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Fighting for Credibility: US Reputation and International Politics

Fighting for CredibilityFrank P. Harvey, John Mitton. Fighting for Credibility: US Reputation and International Politics. Toronto University Press. 2016 p. 302.

 

  Se c’è un modo per affermare una politica di potenza e poterla, quindi, perseguire con una sorta di legittimazione al risultato è certo dato dalla credibilità di chi la conduce e, anche, dalla reputazione. Ma reputazione e credibilità non sono obbligatoriamente da considerarsi necessariamente sinonimi. Tuttavia, è altrettanto vero che la credibilità diventa l’esemplificazione sul terreno della capacità di condurre un’azione militare considerata credibile tanto quanto credibile è l’agire politico che ne rappresenta la premessa e la cornice prescindendo dalla reputazione goduta.

  Gli autori non si sono sottratti a questo difficile esercizio di dare contenuto a grandezze introdotte nel gioco politico-relazionale come credibilità e reputazione, soprattutto laddove sono gli Stati Uniti ad essere l’oggetto e il soggetto principale delle analisi e delle riflessioni che si sviluppano partendo da un caso di credibilità sul tappeto: la crisi siriana. Ricercare i termini della credibilità e della reputazione di un attore non di second’ordine quali sono gli Usa non è certo così semplice. E non perché non manchino gli esempi di una credibilità fragile e spesso andata in frantumi in scelte politiche e interventi discutibili, si pensi solo alla vicenda delle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein. Quanto, perché ciò dimostra come non vi siano spazi per poter assumere posizioni di leadership senza aver costruito una propria credibilità. Aspetto che non è trascurabile tanto quanto la necessità di disporre del consenso come pre-condizione per legittimare la condotta di un’azione internazionale.

  Credibilità e non credibilità vengono presentati dall’A. come nuovi e indispensabili fattori di potenza poiché condizionano le scelte ma, soprattutto, giustificano politiche sostenibili o spiegano ostilità diffuse. In questo, gli autori si esprimono compiutamente sin dall’introduzione nei paragrafi riguardanti i casi contro e a favore della reputazione degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali aprendo con delle domande chiave quali […] “ Is fighting for credibility prudent? Oppure se […] Does a failure to follow through on a coercive diplomatic or military threat undermine a leader’s credibility? E, ancora, se […] Can leaders or states acquire reputations from adversaries for being resolute or irresolute? How do these reputations emerge or change, and are they transferable from one context (administration, opponent, time frame, issue area, region, or crisis) to another? […]. Interrogativi che aprono una finestra non da poco conto sul sistema relazionale contemporaneo e che, pur prendendo il largo dalla crisi siriana nata dal supposto uso di gas sarin da parte delle forze governative di Bashar al-Assad, si svolgono man mano verso il ritenere se termini come credibilità e reputazione - che emergerebbero da un’azione internazionale - possono o meno completare il cerchio dei fattori di potenza insieme al consenso.

  L’aver esplicitato il consenso come una sorta di elemento costitutivo e legittimante un’azione politica e militare lo lasciamo a Joseph S. Nye jr. con il suo Soft Power. Tuttavia, credibilità e reputazione sembrano andare oltre il soft power dal momento che ogni azione politica e militare condotta, sia anche in termini di hard power, alla fine sembra dover fare i conti con la credibilità e la reputazione di chi la esercita. Ecco, allora che ciò che diventa interessante non è il definire cosa significhi credibilità e reputazione. Quanto l’una o l’altra possano essere ritenute grandezze importanti nelle relazioni internazionali. Quanto l’una o l’altra si influenzino a vicenda o se, al contrario, non riconoscere una certa reputazione non necessariamente significa anche riconoscere credibilità. In questo esercizio, che mette sul tavolo le esperienze americane, gli autori offrono una visione delle relazioni internazionali correlata alla percezione che una potenza ha di se stessa, al ruolo che possono avere il conoscere la percezione altrui e come questa percezione può essere resa credibile o meno e, altrettanto, credibili i fatti.

  Che la credibilità possa essere funzione della reputazione può in un certo senso giustificare una equazione a risultato quasi garantito, ma non è di certo scontata la reciprocità. Infatti, nel rapporto tra credibilità e reputazione la credibilità di una politica o di una minaccia non necessariamente si affida alla reputazione, ma si risolve nella dimostrazione delle capacità di azione, politica, economica e militare. Se così è dovremmo, allora, riportare indietro il terreno di confronto all’esperienza della guerra irachena dove le giustificazioni alla condotta del conflitto erano simili alla volontà di Obama di difendere la reputazione e la credibilità degli Stati Uniti rispettivamente come difensore della libertà e come potenza decisa a rendere credibile il suo agire nel concreto. Se la reputazione era difesa nell’avvio del conflitto, la credibilità delle motivazioni non poteva assumersi a valore vista l’inesistenza delle armi di distruzione di massa irachene.

  L’opera in sé è meritoria di attenzione dal momento che completa e aggiunge al consenso credibilità e reputazione, non solo come elementi conoscitivi, ma quali fattori decisivi nel decidere come in che termini, e per quali risultati, si vuole agire nelle relazioni internazionali. Gli autori si pongono però a metà strada tra scettici e possibilisti. Se la credibilità è funzione di se stessa per quanto siano “credibili”, ovvero dimostrabili e misurabili sul campo le scelte politiche e militari, altrettanto non si potrebbe dire per la reputazione dal momento che essa non sarebbe necessaria per affermare il grado di assertività, di concretezza di una condotta. Insomma, che si tratti di uno Stato o di un entità diversa la credibilità è data dalla sua capacità di esprimere la forza nelle sue diverse forme piuttosto che dal godere o meno di una certa reputazione. Se volessimo sconfinare, ad esempio, in un possibile cinismo realista si potrebbe concludere che interessi e potere determinano la credibilità lasciando la reputazione nell’alveo di un semplice giudizio di valore.

  Gli autori, tuttavia, pur non rinunciando ad un modello realista, si affidano alla teoria della deterrenza razionale inaugurata da Kenneth Waltz nel suo Structural Realism after the Cold War (International Security, XXV, 1, 2000, pp. 5-41) per la quale è la credibilità della minaccia che attribuisce equilibrio al rapporto di potenza e, così, si pone quale garanzia della pace. In questo senso, sembrerebbe che la reputazione non influenzi alcun processo diplomatico di avvicinamento o di allontanamento in un’ottica di contrattazione ridefinita sul solito balance of power. Eppure gli autori cercano di correggere il tiro ricorrendo all’esperienza dei conflitti asimmetrici della fine del Novecento. Conflitti nei quali i cosiddetti attori minori avevano costruito la propria reputazione sulla credibilità delle azioni condotte. Attori cosiddetti minori che, proprio in virtù di tale credibilità fondata sulla capacità di azione politica e militare, ci ricordano, alla fine, che la reputazione si costruisce su ogni risultato ottenuto sconfinando, quindi, nel campo della credibilità sino a diventare anch’essa un aspetto fondamentale della stessa contrattazione diplomatica.

Giuseppe Romeo


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