazione nel Mediterraneo (Cscm) si presentò come una felice intuizione che avrebbe dovuto mettere sullo stesso tavolo tutti i Paesi e con essi i leader e i popoli del Mediterraneo alla stessa stregua di quella che fu ieri la Csce ( Conferenza per la Sicurezza e cooperazione in Europa) e oggi “Organizzazione” (Osce). Politicamente sarebbe stata una concorrente alla supremazia della Nato nella gestione delle crisi post-Guerra Fredda permettendo all’Europa di riprendersi quel protagonismo ancora una volta svenduto per un debito mai saldato con l’alleato a stelle e strisce. Insomma, meravigliarsi oggi non ha senso. Credere che il governo di Tripoli possa fare sconti all’Italia non è solo un problema di sovranità, è una questione di credibilità. Alla fine vince chi ha idee più chiare e la Francia, a quanto pare, dimostra di sapere cosa vuole e come. In fondo nessuno Stato europeo ad oggi si è fatto promotore in termini pregiudiziali e prioritari di una conferenza internazionale per il Mediterraneo e, meno che mai, il Paese più mediterraneo di tutti: l’Italia.



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