Il complesso di Edipo

Il complesso di Edipo
Nel gioco tra opposti che si attraggono la politica sembra non essere esclusa. In una confusa e a dir poco compulsiva competizione che vede in molti, e forse troppi, ricorrere a soluzioni copernicane nel tentativo di dare credibilità ad una cultura politica che si affida alla retorica di partito piuttosto che a quella dei fatti, il gioco degli opposti sembra tenere banco. In una sorta di contraddizione sui termini, che siano anti o pro qualcuno o qualcosa in senso storico poco importa, si osserva come ogni remora o riserva passata possa essere, forse anche giustamente, rivisitata.
E non si tratta solo di una sorta di ricerca di persone in cui credere o affidare le proprie speranze, o rimettere le proprie incapacità. Ma, molto più subliminalmente, si tratta di guardare l’avversario di ieri come un “nuovo” alleato che possa in qualche misura riscattare delusioni o mancate promesse, pur riconoscendone la diversità di genere …politico si intende. Non vorrei scrivere di leadership dal momento che non vedo leader all’orizzonte né al Sud meno che mai a livello di nazione. L’esperienza italiana non ha creato veri protagonisti della politica se non in casi limitati ma, per quanto autorevoli, di certo non dotati di carismatica leadership se non, forse, nella discussa esperienza craxiana. La sopravvivenza di, alcuni autorevoli, longevi segretari di partito ha soprattutto soddisfatto una esigenza di guida e una necessità di arginare quello che forse è da sempre una cifra distintiva nella storia del Paese in momenti di crisi: la ricerca di un capopolo.
In questa caccia al capo, alla guida dietro la quale schierarsi, non vi sono ragioni di leadership politica poiché non vi sono progetti di cambiamenti veri e concreti di processi e di culture. Sembra esservi solo un sentimento di rivincita o di affermazione di ego diffusi, per i quali ognuno si innamora della propria nemesi se tale versione opposta finisce per soddisfare le proprie aspettative o promette facili conquiste. Al Sud, alla fine, non siamo diversi. Il crollo impietoso della credibilità dei partiti tradizionali di fatto ha spostato l’attenzione verso passati avversari provocando sentimenti passionali nei confronti di proposte ritenute più assertive, che parlano direttamente alle delusioni, affascinando con aperture sino a ieri impensabili ed oggi capaci a varcare ogni confine della storia recente del Paese e del Mezzogiorno. Non c’è bisogno di fare esempi concreti. Ognuno può osservare, in un campo mai così ampio di protagonisti, come in molti si siano innamorati della propria controimmagine, facendosi adottare da un genitore “politico”.

Persone colpite nel cuore dal dardo dell’appeal più strillato applicando, a discrimine, il principio, valido nei rapporti tra Stati in termini di alleanze possibili, per il quale il nemico di ieri può essere l’alleato di oggi. In questa versione tutta italiana, Nord e Sud perdono di significato quasi innamorandosi l’uno dell’altro. Ma non perché vi sia un’idea matura di nazione; ovvero di condisione di una casa comune pur nel rispetto delle diversità. Ma perché è il conto politico delle possibilità che presenta tale liaison per quello che è. Una versione post-freudiana politicamente corretta di amori politici dell’ultima ora scoppiati tra vecchi opposti, espressioni di sentimenti di piazza che sostituiscono quelli passati per i quali il ricordo della storia che non fu, o di un presente che non è stato farà si che il futuro difficilmente sarà.



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