Eccellenze senza ordinario

Eccellenze senza ordinarioIn questi ultimi giorni ho letto molto spesso articoli e commenti sulle imperiture vicende della Sanità calabrese. In fondo, è vero, non mancano occasioni e opportunità, a volte spiacevoli, per approfondire un tema che dovrebbe essere caro ad ognuno di noi. Ma ciò che mi ha colpito, ma forse non più delle altre volte, è il continuo ricorso al termine “eccellenza”.
Per carità, non si tratta di un refuso estrapolato in termini di significato da un manuale di cerimoniale in uso nelle pubbliche sedi. Neanche di un richiamo a titoli sopravvissuti ad una nobiltà borghese, legata al burocratese, che precede con la sua altisonanza la carica di chi la riveste. No! Si tratta dell’eccellenza che supera la normalità del quotidiano. Di qualcosa che ha in sé una nobiltà di pregio, che le rende unica e inimitabile nelle sue manifestazioni, nei suoi contenuti o nelle sue attività. Eccellenza: cioè un qualcosa che sottende qualità di sommo pregio o gradimento, unicità, perfezione, insomma, qualcosa di raro e di inimitabile.
Ebbene, ho imparato senza grandi sforzi, baloccando tra un dove e altrove italiano, che vi sono molte eccellenze. Gastronomiche, produttive, artistiche e, alla fine e per fortuna, anche medico-professionali. Ma ho imparato, soprattutto, che l’eccellenza viene collocata molto spesso e bene laddove la normalità scompare o diventa, la normalità, l’eccezione eccezionale. Non tocca a chi scrive entrare in un merito che tecnicamente richiede titoli e capacità che non ho e che non mi riconosco.
Tuttavia, da semplice mestierante della vita, guardo e osservo che ogni volta che si riducono fondi a strutture di ricerca ci si rifugia nell’eccellenza offesa o non riconosciuta se non abbandonata. Ora, senza troppi moralismi o rimpianti tipici di un Sud che scopre la ricerca da copertina quando serve, credo che una buona dose di sincerità dovremmo anche donarcela per non andare fuori da una celebrazione a volte autoreferenziale. Dovremmo essere così sinceri da dire perché ci scandalizziamo sull’eccellenza dimenticata o abbandonata dai fondi promessi e non più elargiti e non ci preoccupiamo delle risposte che ogni giorno centinaia di persone attendono in un’astanteria di un DEA, o in una corsia di un reparto, se non negli angoli di corridoi prossimi alle rianimazioni o alle sale chirurgiche.
Credo che ricorrere all’eccellenza possa essere utile, giusto e necessario. Ma l’eccellenza ha regole di fondo che si misurano con le capacità che sul campo si dimostrano, laddove si eccelle in cure e in programmi e non solo in, seppur nobili, attività finanziate. Se così fosse, probabilmente dovremmo osservare un’inversione del flusso verso la salute che non mi pare abbia mutato la sua rotta: cioè da Sud verso Nord. Credo che l’eccellenza sia, e debba essere, il completamento di un percorso formativo e di offerta di servizi che nella loro capacità di cura, nel caso della sanità, attribuiscono credibilità e dignità alla ricerca perché creano, nella loro funzionalità, quella fiducia che è necessaria per ritenere ogni sforzo sperimentale adeguato, funzionale e, pertanto, necessariamente finanziabile.
Credere che i centri di eccellenza possano vivere in una dimensione edulcorata dalla reale offerta sanitaria può certo essere di utilità a chi opera e con sicuramente con buona maestria. Ma alla fine i conti si fanno sempre sui numeri, sulle qualità di cura e sul quotidiano. E su questo la normalità chiede il suo posto, e la sua giusta attenzione!


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