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The End of Europe: Dictators, Demagogues, and the Coming Dark Age

The End of EuropeJames Kirchick. The End of Europe: Dictators, Demagogues, and the Coming Dark Age. Yale University Press, 2017 p.276

   Il saggio ha un titolo certamente non originale se ci si ferma al concetto di “Fine”, abusato abbastanza nella pubblicistica contemporanea per la quale sembra che il mondo viva in balia di apocalissi progressive alle quali lo spirito neoconservatore americano sembra affidarsi. Anche in questo caso Kirchick, da valente giornalista e collaboratore universitario a Yale oltre che supporter della candidata presidente Hillary Clinton, non poteva non contribuire al confronto sull’Europa affidandosi all’analisi di alcune esperienze. Non solo esperienze politiche che riguardano l’Unione Europea in quanto tale, ma alcuni dei loro membri, un non membro quale la Russia e un ex membro quale il Regno Unito.

  Non è certo una sorpresa riconoscere che il neoconservatorismo americano non è circoscritto solo al Partito Repubblicano, o alla ristretta cerchia di amici dell’Old Party. La sua trasversalità si fonda sulla consapevolezza che, al di là dell’Oceano, tutto può essere meglio esaminato e meglio interpretato soprattutto se il punto di vista che deve prevalere è quello a stelle e strisce. Anche l’indice del volume è di per se un buon biglietto da visita quasi quanto il titolo del volume. Ma è l’incubo europeo (The European Nightmare) che sembra designare sin da subito l’appeal del volume soprattutto se ci si ferma a riflettere sull’invito posto a premessa per il quale la fine dell’Europa è sopra di noi (The end of Europe is upon us). Ma non solo. La stessa frase d’inizio è sintomatica nella sua formulazione dal momento che se […] “…for twenty-five years, the attainment of a Europe "whole, free and at peace" has been the mantra of American and European statesmen…” […] probabilmente dovremmo farci una ragione sul fatto che ciò non sarà più così.

   Ovviamente, Kirchick somma in questa corsa a definire quasi il collasso di un’idea politica non solo fenomeni trascorsi ma anche e, soprattutto, condizioni di oggi senza dimenticarsi di sottolineare lo spirito tutt’altro che europeista di leader come l’ungherese Viktor Orbán o la spinta critica di un partito some Syriza in Grecia che hanno contribuito a mettere in discussione il progetto eurounionista. Un progetto fragile prim’ancora che il turbinio della Brexit dimostrasse come l’unità di intenti si sarebbe infranta sulle logiche economiche dell’Ue a discapito degli obiettivi politico-sociali di questa idea. Ed è ancora l’introduzione che si prefigge di dare un senso a ciò che il lettore avrà opportunità di conoscere, quasi come se il volume si affidasse ad un pre-epilogo sovvertendo l’ordine logico della sorpresa. Ovvero, scoprendo ciò che l’autore vuole dimostrare. E, cioè, che non si tratta tanto di dare un significato alla Fine dell’Europa, quanto di verificare ciò che la Fine riguarda, sostanzialmente, ed è quella di un’idea per la quale l’Europa possa essere quell’esempio di libertà, tolleranza e successo economico sui quali ha costruito l’idea di poter rappresentare ciò che non è stato: un attore protagonista in questi ultimi decenni alternativo agli Stati Uniti.

   Nel libro di Kirchick vi è, insomma, un po’ tutta l’esegesi a stelle e strisce circa il ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere nel mondo. Un ruolo ancora una volta centrale, seppur nell’incertezza di un Donald Trump alle porte dell’Olimpo della libertà e della storia americana. Ma vi è anche rinvenibile l’emozione di parte di una generazione di analisti e politologi americani che ben conoscono la storia delle due guerre mondiali e del secondo dopoguerra, oltre le vicende economiche che dalle grande crisi giungono sino alla Brexit. Il libro di Kirchick si pone, così, a metà strada di un neoconservatorismo già rieditato nell’epoca Obama per il quale il presunto imperialismo russo di Putin sembra far riaffacciare spettri di una competizione già vissuta, ma su scenari più complessi e diffusi.

