Ombre russe e lanterne cinesi

La politica insonne di un’Italia (e di un’Europa) senza ruolo né parte.
[…] Quando tu vuoi vedere se, il giorno, alcuna spia è venuta in campo, fa' che ciascuno ne vadia al suo alloggiamento […].
Niccolò Machiavelli

L’Italia non è mai stata una nazione di leader e affannarsi nell’esercizio di trovarne uno a pieno titolo diventerebbe un’impresa.

Probabilmente qualche lungimirante segretario di partito si era assunto l’onere di esprimere una sorta di leadership mediata, rispettivamente, da fedeltà atlantiche per un centro conservatore a modo suo o da prossimità ideologiche guardando al fascino di un’idea socialista improponibile al di fuori di una dimensione riformista, ma utile, per ritagliarsi una dignità proletaria poi sconfessata negli anni da una deriva neoliberista di sinistra. Da buoni latini, e forse arrivando in ritardo su esperienze populiste sudamericane che non ci hanno insegnato nulla o poco, non siamo riusciti ad andare oltre la guida di figure consumate dal momento. Ecco, allora, che in questa vision che ognuno potrà sperimentare se si fermasse a riflettere sul come e in che termini è maturata negli anni, e matura tutt’oggi, la nostra politica estera, sembra che non si finisca di vivere una storia di una nazione (e di una democrazia) incompiuta. Una nazione incapace di conquistarsi una credibilità nelle valutazioni dei fatti, di dotarsi di un’idea di interesse nazionale in difesa del quale evitare frammentazioni di un’opinione pubblica votata a vivere il quotidiano in ragione di una campagna elettorale permanente. Se questo è il quadro delle relazioni all’interno del quale si muove il processo politico italiano, non penso ci si debba meravigliare se qualcuno stia facendo un po' di confusione storica sul ruolo politico dell’Italia nelle relazioni atlantiche. Confusione che si accentua nei confronti degli Stati Uniti, piuttosto che con la “nuova” Russia collocata sempre dal lato dei cattivi, magari sorvolando sulle capacità di conquista del nostro futuro da parte della Cina. Credo che in molti in questo Paese, tanto nei talk di vario tipo e genere quanto nelle aule parlamentari, ritengano di essere esperti di geopolitica come se fossero allenatori di una nazionale vista dal divano di casa, senza comprendere la vera partita che si gioca tra Stati Uniti, Russia e Cina. Credo, ancora, che sfugga il fatto che qualcuno voglia usare l’Italia come ventre molle economicamente ricattabile per anemizzare qualunque possibilità che l’Unione Europea si inserisca nel nuovo gioco di potenza. Un’Italia che, seppur realista nel fare i conti di casa, non credo possa contare su figure almeno approssimabili ad un Kissinger o ad un Gromyko, né tanto meno su un attento e malizioso neo-Andreotti.

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La politica internazionale e la sua analisi richiedono conoscenze storiche, storico-politiche e culturali degli attori con cui ci vorremmo confrontare che non si esauriscono in una querelle di fine estate o in un “transatlantico” parlamentare. Così, se per semplificarci la vita ci accontentiamo di collocarci tra Russia e Stati Uniti, magari passando per Pechino nell’illusione di poter giocare un velleitario ruolo da mazziere, forse stiamo mal interpretando i segnali di un destino che ci raggiunge quasi implacabilmente in nome dell’internazionalizzazione, se non dell’apertura, dei nostri mercati e nel controllo delle nostre infrastrutture. In questo senso, al di là dell’avviso di un già puntuale Piero Ottone nel suo ormai datato Saremo Colonia, sembra che questo Paese, in debito con se stesso da decenni, non riesca ad andare oltre piccoli orizzonti da provincia d’Europa. Retrocediamo da ogni iniziativa per accodarci ad altre più capaci e persistenti in politica estera e, soprattutto, in quella economica. Iniziative, quelle altrui, che superano ogni dimensione culturale, economica, strategica andandosi a sovrapporre ad ogni nostro possibile obiettivo, facendo si che l’Italia non vada oltre l’essere protagonista della migliore commedia geopolitica di un nuovo Strehler che potrebbe accomunarla ad un ondivago Arlecchino ieri ancora diviso tra due padroni, Stati Uniti di certo, Russia forse, ma che sembra aver preso la strada anche di un terzo, semmai non volessimo farci mancare qualcosa: la Cina. L’Italia di oggi, simil-europea e simil-internazionalista non ha leader. Si accontenta ancora di segretari di partiti svuotati da ogni cultura politica che intendono rifondare una neo-partitocrazia di massa diretta alla celebrazione di un capo piuttosto che delle idee. I leader del passato rappresentano, così, solo delle fugaci comparse nel vuoto di una cultura politica paradossalmente evaporata, dopo gli Einaudi e i De Gasperi, nel tragico epilogo di una nazione sempre più autoreferenziale. Di fronte ad un percorso che ha pagato alla storia il prezzo dell’opportunismo, oggi ci lasciamo travolgere dal populismo e dalla sua nemesi sovranista alla ricerca, entrambi, di cavalieri senza macchia e senza paura ma con poco, concreto, coraggio.

