La Calabria e la politica al tempo di Cetto

La Calabria e la politica al tempo di CettoLa politica è un affare pubblico. Una sorta di impegno e partecipazione alla vita della propria comunità credendo di poter rappresentare, e risolvere, problemi e ansie, confidando sia nella capacità di chi si assume un ruolo di guida che nel buon senso di chi tale ruolo lo avrebbe assegnato e dovrebbe farlo di qui a breve con il voto. Ovvero, con una manifestazione di fiducia e non di sterile delega del tanto per. Ma non basta.
La politica, o il fare politica, non può assumere ancora oggi le vesti di un affare per pochi e, soprattutto, l’essere considerato un luogo di oscuri compromessi se non il modo migliore di soddisfare interessi di gruppi o di persone lasciate alla loro vanità, al loro modo di celebrare un successo sociale ponendosi come sempre a signori del luogo. Così come il ritenere che la politica sia servizio, pur nel suo più nobile e sincero significato non può continuare a scadere nell’ipocrisia più evidente. Un’ipocrisia, celebrata da sacerdoti dell’effimero convinti, questi ultimi, di avere a disposizione una platea di replicanti se non di oranti fedeli del momento.
In questa catarsi poco onirica in cui ognuno di noi forse per spirito di sopravvivenza cerca di rifugiarsi, lo scontro per le candidature si dipana senza tregua, quasi a dare pieno titolo al mantra di Cetto che di fatto si è sempre in guerra per un posto al sole, come dire? ...Siamo in guerra, un’elezione dopo l’altra… In questa rappresentazione di come e in che termini sia crollato il confronto politico regionale - quasi a volersi porre come laboratorio o emblematico caso di studio della confusa e poco onorevole situazione italiana - la Calabria vede il riempirsi giornali e non solo di dichiarazioni di sostegno, se non di indicazioni vere e presunte di possibili candidati - che stentano però a farsi carico del ruolo che gli si vorrebbe assegnare - provenienti da esponenti che della politica calabrese hanno deciso tempi e modi insieme al proprio tutor romano.
Esponenti che, nell’indicare un candidato piuttosto che un altro, sembrano giocare al rialzo l’uno contro l’altro, nell’affermare quello che tutti si aspetterebbero ma che non accade. E, cioè, un rinnovamento vero delle scelte e molti passi indietro di chi, in politica da anni, indossando i più variopinti vestiti ha creduto, e crede ancora oggi, di poter dettare le condizioni per il futuro di una terra che ha bisogno di idee e soluzioni, e non di retoriche note e stranote. Dinastie politiche che si espongono più di ieri e senza alcun timore, quasi a manifestare un senso ereditario di una nobiltà decadente poco incline allo stile, ma votata alla familistica visione di un potere i cui risultati sono sin troppo evidenti dappertutto, dagli angoli delle strade alle corsie degli ospedali, ma che non appartengono alla vita di coloro che volendo decidere di quella altrui, risolvono la qualità della propria altrove.
In questa ormai consolidata cerimonia dell’investitura al momento mancata, alla fine si inserisce un Re emblematico e risolutore. Un sovrano le cui performance dialogiche abbracciano ogni angolo dell’esperienza politica di una regione che, nel non rispondere alle provocazioni cinematografiche, sembra nel suo silenzio ammettere che in fondo questi siamo e che la ricerca di controfigure poteva essere non necessaria se non legata a motivi di ripresa. Il risultato diventa così l’efficace sviluppo di una fotografia impietosa, celata senza troppi veli da una saga giunta al suo terzo epilogo, dove anche l’annunciata Calabrexit non farebbe notizia.
E, questo, dal momento che da tempo siamo usciti dal novero degli standard - non solo europei, ma anche di qualche paese a noi prossimo al di la del mare - in termini di capacità amministrativa, di occupazione, di produttività, sanità, trasporti se non di istruzione, collezionando solo ultimi o penultimi posti. Ecco, allora, che l’offerta di un Re bislacco nel suo essere trash non scandalizza nessuno, perché ognuno cercherà di sorridere di se stesso ritenendo che il prendersi in giro sia una dimostrazione di civiltà e di sana ironia. Ma in verità, ognuno scadrà in quel qualunquismo di cui il qualunquista Cetto ne ha fatto un valore dal momento che proprio questo valore determina il nostro vivere. Un’ironia qualunquista che nel suo realismo senza sconti, infattamente, ci traghetta nelle verità di ogni giorno, testimoni senza alibi della nostra marginalità e di quella di un’intera regione.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.