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Italgate in salsa USA

Dossier, rapporti, costruzioni iperboliche e metapolitiche di scenari non sempre così fantasy nei quali si definiscono giochi di potere e di interesse geopolitico secondo regole indotte da azioni precostituite ad arte per legittimare ciò che legittimo non è.

Vi è una costante storica nella condotta della politica estera da parte dell’Italia negli anni immediatamente successivi alla Guerra Fredda e nell’epoca che viviamo: una sorta di incapacità a trovare una collocazione chiara e definita nella vita della comunità internazionale. Una collocazione dovuta non solo per debito di riconoscenza verso l’alleato di turno, o verso i partner europei, quanto per obbligo morale nei confronti di una società italiana che si distingue in tante cose tranne che nell’essere capace di costruire un sistema di relazioni tali da permetterle di poter raggiungere una propria credibilità. In questi ultimi anni, nell’era dell’internazionalizzazione delle relazioni sociali ed economiche, di fronte ad un’invasività dell’informazione nella vita di ognuno di noi, ad un ordine mondiale che non risponde a regole di potenza, ma a tentativi di potenze di attribuirsi la paternità di un equilibrio possibile, l’Italia rischia di perdere l’occasione di attribuirsi una sua dimensione politica.

Un ruolo se non proprio di potenza determinante, quantomeno di interlocutore credibile non solo verso i partner di sempre ma anche, e forse soprattutto, verso chi comprende difficilmente le nostre posizioni internazionali, spesso ondivaghe in ragione di progetti politici non caratterizzatisi per compiutezza. In questo teatro da operetta, stretta, quindi, in un relativismo provinciale votato ad interessi da cassetta elettorale, la vicenda del Nigergate [1] e, in fondo, non si dimostra più prossima al dubbio sulle scelte, su chi decide e come in politica estera, di quanto non sia altrettanto più vicina alla paradossalità delle responsabilità politiche. Responsabilità che non sono solo dei funzionari dello Stato, i soli che pagherebbero alla fine, ma che diventano responsabilità di indirizzo politico.

In questa vicenda nessuno mette in discussione i valori di un servizio di intelligence che deve coniugare e far coincidere l’interesse del Paese, quello vero, con le opportunità politiche del momento. Tuttavia ciò che emerge è che azione politica condotta e interesse nazionale in Italia non sempre coincidono. Anzi, nonostante le intemperanze, al di là degli scandali a stelle e strisce, scelte politiche e interesse nazionale coincidono più nelle scelte statunitensi che non nelle politiche italiane dal momento che ogni logica di potere e di indirizzo risponde ad una sorte di missione della Grande America nel mondo. Il Nigergate, insomma - e qui non si tratta solo di verificare se ci si trovi di fronte ad un dossier fondato o meno, millantato nei contenuti, politicamente utile - apre l’ennesima frattura non solo nella lealtà e sincerità dei rapporti fra alleati, ma soprattutto fra opinione pubblica e politica. Di fronte a ciò a nulla vale il tentativo di ridimensionarne gli effetti quando in gioco è l’immagine del Paese. Un’immagine che non è certamente paragonabile alla promozione pubblicitaria di un villaggio vacanze o di un prodotto qualsiasi.

La stessa richiesta di non strumentalizzare per fini politici interni una vicenda di dimensione internazionale non soddisfa nemmeno le esigenze di una chiarezza di pensiero, poiché è indubbio che la linea di confine fra politica interna e politica internazionale in questi ultimi anni si è sempre di più assottigliata. Si è così ridotta la distanza con eventi che nascono al di fuori dei nostri confini e che ci coinvolgono, nostro malgrado, negli effetti rendendoci partecipi di una scena nella quale non resta al cittadino qualunque che sentirsi comparsa e controfigura di se stesso. Giochi di equilibrismo, interventi da non-ritiro reiterati e ritirati a loro volta esprimono una politica estera che naviga a vista. Che non valuta le scelte e non analizza le conseguenze prima di decidere. Che non comprende che è sul come si inseriscono interessi nazionali e opportunità politiche che si pone a rischio la credibilità del Paese, di chi lo governa e lo rappresenta al di fuori dei confini nazionali. Che non considera che l’accodarsi nel palco delle nazioni che contano non può ridursi ad una scelta di secondo piano affiancandosi ad un vincitore a metà, condividendone i possibili frutti senza pensare che si debbano dividere anche i rischi di una vittoria incompiuta.

