Garantismi dell’ultima ora

Garantismi dell’ultima oraNon so quante volte avrò scritto di legalità e garanzie. Forse tante. Magari Troppe! Tuttavia leggo di difesa delle garanzie e della dignità dell’indagato, di affermazione della legalità, di riservatezze varie nel condurre un’indagine. Dichiarazioni che spesso si sovrappongono o entrano in collisione creando attriti che, di fatto, denotano una sorta di scollamento tra poteri, politici e giudiziari, e tra questi e la cosiddetta società civile. Ovvero quella società, politicamente laica, ma spesso solo apparentemente, che dovrebbe rappresentare il luogo di maturazione di coscienze e consapevolezze diffuse, attraverso le quali affermare un senso di civiltà compiuto.
Non tocca certo a chi scrive, o a chi legge porsi quale censore o giudice di affermazioni o dichiarazioni su “scorrettezze” varie sottolineate in un pubblico j’accuse, ovviamente preso per com’è! (https://www.cosenzachannel.it/2019/10/10/calabria-verde-mariggio-contro-gratteri-indagini-scorrette-dai-suoi-pm/). Credo, però, con il beneficio di inventario che una simile notizia merita, che un aspetto debba essere sottolineato. Qualunque siano i presupposti di un’indagine, come ben sa chi ha operato nell’ambito di direzione anche di organi investigativi con incarichi di alto livello, vi sono modalità e procedure di cui bisogna tener conto, come esistono garanzie che vanno rispettate.
Tuttavia, credo che in una lettera pubblicamente così presentata, manifestare una sorta di scorrettezza da parte dall’autorità giudiziaria o di organi investigativi sia dal punto di vista di un operatore del diritto di ieri, oggi commissario straordinario, per quanto legittimo se sostenibile, una poco rassicurante manifestazione di un pensiero per il lettore comune. Per due motivi. Il primo, perché così come riportato può essere letta come una sorta di predifesa secondo un vecchio brocardo latino che non riporto nella stesura integrale. Il secondo, perché si alimenta un clima di scontro nel quale, come sempre, al centro vi è la Calabria, i suoi cittadini, il territorio e la credibilità istituzionale.
Io credo, in piena libertà, che ognuno di noi possa e debba avere delle opinioni. Ma esprimere un’opinione con l’intenzione di renderla suffragata e condivisibile richiede anche alcuni passaggi. Il primo, è che colui che la esprime dovrebbe essere non direttamente coinvolto e lasciare a terzi il compito di rappresentarne le esigenze o le riserve con l’uso degli strumenti che il diritto mette a disposizione a tutela di chiunque, a garanzia dell’operato sia di un organo investigativo che giudiziario o censurandone l’agire. Il secondo, è che suffragare determinate affermazioni richiede anche un’indipendenza intellettuale, non legata a vicende o legami politici sui quali si si sono definite nomine commissariali o altri incarichi strettamente connessi con le scelte operate dal governo regionale o da chi lo rappresenta.
Ricorderei, pensando a chi ha fatto dell’esperienza vissuta un motivo di giusto orgoglio, che in molti, tanti e forse troppi, hanno invece usato il silenzio e poi la parola, scritta o meno, per affermare con compiutezza di elementi l’estraneità ad ipotesi di reato formulate da organi investigativi o giudiziari, pur con molte riserve sul modo di agire. Un silenzio premiato dal vedere impianti investigativi dissolversi, ad onor del vero, per mano degli stessi magistrati, facendo recuperare il valore ritenuto leso con la verifica successiva. Un silenzio che ha ritenuto che portare il livello del confronto con un potere dello Stato sul piano di una polemica predifensiva non avrebbe chiuso ogni ragionevole dubbio.
Sono argomenti, questi, che chi oggi ritiene di essere stato ingiustamente coinvolto in un’indagine dovrebbe conoscere dal momento che, prim’ancora che essere commissario di una realtà regionale, ha ben noto il mondo nel quale in molti abbiamo o vi operiamo tutt’oggi. Essere garantisti e riconoscere la necessità che siano tutelate le ragioni di una difesa non è una moda o un argomento da tirare fuori dalla bisaccia delle nostre anime solo quando siamo chiamati, giusto o sbagliato che sia, a dover rispondere del nostro operato in prima persona. E’ un valore che dura nel tempo, che prescinde dalle sensazioni che abbiamo nei confronti di noi stessi o degli altri. E’ un valore che deve far parte di quel bagaglio etico a cui ogni operatore di polizia, ogni comandante, si è ispirato nel suo passato, o vi si ispira a tutt’oggi, perché sancito da norme costituzionali e procedurali.
E, questo, perché, correttezze o scorrettezze, e qualunque possa essere il contenuto a sostegno della propria estraneità o della propria buona fede, saranno sempre i fatti che faranno la differenza. Cioè, quei risultati concreti che, al di là della carica ricevuta, saranno poi alla base della fiducia verso un operato - soprattutto se commissariale perché si ritiene affidato sulla scorta di riconosciute competenze e professionalità - del quale i primi controllori sono, e dovranno esserlo, alla fine di ogni vicenda i cittadini calabresi.


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