L’Europa come decide se… decide

L’Europa come decide se… decideHo letto recentemente di un’interessante iniziativa di un istituto scolastico della locride rivolta a comprendere come decide l’Europa, cioè l’Unione Europea. Interessante, perché essa dimostra che in un modo o nell’altro sopravvive, anche nelle nostre scuole, una sensibilità verso ciò che ci sembra così lontano ma che, in molti aspetti del quotidiano, diventa il nostro alter ego di possibilità, di opportunità, di diritti possibili quanto di doveri necessari.
 
Tuttavia, in un clima così particolarmente critico sulla ragionevolezza di credere in una visione sovranazionale, il tentativo potrebbe sembrare una sorta di impresa rivolta a svelare l’arcano di un modello non sempre molto chiaro, oltre che poco conosciuto. E, questo, perché dai tempi di Maastricht sino alle diverse formulazioni del trattato di Amsterdam e di Lisbona, il percorso non è stato agevole dovendosi mediare e contrattare tra il ruolo del Parlamento europeo, unico luogo nel quale i popoli sono rappresentati, con quello di un’istituzione intergovernativa, qual è il Consiglio, e un’istituzione esecutiva tipicamente comunitaria qual è la Commissione. Ora, che si tratti o meno di un vizio ab origine, è interessante scoprire come e in che misura nel processo di decisione - o meglio di ex co-decisione, oggi procedura legislativa ordinaria – la riserva di sovranità operi a volte come garanzia delle diversità e a volte si presenti quale ostacolo alla uniformità.
 
Ovvero, al di là di ogni ragionevole chiarezza sul processo decisionale dell’Unione Europea, bisognerebbe riuscire ad andare oltre i termini stessi dell’iniziativa della Commisione in materia di proposte e di preparazione dei lavori che da sempre gli sono state attribuite come competenze, per verificare quanto e in che modo l’Europa, vista in chiave istituzionale, possa evitare di franare nel burocratese dirigista e tecnocratico anche nei processi decisionali. Cioè, ancora, come, processi decisionali nonostante, anche di fronte a sussulti di animosità populista se non nazional-sovranista, essa sia capace a ricollocare al centro della sua attività i popoli piuttosto che gli Stati o se stessa.
 
In questo modello complesso, dove la sintesi sfugge alla ragionevolezza di un processo decisionale chiaro e concludente, l’impossibilità di realizzare un modello di perfetta separazione dei poteri in termini istituzionali, quale valore dello Stato di diritto, ha scelto per poter funzionare di ispirare il percorso legislativo ad un principio di equilibrio dei poteri. Un principio, quest’ultimo, che si realizza anch’esso con difficoltà dal momento che si confronta con la riserva di sovranità degli Stati nelle procedure intergovernative in materia di Politica estera e di difesa ad esempio o si risolve al di sopra di essi nelle competenze tecnocratice delle istituzioni economiche comunitarie, con un Parlamento protagonista a metà se non anche meno.
 
Ecco, allora, che oltre la bontà di facciata degli studi di impatto - a cui la Commissione nel suo ruolo di pseudo-governo tecnico attende a termini di trattato - ciò che diventa interessante è notare quanto proprio quel vituperato aspetto intergovernativo alla fine sia l’unico fattore di garanzia dal momento che, ad oggi, l’Unione Europea non ha assunto una fisionomia chiara rispetto alle esperienze politico-istituzionali della storia giuridico-politica dell’Occidente rimanendo nel limbo dell’incompiuto quale ambizione federale. Detto questo, probabilmente comprendere l’aspetto tecnico dei percorsi decisionali apre sicuramente gli orizzonti …e le perplessità. Ma per rimanere nella parte preliminare della formazione del cittadino europeo, quale condizione per dare respiro ad una grande idea, vi sarebbero delle premesse da fare e da cui partire, pensando che l’Unione Europea non è un paradigma.
 
Essa è un’idea che va dimensionata al sentirsi parte di un modello di organizzazione condivisa dei rapporti politici, sociali, economici e culturali di uno spazio “politicamente” umanizzato, prim’ancora che di mercato, nel quale ci si riconosce. Insomma, fermo restando che l’Unione non solo non è una federazione ma è, di fatto, una discutibile pseudoconfederazione, nell’esaminare i processi decisionali dovremmo prima di tutto verificare quanto dello spirito europeo sopravviva negli Stati e anche nei popoli. Ovvero, cosa è rimasto di quell’acquis communautaire molto citato nei trattati a cui dovremmo uniformarci nello spirito e nel pensiero. Ma non solo.
 
Al di là dell’aspetto tecnico, importante ma successivo ad ogni progetto, forse si dovrebbe discutere sull’europeismo come formula di convivenza, magari ricordandoci, proprio perché la scuola se ne titola, che Umberto Zanotti Bianco fu un europeista convinto prim’ancora che le formule di Paneuropa prendessero forma nelle pagine di un quotidiano tedesco o diventassero Manifesto a Ventotene. Forse Zanotti Bianco aveva un’idea diversa di questa Europa e, probabilmente, si potrebbe partire dall’europeismo di tale profonda personalità – di cui ce ne dimentichiamo spesso salvo celebrarlo più per il nomen che per i contenuti del suo pensiero - per approdare poi a che tipo di Europa vorremmo e su quali processi decisionali affidarci sacrificando, necessariamente, quote-parti di sovranità.


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