Il Nigergate è grottesco in sé e non è una novità. Esso rappresenta un modo di fare politica internazionale dimostrando di non disporre di una capacità di analisi e di confronto. Uno strumento creato ad arta per utilizzare apparati della sicurezza molto delicati che non possono, però, affrancarsi totalmente dalla guida politica per un sentimento di dubbia obbedienza. È l’ennesima palude in cui annaspa l’Italia senza precostituirsi una via d’uscita ma, anzi, cadendo nel tranello che la ricerca preventiva di una giustificazione ad una scelta politica possa giustificare un’azione successiva. Una diplomazia molto fine con la differenza, però, di non essere gli Stati Uniti che hanno già provato simili scorciatoie giuridiche dalla crisi del Golfo del Tonchino in poi e se ne assumono rischi e responsabilità.

È il risultato di una sovranità compressa che non ha paladini e che si risolve nel caso dell’imam Abu Omar, nell’agire di strutture della CIA in Italia, in un’azione concepita, organizzata e condotta al di fuori di ingaggi bilaterali, oltre ogni volontà di cooperazione e di giudizio, già pagata più volte anche in Iraq. Il Nigergate è il risultato, insomma, della ricerca di un accreditamento senza, poi, volerne pagare il conto, verso la potenza leader. Così l’unico effetto possibile rimane quello di un appeasement tutto latino alla ricerca del maggior risultato al minimo danno. Ma il Nigergate, ancora, è grottesco nella sua paradossalità. Negli attori poco credibili che si interfacciano con strutture istituzionali e che nell’interagire confondo falsità con certezze sino al punto che qualcuno alla fine, anche solo per mera opportunità politica, ci crede.

Nel fatto che pur nella dubbia veridicità del documento non vi sia stata un’aperta comunicazione dei fatti. Nel fatto che c’è sempre qualcuno che non poteva non sapere nell’ambito dell’esecutivo da cui dipende la sicurezza del Paese e l’attività di intelligence. Nella confusione di una diplomazia degli effetti - voluti, cercati, tollerati se utili per giustificare una condotta politica subito dopo - il Nigergate diventa la puntata italiana del Ciagate, ne condivide le conseguenze rivolte a far si che ogni leader tenti di salvare la propria purezza politica. In questo modo, fra armi di distruzione di massa inesistenti e uranio che si arricchisce altrove e non solo, nei deserti del Niger più povero e desolato l’Occidente perde in credibilità e rischia di delegittimare se stesso e le proprie politiche nell’esportare dubbi ed incoerenze. Ed è in questo che svanisce la differenza fra chi concepisce la politica internazionale come un esercizio di compravendita di azioni che sul mercato mondiale si pagano a caro prezzo in termini di credibilità di una nazione e di sicurezza interna e chi ne fa uno strumento qualunque di politica interna con una diplomazia accomodante da pacche sulle spalle e dei prezzi al consumo.


[1] Il Nigergate non è altro che il nome attribuito ad un’indagine giornalistica condotta da Bonini e D’Avanzo per La Repubblica nell’autunno del 2005. In questa inchiesta si denunciava che il Sismi avrebbe consegnato alla Cia dei documenti di non provata originalità e di non provato contenuto per i quali il dittatore iracheno avrebbe dovuto importare dal Niger uranio per finalità militari. Un dossier che doveva consolidare la tesi del Presidente americano G.W.Bush circa la pericolosità del dittatore iracheno giustificando, insieme ad altre “prove”, l’avvio della campagna militare. Un dossier sulla cui affidabilità o meno, nonostante le smentite del governo italiano, il presidente americano non si è mai ufficialmente pronunciato.

 



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