Ultimi ma non ultimi, sicuramente ultimi

Ultimi ma non ultimiGli appuntamenti con le statistiche hanno generalmente una loro periodicità. In genere si fissano a fine anno o, se necessarie, si determinano in momenti in cui la vita politica di una comunità dovrà affrontare un cambiamento, elettorale sicuramente.
Uno degli appuntamenti più attesi e non ancora giunto, ma sicuramente pronto per le prossime regionali, sarà quello di dare corso ad un’analisi dell’andamento economico della regione, magari per convincerci che vi sia una progressione sull’abbattimento del divario fra Nord e Sud del Paese. Un obiettivo che sembrerebbe facilmente conseguibile ma a quanto pare sostenuto da un reddito di cittadinanza che già crea non poche file agli sportelli postali. Tuttavia, statistiche o meno, il buon senso del quotidiano ci da sempre le risposte che cerchiamo e a cui nessun dato sembra poter sconfessare i disarmanti contenuti. Forse non c’è motivo di ritenere di essere ultimi, quindi, per collocazione statistica.
Forse la Calabria si presenta ultima nel rapporto fra prodotto interno lordo ed abitanti ma le politiche di rilancio di settori economicamente trainanti, come il turismo almeno, riusciranno ad invertire il trend negativo. Forse i dati dell’Unione Europea che pongono la regione quale ultima nella gestione dei fondi comunitari potranno essere smentiti da qui a poco. Forse. Certo è, che le politiche di sviluppo hanno bisogno di idee chiare e di continuità. Di lungimiranza e di obiettivi a medio-lungo termine. Di verifica costante delle possibilità/opportunità offerte ad investimenti coerenti e sostenibili. Diremmo ecosostenibili ed ecocompatibili, in un territorio che presenta un’approssimatività organizzativa evidente e che nessuna pubblicità o altra attività di promozione può nascondere agli occhi di chi vi giunge. Potremmo concordare che l’epoca dei finanziamenti a cascata sia finita. O che sia trascorsa l’epoca degli alibi da mancato intervento dello Stato centrale, ma la rendita da cittadinanza contrassegna nuovamente la classifica tra cittadini di seria A e cittadini di serie B.
Eppure, al di là di questa consapevolezza che ognuno di noi può toccare con mano o che, magari per un senso del pudore si astiene da commentare, ci si chiede ancora una volta: come conciliare lo sviluppo credibile con l’…incredibile assenza di una formazione concretamente utilizzabile in attività localmente definite? Attività produttivamente indirizzate su mercati altrettanto individuati, dalle performances di reddito garantite da un accesso competitivo consentito a produzioni regionali? O risolvere il problema di una qualificazione delle risorse umane sul territorio che non si inserisce in una ricollocazione delle strutture formative in chiave europea? Magari attraverso un’interrelazionalità diffusa e garantita con altri modelli universitari o post-universitari diversificando l’offerta su specializzazione e capacità necessarie alla regione e restringendo il campo d’azione alle facoltà tradizionali racchiuse, peraltro, in un sistema di polverizzazione dei rettorati?
Come conciliare uno sviluppo che chiede di recuperare tempo e spazio, nell’assenza di reti che superino l’isolamento che per una regione continentale è altrettanto più sensibile per il non felice rapporto fra la sua continentalità e la difficoltà di percorribilità di merci, persone e servizi, da Nord verso Sud e da Sud verso Nord? Forse un TAV garantirebbe un’accelerazione della migrazione da Sud verso il Nord per un’aspettativa di servizi più sicuri e per strutture più efficienti, magari apparentemente, ma sicuramente più ordinate? O forse si tratterebbe, immediatamente, di tener conto dell’assetto territoriale che dovrebbe essere ridefinito in chiave efficientista e di apertura all’iniziativa del singolo iniziando a mettersi in gioco personalmente, secondo capacità proprie, in un clima di imprenditorialità diffusa e senza confini? Non è sufficiente stigmatizzare qualcosa di positivo se poi sanità e trasporti, territorio e ambiente ci sconfessano nel quotidiano. Come non è sufficiente dire, per volersi riproporre in una corsa elettorale, che ricandidarsi servirebbe a completare quanto di incompleto è rimasto. Se l’incompletezza è la cifra distintiva di una politica inconcludente.


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