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La politica estera italiana sembra, alla fine diventare essa stessa l’ombra delle ombre. Restare fermi al solo Russiagate - per non dimenticare l’improvvido Nigergate per par condicio e simili avventurose pantomime da Bond improvvisati - quasi come se si attentasse ad una politica estera che di sovranità ha dimostrato poco, significa voler non riconoscere quel paradigma di subalternità diffusa, atlantica piuttosto che verso l’ ex-Oriente socialista, con la quale abbiamo costruito un Paese di mezzo. Se l’Italia oggi guarda con interesse alla liquidità di Pechino, e gli Stati Uniti cercano di mettere in campo, con non poche difficoltà, strategie di controinterdizione finanziaria verso l’assertività cinese, il quadro complessivo del non-ruolo del Paese è sin troppo chiaro, Libia docet! Un’Italia sempre a metà strada e mai decisa a porre in essere una ragionevole politica fatta di scelte e di impegno se non quando si è trattato di censurare, per meri fini da botteghino elettorale, un europeismo dirigista, vero, ma diretto da nazioni più capaci. Guardare alla Cina come soluzione ai nostri mali finanziari significa perdere di vista ciò di cui Xi Jinping non fa mistero. Il presidente cinese ha le idee molto chiare sul ruolo della Cina nel mondo e, quindi, in Europa. La Belt Road Iniziative, contrassegnata dall’essere un remake geopolitico dell’antica Silk Road, sembra essere più un senso unico piuttosto che un tracciato a due direzioni di marcia. Ma, soprattutto, la Belt Road Initiative è ciò che noi occidentali non abbiamo compreso, mentre gli Stati Uniti e la Russia, ognuno a proprio modo, lo hanno capito molto bene: un progetto geopolitico a più dimensioni che tende a trasformare, se non piegare, gli equilibri e i rapporti di forza tra Occidente e Oriente nelle regioni più strategiche per i primi e più interessanti per l’espansione economica e demografica per la seconda. Una strategia non trascurabile e che, in fondo, considerato il pensiero forse anche velleitario di uno Zbigniew Brzezinski che vedeva gli Stati Uniti unici artefici della conquista dell’Asia centrale e della sconfitta della Russia sovietica, potrebbero far riscrivere il suo The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives del 1997 sostituendo agli States la Cina. Ridisegnando l’andamento delle rotte commerciali che di nuovo attraversano l’Asia Centrale e che non necessariamente, questa volta, si propongono come rilevanti nel far chiudere l’esperienza russa per ciò che rimane, come auspicato dal politologo americano, si sommerebbero la dimensione continentale della Cina con la sua nuova versione talassocratica, quasi fosse essa il punto di congiunzione tra il mito del dominio dell’Heartland e del Rimland visti, questa volta, in un unico nomos geopolitico.

