Potere, dovere, legalità

Potere, dovere, legalitàSiamo giunti ad un epilogo forse da qualcuno atteso, da altri meno, oppure mai creduto possibile. Eppure l’idea che la Calabria si erga a protagonista di una nuova serie di indagini questa volta sul terreno dello stesso potere che le amministra diventa sintomatico di una terra che annaspa di fronte a se stessa.
 
Se guardassimo ad altre esperienze probabilmente potremmo anche credere che ci troviamo a vivere momenti tipici di società di altre latitudini. Società nelle quali il confronto tra poteri e all’interno degli stessi poteri rappresenta una dimostrazione di fragilità endemica di assetti istituzionali non ancora maturi, non solidi, non convinti di se stessi o del loro ruolo. Si potrebbero fare esempi da caffè sudamericano salvo poi guardare e renderci conto che la Calabria è una regione di un Paese che si ritiene di tradizione occidentale, quindi europeo; ovvero espressione, nel suo piccolo, di quella cultura giuridica e costituzionale che avrebbe la pretesa di insegnare al mondo intero come e in che misura i valori democrati e, soprattutto, il significato di legalità, di potere e dovere dovrebbero guidare il vivere civile.
 
Eppure, con una classe politica che si commissaria da sola, indagini alla ricerca di visibilità mediatica al di là della funzione di ricerca delle vere e personali responsabilità, poteri esercitati secondo un convincimento di impunità da posizione, il crollo della credibilità non solo amministrativa sommata al disincanto del cittadino rende la Calabria terra di nessuno come valori e ostaggio del potere …di pochi. Di quei pochi che nelle pieghe del potere interpretano ruoli e funzioni che in nome della legalità, a vario titolo, sembrano debordare nel personalismo, nel ritenere che possano esistere spazi di immunità che ad altri non sono concessi solo perché questi ultimi non sono rivestiti di un potere autointerpretabile.
 
Se la criminalità è una patologia con la quale si combatte quotidianamente, è altrettanto vero che la legalità è un valore che non prevede colore politico, ma richiede un’astrazione di genere rivendicando su di se il diritto ad essere prodotto di regole e buon senso. Garanzia da ogni abuso o da ogni prevaricazione possibile. Equilibrata valutazione delle ragioni e delle cause. Essa non può essere uno slogan da carrierismi o da corteo. Il potere della legalità risiede nella consapevolezza che il diritto è amministrato nell’interesse del cittadino e non contro di esso e non per se stessi. La legalità non è una “occasione” da copertina, né una scure per colpire avversari per affermare verità extraprocessuali nei talk show pseudogiudiziari, per sostenere tesi il cui valore non può essere riconosciuto in virtù di quanto ci si innamori delle proprie convinzioni o per mera rendita di ruolo.
 
Nelle indagini che hanno visto assoluzioni a pioggia - e di cui ci si chiede, allora, in che termini siano stati svolti gli accertamenti preliminari - quanto nelle ecatombi giudiziarie come quelle recenti nelle quali il potere di qualcuno sembra esercitato in nome proprio e non quale consapevole manifestazione di un dovere pubblico, la giustizia rischia di perdere di vista il suo ruolo di guida. Essa si assume la responsabilità verso se stessa e verso il cittadino calabrese della propria credibilità, in termini di valore, di metodo e di principi. Perché, lotta al crimine a parte, se una lezione andrebbe appresa una volta per tutte per affermare un senso di democratica convivenza e di maturità civile è evitare che l’assunto di Edmund Burke, noto come il Cicerone britannico, possa farci pensare ancora oggi a distanza di secoli da quando fu pronunciata dal prolifico irlandese tra i banchi del parlamento inglese, che The greater the power, the more dangerous the abuse… “quanto più grande (è) il potere, tanto più pericoloso (è) l’abuso”.


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