Alla ricerca della credibilità (perduta)

Alla ricerca della credibilità (perduta)Non è certo un esercizio così raro cercare di dare un senso ad un termine come credibilità a cui però, per coerenza di pensiero, si dovrebbe aggiungere quello di legittimità se non di legittimazione. Questo riguarda le relazioni professionali, laddove ruoli e funzioni impongono una certa gerarchia, quanto le relazioni politiche allorquando si ricerca un consenso costruito su una sorta di delega solenne.
Ovvero, quando la legittimazione viene favorita, se riconosciuta, dalla credibilità di chi accreditando terzi ha il ruolo di un presunto leader o di influencer. Ebbene, leggendo le notizie che scorrono nell’implacabile progressione della rete non mancano opinioni, se non vere e proprie indicazioni, su che cosa fare, chi scegliere o chi proporre per quell’elezione o per l’altra. Che il faro, non più solo romano, delle segreterie dei partiti abbia sempre illuminato la via calabrese verso la competizione elettorale è un fatto.
Come è un fatto che ogni concorrente si sia posto alla ricerca di un proprio dominus per poterne rappresentare l’espressione locale, risultato di un’investitura di un neovassallo del principe di partito o del famoso anchorman di turno. Una prassi, se non proprio una cultura, che non è di certo svanita. Processioni romane, milanesi se non pontidiane o happening anche di noti critici d’arte prestati alla politica - e di cui ne abbiamo anche aperto le porte alle liste ad personam in passato - dimostrano quanti e in che termini, di potere ovviamente, ognuno è ancora una volta alla ricerca di un ruolo nel suggerire chi e come candidare piuttosto che altri in Calabria.
Un’ingerenza voluta, se non addirittura richiesta, cui ci affidiamo per sentirci parte credibile di un’idea se non di un’ambizione personale. Una singolarità che a quanto pare alberga nel DNA della politica regionale. Dall’essere espressione dichiarata di leader nazionali, o di personaggi che interpretano la politica come se fosse un amplificatore del proprio ego, in Calabria non ci siamo fatti mancare nulla. Dalle convention nelle quali si sono invitati gli esponenti “forestieri” cui offrire la nostra disponibilità, alle promozioni di candidati da parte di chi ritiene di conoscere, meglio dei calabresi, le necessità di una terra o gli animi di una popolazione.
La corsa a legittimare se stessi, anche oggi, ripropone nuovamente le solite scenografie di una politica e di politici subalterni. Presunti o possibili candidati che si mettono alla ricerca di un testimonial che sia mediaticamente, oltre che politicamente, riconoscibile secondo il povero convincimento che la notorietà sia condizione necessaria e sufficiente per attribuire ad esso credibilità e, con questo, aumentare le soglie del consenso. Se ricorressimo alle riflessioni dell’eclettico biologo e filosofo francese Jean Rostand, potremmo anche dire che il destino dell’uomo sia quello di crearsi degli dei sempre più credibili.
Dei, ai quali dopo una sconfitta, o ai primi insuccessi o al sentirsi “scaricato” se non ritenuto utile, l’uomo stesso crederà sempre meno. Ma è proprio questo credervi sempre meno a chi si chiede legittimazione che alla fine condanna una simile pratica e chi vi ricorre. Quella dell’uso dell’altro per coartare volontà o sentimenti della comunità affrancando se stesso da ogni capacità di dimostrare, da solo, le proprie capacità e la propria buona fede. Cioè, di essere credibile e legittimato dai fatti e non da blasonate amicizie, ancorché utili, ma di estrema e poco elegante circostanza.


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