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In questo Grande Gioco che stende le sue spire verso l’Occidente europeo ed atlantico, senza lasciar fuori neanche il Nord Africa, la trasformazione di un impero continentale come la Cina in una potenza talassocratica, almeno economicamente, si è risolta nella capacità di conquistare gli scali e le vie del mare sulle quali corrono le linee di supporto strategico di un’Europa esanime, senza vita, capace soltanto di guardare come sempre ai vecchi, interessati amici di ieri che oggi così molto interessati non lo sembrano più: gli Stati Uniti. La conquista delle infrastrutture europee da parte della Cina, dal Pireo già conseguita a Duisburg passando magari da Genova e Trieste, dimostra quanto e in che misura la visione geopolitica di Xi Jinping sia chiara tanto quanto la determinazione di Mosca di non voler restare a guardare ma, in fondo, neanche a voler impedire una deriva del continente europeo convinta com’è di potersi proporre, in tempi non molto lontani, come l’interlocutore di ultima istanza tra Washington e Pechino a spese dell’Europa. Probabilmente l’approccio neokeynesiano di Xi Jinping nel rimodellare l’economia cinese, collocando surplus finanziari nel controllo delle infrastrutture europee, non durerà a lungo né potrà assorbire e modificare gli assetti economici interni a ciò che si presenta come il nuovo impero celeste. Forse la strategia win win non sembrerà dotata di longevità dal momento che dovrà fare i conti con la tenuta della produzione destinata all’export e con il mancato allargamento della base dei consumatori interni. Ma, ciò nonostante, l’idea cinese di brandizzare l’economia europea e, con questa, quella italiana, sembra al momento non subire ostacoli visto che le potenzialità finanziarie del dragone di certo esercitano un fascino non di secondo piano per le borse europee e, ovviamente, per le finanze italiane. E’ vero che ci troviamo di fronte ad una controglobalizzazione cinese cui corrisponde un multilateralismo russo quale contraltare all’unilateralismo statunitense. Tuttavia, sia l’uno che l’altro diventano, e rappresentano, le cartine di tornasole di un’Europa assente e di una politica estera europea, ed italiana, la cui pavidità si cela dietro l’alibi di una cooperazione virtuosa senza dichiarare quali virtù siano in gioco. La stessa sfida digitale, quella possibilità di rimodulare l’idea di una Silk Road digitalizzata, determina null’altro che uno shift di potenza su un piano più elegante, apparentemente meno aggressivo, non fisicamente percepibile, ma economicamente se non anche militarmente più utile. E, questo, considerato che l’affermazione di una power politics non corre più solo sulla qualità dei sistemi d’Arma, ma sulla capacità di coartare i modelli di sopravvivenza economica, prim’ancora che fisica, di uno Stato.

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Le stesse vicende europee della Huawei, ad esempio, dimostrano come e in che termini la sfida del 5G, già radicatasi al servizio della Francia nel meno imbarazzante territorio del Principato di Monaco, sia sbarcata in Europa e in Italia al punto che nel 2016 l’idea di far partecipare Huawei ad una riconfigurazione di una società italiana, poco importa se in Sardegna o in un altrove, dimostra quale sia l’ambito di attacco commerciale: controllare i processi di profiling. Le capacità di profiling, esercitate sugli individui, le società e le loro strategie di mercato spostano il livello della competizione ben oltre gli archetipi strumenti dell’intelligence humint-sigint-imint trasferendo sul piano economico, e non è poco, quel livello di intima capacità di conoscenza attraverso il quale nel mondo dematerializzato della rete si realizza una sorta di matrix da cui sarà poi difficile districarsi. Per Pechino l’Europa è il punto di arrivo per la nuova via della seta, e per questo è necessario conquistare le economie dei Paesi intermedi senza rendere particolarmente suscettibile l’orso russo. In questo scenario complesso, l’Italia sembra annaspare credendo di poter ricavare vantaggi da chiunque prometta qualcosa. Ma una politica estera da competitive advantage ha bisogno, preliminarmente, di poter contare sulla conoscenza di un paradigma che non ha colore politico: definire ogni volta qual è l’interesse nazionale. Ovvero, avere chiara un’idea di nazione che abbia un senso non sovranisticamente miope, ma lungimirante nell’accomunarsi e condividere quell’idea di Europa economicamente forte, politicamente unita, culturalmente orgogliosa di guidare un nuovo Occidente. Un’idea di un continente coeso, con capacità di contrattazione politica, economica e strategica, che è, ma non lo vogliamo vedere, il vero incubo per uno Xi Jinping, per un Trump o per un Putin. Come puntualmente ricorda il generale francese Vincent Desportes a riguardo della difesa europea, l’aspetto fondamentale è la conquista di una credibilità da parte europea e con essa da parte di ogni Stato membro. In un mondo nel quale regna una complessità sempre più estremizzata dalle capacità tecnologiche, non vi sono spazi per atonie politiche se non proprio di apatie pericolosamente fatali. Ogni capacità di successo è ancorata ad un altro paradigma a cui si appoggia qualunque politica di potenza: quello della coerenza. Un paradigma che può fare la differenza in un mondo che non disporrà di un ordine preconfezionato se non in un’ottica utopistica di un modello imperiale universale. Una prospettiva verso la quale la corsa sembra già iniziata e, ovviamente, il primo terreno di conquista è la vecchia, cara Europa passando, ancora una volta, dall’Italia.


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