Vanità di vanità

Vanità di vanitàUn noto cantautore titolò così un brano che ebbe un buon successo negli anni Ottanta. Probabilmente in molti associarono il significato di vanità ad un valore estetico molto personale, che distingue l’individuo dalla moltitudine facendo dell’immagine artefatta la propria ragione di successo.

Ma in verità il riferimento era più indirizzato all’idea di vanitas latina che pone ben altre riflessioni. Infatti, vanitas non significa solo di celebrare il proprio ego in una corsa estetica all’apparire ciò che alla fine non si è. Quanto, al contrario, sottolineare le miserie dell’effimero. Un effimero, nonostante si celebrino successi ed eccellenze, che contraddistingue quel Sud cromaticamente a volte presentato con fascino, ma più spesso vittima di se stesso e di una monocromaticità disarmante. Ci siamo sforzati di colorarci da italiani, da europei. Ci siamo impegnati, forse in un esercizio non molto condiviso, di indossare costumi da protagonisti di una storia nazionale complessa, non priva di contraddizioni e di ambiguità, verso le quali non abbiamo saldato un conto nella vita reale che va ben oltre una farsa teatrale degna delle migliori delle tragedie greche.

Cultura, presunti retaggi magno-greci, una riscoperta, se non reinventata, identità neoborbonica o una volontà di darsi una ragione postunitaria di parte e non di colore sembrano non siano stati sufficienti a traghettare in Europa il Sud e la Calabria, con le sue comunità più periferiche, verso un’idea comune senza scrub fai da te. E questo perché, i trattamenti estetici nella storia non sortiscono successi senza un’anima. Ecco, allora, che rimane aperta una questione meridionale, e non solo nazionale, che si svolge man mano, quasi quotidianamente, dalla scuola ai trasporti, dall’economia alle opportunità sociali che fanno di una regione una sorta di spazio politico, sociale ed economico ad opportunità differenziate dove nessuna maschera esfoliante può nasconderne le rughe.

E non è ironia o retorica da giornale. Né si tratta di svuotare di significato anche sforzi di volontà non di secondo piano, diretti a promuovere eccellenze di vario genere. Si tratta semplicemente di essere realisti, di evitare di farsi stritolare dalla morsa di una terra che sfoggia solo make-up criminali, che politicamente si lascia lusingare da cosmesi personali piuttosto che di comunità. Ecco, allora che, visti i risultati, non quelli decantati, ma considerati a conti fatti da economisti da strada, cioè da chi guarda, osserva, riflette sul tangibile e misurabile, sembra che non solo l’Italia sia lontana dall’Europa, ma che le regioni del Sud e la Calabria in particolare siano molto lontane da entrambe.

Non vi sono remore su quanto e come sentirsi parte di una storia e non vi sono toilette che reggano. O si diventa protagonisti o si rischia di restare marginali a qualunque processo di crescita, e a nulla valgono gli sforzi di comunicare ciò che, nella sostanza delle cose, poi non è. Se ci affidiamo al corso della cultura, alla sua promozione, dovremmo essere consapevoli che partiamo da culture subalterne, se si vuole dignitosamente maturate in un’interpretazione localistica della vita. In fondo, da luoghi di conquista e mai affrancatisi dal padrone di turno, anche il ricordo di una visione magnogreca, ad esempio, non è una peculiarità.

Essa è una condizione storica di culture giunte da un altrove e che, come tali, rimangono ancorate al ricordo di una storia non nostra. Infatti, non ci sono eredità nella nostra visione del mondo che abbiano fatto dell’universalismo ellenistico, ad esempio, un motivo di successo, o della dominazione romana un’opportunità di sviluppo graduale nei secoli che non andasse oltre l’essere funzionali alle esigenze dell’impero. Se questo è, come lo è con buona pace dei difensori di una cultura autoctonamente neoellenistica e poi neoborbonica, possiamo spiegarci la nostra marginalità, le nostre distanze dal resto di un’Italia che, al contrario, delle esperienze europee ne ha tratto efficaci sintesi.

Ma possiamo dimostrare a noi stessi anche la distanza dall’Europa quale simbolo di un’idea culturale unita nella diversità considerato che il nostro orizzonte, globalizzazione o meno, non va oltre il limite del punto di vista del bisogno, delle ragioni del momento, della ricerca del potere personale, quasi a riscattare l’esclusione storica dal mondo che conta. E, allora, se queste sono le costanti di una storia incompleta possiamo spiegarci, al di là della cosmesi del giorno, molte cose che ci riportano al quotidiano, visto e vissuto. Dalla sanità alle vicende del porto di Gioia Tauro, dalla mancata Alta Velocità alla mobilità che stenta a rimettere in corsa risorse e persone.

Il Sud e la Calabria rimangono, ancora oggi, sottosistemi che viaggiano da soli, che non fanno dell’interdipendenza un’occasione di competizione, che si leccano continuamente le ferite da criminalizzazione, che si compiacciono in uno specchio autoreferenziale laddove piccole cose sembrano grandi conquiste, mentre chi ci circonda, altri Sud compresi, corre a velocità diverse. Puntare su uno sviluppo autopropulsivo significherebbe realizzare modelli culturali diversi. Significherebbe costruire un sistema condiviso di governo locale e di partecipazione che metta da parte egoismi e individualismi da rendita partitica.

Ma questa sembra essere un’utopia poiché la novità non è una questione anagrafica, ma di freschezza di idee. Ma se il fascino del potere giustifica solo la corsa alla sua conquista e alla sua conservazione, nessuna freschezza di gioventù potrà modificare tale reiterata condanna. Se i giovani correranno con le stesse ambizioni dei padri… politici, nessun vento di cambiamento spazzerà le nubi per permetterci di guardare oltre le colline della nostra ingiustificata, e inutile, vanità.


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