Radici senza terreno

Radici senza terrenoChissà quante volte avrete letto, ascoltato parole, frasi o anche discorsi compiuti o meno che mettevano al centro dei loro contenuti il termine radice. E non per una sorta di approfondimento botanico o di necessità similbiologica per spiegare l’essere nati o l’appartenere ad una comunità in senso lato.
 
Ma perché, come in ogni bel discorso d’occasione, il riferirsi alle radici permette di fare magari bella figura, quando si è a casa, o di definire una cultura, riconoscersi in una tradizione, in un modo di pensare o di fare. Insomma, è vero! Riconosciamolo. Il richiamo alle radici, alle origini di una palingenesi che ci distingue nell’universo mondo è sempre un qualcosa che fa effetto, un condimento che va bene per ogni pietanza se non una sorta di retorica multitasking laddove la calabresità diventa un tratto di orgoglio che si vuole presentare, dichiarare.
 
Ma, al di là del solito stucchevole politichese di circostanza, non è sempre così. Prendiamo un esempio. Un giorno qualunque, in un capoluogo qualunque, ovviamente del Nord Italia, in Piemonte, in una cerimonia come tante in cui i premi diventano simboli di un ricordo per riempire un giorno di orgoglio sportivo. Ebbene, diventa quasi normale il richiamo alla regionalità, al sentirsi espressione di una comunità esordendo, come autorità politica regionale, con un “…noi in Piemonte…” o “…noi piemontesi…”. Di certo un sottolineare necessario per dovere e, anche, per identificazione con l’essere parte ed espressione di tali radici comuni. C’era, però, qualche nota che stonava a tali latitudini. Una nota se non di colore quantomeno di forma e di chiarezza, magari dovuta e mai suonata.
 
Quello che, a fronte dei diversi incarichi politici svolti in questa terra del Nord, l’autorità nei suoi happening non avrebbe potuto dimenticarsi o pensare che altri se ne dimenticassero: le sue radici. Così, al termine dei discorsi introduttivi o dei saluti finali ho pensato, nella speranza di fare un gesto di cortesia, di ricordare alla stretta di mano che fosse calabrese come me. Probabilmente tutto questo potrebbe non meravigliare il lettore o, quest’ultimo, potrebbe legittimamente pensare che in fondo anche questa onirica rappresentazione dell’io nascosto possa rientrare in una sorta di scontato, di normalità. Ma non è così.
 
L’idea delle radici non sottende un distacco dalle società che ospitano culture diverse. Essa è un patrimonio di valori e di tradizioni che ereditiamo e di cui ne siamo portatori man mano che le nostre vite si svolgono nel cammino dell’esistenza. Un’esistenza fatta di quotidiano dove i confini fisici hanno di certo poca importanza. Tuttavia, ci sono confini dell’anima che chiedono di essere compresi e non spazzati via per un vago senso di assimilazione per il quale crediamo di doverci costruire una nuova immagine di noi stessi. Assumere questa forma di pensiero del non ricordo, o del non ricordare, o del non dire significa, trsaferito su piani più concreti, non avere più un contatto con la propria terra e soprattutto, sentirsi non più in dovere di dare un contributo alla sua immagine o al suo successo o per promuoverla dove possibile.
 
Dimentichiamo, e a questo punto credo consapevolmente, che il successo di una terra di emigrazione è dato dalle “rimesse” dei suoi emigranti che non hanno solo un valore economico, ma morale, etico. La Calabria esprime da tempo le sue radici solo nelle sagre o nelle sue eccellenze da banco pronto consumo, laddove accomuniamo il nostro essere - al termine di ogni ricordo per dovere più che per convinzione - in un piatto di pasta con il ferretto, magari in salsa piccante di Spilinga. Eppure sviluppo, crescita, promozione, passano dalla credibilità e dalla fierezza di manifesatre la propria appartenenza con fatti e con ricordi ogni volta che è possibile.
 
Dimenticare le proprie radici non fa solo seccare un albero, come recita una citazione ormai così inflazionata da non fare più presa. Fa semplicemente disperdere una comunità man mano che il suo disvalore, al di la delle patologie sociali come la criminalità, lo si rinviene proprio nell’abbandonarsi nel non ricordo, nel naturalizzarsi quale inutile e vana necessità di riscatto pensando di poterci sentire sempre a casa nostra in casa altrui.


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