Legalità differenziata

Legalità differenziataInteressante l’incontro di qualche giorno fa sul tema dello scioglimento dei comuni. Interessante per due ragioni. La prima, per una sorta di coraggio dimostrato nell’aver tentato di mettere in discussione un argomento che, al di là della sua complessità, si presenta non agevole politicamente dal momento che la legalità è ormai un valore multistagione e, quindi, particolarmente condizionato dall’uso che ne viene fatto.

La seconda, data dalla presenza di alcuni parlamentari di diversa esperienza e di diverso colore, accomunati, ovviamente in senso tardivo dal loro argomentare, da un sacro fuoco legalitario e garantista che meraviglia al presente ma che, ragionando al passato, poco avrebbe da stupire per posizioni strumentalmente assunte giocando sul giustizialismo di rimessa se utile e funzionale per colpire la parte avversaria. Ricordando a chi fosse di poca memoria giuridica, oltre che etica, senza sconfinare nel moralismo d’etichetta, che la legalità - quale valore concretizzato nel rispetto delle norme di uno stato democratico e di diritto - non ha e non può avere colore politico, mi ha sorpreso la profondità, degli interventi. L’acutezza delle riflessioni, lo spessore delle argomentazioni, possiamo scrivere così, che dagli assunti normativi sui quali si poggia una legislazione preventiva - sicuramente con molte lacune in termini di procedure e di garanzie - ha permesso di dare corso ad una sorta di disquisizione sul cosa fare a distanza di anni e di sospensioni/scioglimenti.

Ora, senza voler sconfinare in un’ironica analisi degli interventi, vorrei sottolineare come e in che misura vi sia una responsabilità etica, prim’ancora che civile, da parte di chi avrebbe dovuto rappresentare i limiti ed i pericoli di una sospensione dei processi democratici elettorali e di governance dei comuni in momenti più utili ad evitarne l’ecatombe. Fermo restando che la criminalità organizzata, al di là del brand etnico-culturale a cui ci si vuole riferire per utile marketing mediatico, è di per se policentrica - ovvero non risponde ad un colore di partito ma guarda alle utilità possibili nel condizionare l’una o l’altra forza politica – va da se che l’impegno dello Stato è quello di garantire con la propria azione in concreto, senza pregiudizi e senza costruire fumus di vario titolo, il regolare andamento della vita democratica della comunità.

Una garanzia che non si costruisce esclusivamente con strumenti d’azione repressivamente preventivi, ma con il sostegno e la fiducia a chi si assume il ruolo di guidare una comunità. Il contrario, dimostrerebbe il limite dello Stato ad assicurare un regolare e compiuto andamento della vita civile di un comune nel suo momento più delicato: cioè nell’esercizio del massimo diritto civile possibile che è rappresentato dal diritto di voto. Un momento fondamentale nel quale, a diritti dati di elettorato attivo e passivo, non vi sono eccezioni possibili se non dettate da un’esclusione dall’esercizio di tali diritti derivate dal riconoscimento di una sentenza passata in giudicato. Ma non solo.

Se poi si ricorresse allo scioglimento, si dovrebbe tener conto che qualcosa allora è sfuggito e che, quindi, il condizionamento presunto delle operazioni elettorali, piuttosto che di gestione da parte di prossimità criminali, di per sé sembrerebbe quasi una sorta di dubbio posto sulla compiacenza o meno dell’elettorato. Il risultato è che anche in questo caso lo Stato dichiarerebbe il suo limite non solo per debito di controllo, ma per dovere di sostenere le comunità nelle fasi di scelta del loro futuro amministrativo. Ciò significa che, nella sospensione delle garanzie democratiche di rappresentanza, ciò che viene meno è quel rapporto di fiducia e credibilità tra popolazione/corpo elettorale e Stato senza il quale ogni preventiva difesa sembra priva di concretezza e, pertanto, utile ad innalzare ancora più in alto quel muro di indifferenza non solo verso la competizione politica, ma verso l’impegno civile.

Aspetti, questi, fondamentali che non solo rientrano in un orgoglio mancato ormai rara avis dalle nostre parti, ma privano di identità ogni comunità divisa tra ciò che rimane del senso dello Stato e una visione parziale, se non strumentale e funzionale ad altre logiche, della legalità. Una legalità ancorata ancora su un non comune esercizio di una difesa preventiva che si risolve nella valutazione dei gradi di parentela, sui cognomi e non sulla configurazione di fattispecie concrete contro le quali procedere. Tutto questo perché, se non ricordo male, il principio costituzionale, oltre che civile, della personalità della responsabilità penale non è ancora stato abrogato.


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