   Senza aggredire Putin, l’A. riconosce gli errori dell’Europa nella gestione della crisi ucraina e sottolinea quanto e come il risultato di tale disastrosa politica estera sia stato l’aver permesso a Mosca di considerare l’Ue un avversario e fatto si che Putin, per buona parte dell’opinione pubblica europea, venisse considerato il difensore dell’integrità dell’Occidente. Sulla crisi dell’Europa Kirchick ritiene che si dovrebbero avere le idee chiare e rispondere con precisione rispetto a cosa e a chi l’Ue ha fallito. Pur ricorrendo alla storia, di certo il pericolo per l’Ue nasce dal rischio che ad essere messa in gioco sia proprio l’aspetto fondamentale sul quale si è costruita un’idea comune: la coesione sociale prim’ancora che economica. Ovvero, sul verificare se i valori posti a fondamento dell’idea di Europa siano ancora validi perché condivisi e patrimonio di ogni cittadino europeo, oppure rimangono solo una pretenziosa utopia.

   D’altra parte, anche se il tentativo di Kirchick è quello di concentrarsi sull’Europa alla fine l’A. rimane sempre ostaggio della prospettiva americana che fuoriesce da ogni analisi e da ogni considerazione. Nel valutare il modello eurounionista, quale alternativa al modello americano, Kirchick sembra voler affermare che anche l’idea stessa di unione continentale non può che essere vista all’interno di un’eredità a stelle e strisce che sin dalla Seconda Guerra mondiale ha restituito al continente un futuro possibile da protagonista, anche se non esplicitamente ma ben volutamente, legato alle sorti degli Stati Uniti. Una visione che si pone critica nei confronti della presidenza Obama, ritenuta troppo morbida nei confronti dell’assertività russa in politica estera e troppo distante dalle vicende europee.

   Il libro è, insomma, un volume sull’Europa scritto per un lettore assolutamente Made in Usa. Per Kirchick l’Europa vive ostaggio di una visone neoimperiale di Putin, dell’attacco dell’Isis, delle sue intemperanza politiche ed economiche che con la Brexit hanno visto il consumarsi delle contraddizioni che hanno contrassegnato i rapporti tra i partner eurounionisti nell’ultimo decennio. La visione di Kirchick si interpone, quindi, tra una quasi necessità di Europa e la critica al neoconservatorimo di vecchia memoria, quello dei Wolfowitz per intenderci. Tuttavia, è anche vero che ciò che rimane certo è che la debolezza dell’Europa non è solo data dalla sua fragile situazione demografica, ma dall’essere, per questo e per le conseguenti ambigue politiche migratorie, alla mercè dei cosiddetti autocrati delle sue periferie.

   Politiche migratorie, piuttosto che la Brexit o lo scetticismo alla Farage, diventano tali aspetti i contraltari per attaccare i neocons americani di ieri e non per sostituirli con una visione progressista della politica statunitense verso l’Europa, quanto per la ragione possibile di definire un neo-neocons alternativo che ridia centralità agli Stati Uniti nella costruzione di una nuova Europa in alternativa all’iniziativa russa. Ciò perché, alla fine, recuperando un pò di stima per il continente europeo, Kirchick ritiene che la fine degli ideali illuministici ancora sopravvissuti alle incerte volontà di unione continentale, tanto quanto la necessità di evitare spinte scioviniste, rischia di dar luogo ad un ritorno allo stato di natura nelle relazioni internazionali. Un pericolo che vanificherebbe non solo le conquiste degli ultimi secoli, ma impedirebbe all’Occidente di potersi esprimere quale guida per un mondo nuovo ponendo fine al sogno degli Stati Uniti di affermarsi e farsi riconoscere quali leader indiscussi del nuovo ordine.

Giuseppe Romeo



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