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L'Occidente italiano in bilico

21 febbraio 2006. La t-shirt anti-Islam di Calderoli. Se la politica di una nazione si risolve in una t-shirt certo non si potrebbe dire che la fantasia sia una rarissima dote dei nostri politici. Poi se ad una maglietta si affida un messaggio senza contenuti ma solo di propaganda mediatica allora il quadro si completa da sé.

Roberto Calderoli ex Ministro per la semplificazione normativa sfoggia una t-shirt anti Islam durante una trasmissione televisivaLa lite in Italia fra tolleranti dell’ultima ora e integralisti di sempre rischia di travolgere ancora una volta l’Occidente e la sua credibilità. Una credibilità posta in bilico fra dichiarazioni di circostanza e una mancata politica di difesa di valori comuni. Una credibilità che non si realizza all’interno di un’azione condivisa che dimostri come l’Occidente non sia solo un’utopistica rappresentazione di una cultura universale, ma il risultato di una coesistenza di diversità di animi e di coscienze che accomuna popoli e culture diverse. Una credibilità che non si realizza perché incapace di dimostrare a chi offende il diritto alla vita e alla libertà di pensiero - trascinando nella sua confusione e nella strumentalità di un integralismo religioso l’esistenza altrui - che la democrazia è un valore che si conquista nel rispetto dell’altro o nel punire chi offende la libertà di tutti.
Un valore, quello della libertà, che ha un fondamento al di fuori dell’emarginazione dell’intolleranza. Un valore che afferma se stesso nella superiorità di un diritto che tuteli minoranze e simboli nell’interesse dell’individuo, della sua personalità ma senza pregiudicare il senso della comunità. La richiesta di reciprocità posta dall’Occidente verso l’Islam non doveva essere una richiesta di ultima istanza, ma il ribadire il rispetto di una norma. Una regola giuridicamente così riconosciuta nel diritto internazionale. Una regola alla quale ispirare ogni rapporto internazionale, ogni relazione fra comunità in un quadro multiforme di sovranità giuridiche e dignità culturali che si sovrappongono infangando, spesso - dalla guerra preventiva al vilipendio del tricolore bruciato sulle piazze islamiche - la democrazia come conquista e con essa ogni comprensibile ragione e ragionevolezza di fede professata secondo la libertà delle coscienze. La spiegazione di ciò che accade oggi non è più il risultato della t-shirt di Calderoli.

Non è il risultato di un singolo gesto, seppur di grande superficialità politica e di discutibile gusto. E non può essere il risultato di un presunto atto di vilipendio alla religione, molto meno grave, per uno stato laico, dall’aver offeso impietosamente in passato il simbolo di tutti, tricolore, nell’indifferenza più totale. È, al contrario, l’ennesimo tentativo di utilizzare la religione, e la religiosità, come uno strumento per fare politica. Un modo per condizionare anime e menti che l’Occidente - per il sangue versato nella storia in nome di uno stesso Dio, ma di fronte a modi differenti di adattarlo alle complesse contingenze politiche - dovrebbe averlo appreso e metabolizzato nella propria esperienza storica.

L’Italia e l’Occidente, insomma, non dovrebbero aver necessità di ribadire i valori e i principi sui quali si è costruita l’identità euroccidentale. Non dovrebbero perché sinonimo di debolezza, di crisi dell’identità che si vorrebbe difendere. Ed è singolare che di tutto questo se ne faccia portatrice ancora una volta l’agnostica riflessione filosofica del presidente del Senato. La diversità è la ragione dell’esistenza umana. E la difesa della diversità è la ragione della convivenza. Ma il rispetto nasce da un atteggiamento credibile, fermo, deciso, condiviso da un pensiero unico. L’Italia subisce, suo malgrado, gli effetti della retrocessione dell’Occidente dall’essere presente nella crescita della terra di mezzo, del Medio Oriente. Dall’essere assente nel favorire una crescita della dialettica politica negli Stati autocratici che usano il fondamentalismo per giustificare la propria sopravvivenza. Che usano la disperazione dei popoli indirizzandone la rabbia verso l’unico valore comune: la religione. Che usano la fede come motivo per valorizzare le individualità e impedire che le masse non guardino alla miseria quotidiana nella quale chi governa non pensa ad affrancarle con politiche serie di crescita economica e sociale.

L’Italia e l’Europa, guardando alla loro storia, sanno cosa significa autocrazia, teocrazia, intolleranza, necessità di una divisione fra laicità dello Stato e religiosità. E il presidente del Senato dovrebbe conoscere il significato di tali termini, e le conseguenze che la difesa o l’imposizione di architetture di pensiero che mischiano religione e politica comportano nella difesa di una pacifica convivenza. Ma l’orizzonte, forse, è troppo distante per un Occidente statico, privo di proposte capaci di imporre leadership ideologiche e di valori su basi condivise. Un orizzonte troppo lontano per l’agnosticismo di Pera o per la moda pre-estiva di un ironico (già) ministro leghista. Ma è un orizzonte che si trova pericolosamente vicino a chi tenta di destabilizzarne i valori usando ancora una volta l’arma più potente da sempre presente nella storia dell’uomo: la religiosità intollerante. Una religiosità che uccide e che, per questo, ha poco di divino e nulla di umano.


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