Borghi senza vita

Borghi senza vita
Cos’è un borgo? Se dovessimo riferirci al significato corretto dovremmo allora individuare nell’insieme fortificato di un piccolo nucleo urbano dotato di una propria attività economica la sua espressione urbanistica più tipica, magari riconoscendo alla sua peculiare capacità produttiva una vocazione agricola ed artigianale.
 
Oggi potremmo chiederci, però, che cosa sia un borgo dal momento che l’urbanizzazione concentrata sui grandi agglomerati ha ridistribuito possibilità ed opportunità a dimensioni significativamente diverse. Ma, guardando a quelle piccole luci che ancora resistono all’abbandono del cuore piuttosto che delle braccia, potremmo anche dire che sono alla fine lo specchio indistinto delle diverse anime che hanno creato quei piccoli luoghi. Luci che oggi, in un presepe itinerante che ci costringe a guardare il nostro passato, chiedono di essere protagoniste di un nuovo futuro.
 
Borghi di Calabria o di altrove essi segnano una continuità che non può essere annichilita dalla sintesi della vita quotidiana sempre più semplificata, anche se solo per immagine, da una sicurezza tecnologica che non da certezze di spirito. In questo senso, ogni piccolo borgo delle nostre colline può trasformarsi in un’opportunità che guarda al futuro in una prospettiva che ricerca nel passato gli ingredienti per una vita che possa essere alternativa al collasso dei grandi numeri per riportare l’uomo al centro di se stesso.
 
Green economy e sostenibilità diventano allora i veri elementi di un’economia sommersa rappresentata dall’abbandono dei saperi e delle conoscenze, dei ruoli e delle abilità ma, soprattutto, della capacità di rivedere i borghi nella loro semplicità questa volta come Green community; ovvero come sistemi interdipendenti di vita rurale interconnessi con i mercati. Guardare ogni nostro piccolo borgo con gli occhi dello spopolamento necessario, se non ineluttabile, significa perdere non solo le tracce del nostro passato ma anche non guardare alle opportunità di un futuro nel quale l’individuo vuole riappropriarsi di se stesso, pur senza rinunciare alla sua dimensione high tech. E allora la risposta alla valorizzazione del borgo non è solo data dall’estemporaneità culturale, ma dalla necessità di definire un nuovo ordine urbanistico attraverso il quale coniugare conservazione del valore e possibilità di abitabilità.
 
Ciò significa, però, volontà oltre che capacità di investire in quella economia della conoscenza che produce e non si commisera. Investire nella rigenerazione urbana ed umana di un borgo significa disegnare anche una nuova frontiera per un volontariato partecipato e non decantato, trasformando il flash mob in un modello di azione immediata che coinvolge ogni attento fruitore delle bellezze e delle tradizioni di un passato che non si vuole disperdere. In questo ogni tradizione, ogni difesa del patrimonio delle diverse comunità avrebbe un suo posto all’interno di un percorso di ricostruzione di modelli economici diffusi, siano essi legati all’ospitalità che alla produttività.
 
E allora, seppur affascinati dal ricordo di un presepe vivente da sempre, potremmo pensare che  guardando verso monte ogni sera, alla luci artificiali dei piccoli paesi di collina o delle nostre montagne, corrisponde una luce di vita.


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