Riflessioni pandemiche

Riflessioni pandemiche
Scrivere di Sud in questi mesi non è certo semplice. E non perché manchino gli argomenti. La generosità del quotidiano in questo caso è quasi unica e fa concorrenza solo con le bizze di un virus che scuote un Nord svegliatosi nelle nebbie di un’emergenza senza preavvisi.
E’ difficile perché non si comprende, a distanza di qualche settimana, e in un Paese ormai ostaggio di una sindrome ossessivo-compulsiva da epidemia da disabilità nazionale, come e in che misura il Sud intenda apprendere le lezioni che la prova del virus ci offre. La verità è che in molti, troppi, si sono distratti in questi giorni da ciò che è accaduto altrove o di cosa si nasconde dietro l’emergenza da salute pubblica. Ad esempio la puntualità romana si è preoccupata, nelle pieghe della paura da contagio, di far passare un decreto che abbatte a vario titolo le tutele della privacy e che riduce, secondo le interpretazioni di un Dioniso di nuova generazione, ogni garanzia introducendo a strumento cavalli degni di un Ulisse stellato.
Un prodigo internauta senza vello alla ricerca, sin dentro le cucine di casa, …se non in un più intimo altrove…, di un indizio che possa avvallare una tesi investigativa, un’indagine da copertina. Oppure, un’emergenza sanitaria che dipinge senza troppe nebbie ormai, il collasso di una sanità pubblica depredata dalle logiche partitocratiche e che se al Nord si è difesa per scelta diffusa delle comunità, al Sud si è man mano asciugata affidandosi alla “privatizzazione” assistita delle prestazioni, ovvero alle visite specialistiche e alla diagnostica in convenzione.
Un Sud, e una Calabria, che ancora oggi non sembrano manifestare una sorta di sussulto sul fronte della qualità della legalità istituzionale, oltre che sociale né nella razionalizzazione e ridistribuzione della sanità, restituendo al cittadino quella fiducia che anni fa, nella molto più modesta offerta, comunque gli ospedali fornivano. E sanità permettendo, nella disunità di un Paese ci potrebbe anche stare una sorta di espressione di cattivo gusto e, forse, molto indigesta per noi che cerchiamo nella dignità, quando ce ne ricordiamo il valore, il nostro distinguo. Ma per farlo dovremmo essere convinti che ogni offesa alla dignità criminalizzata preventivamente diventa una ulteriore condanna al limbo degli inerti.
Così come, se si parla di salute ed economia, se si ferma il Nord del Paese, mandato avanti con le braccia e le menti del Sud, il Sud annaspa e rischia di cadere vittima delle sue stesse inefficienze. In un momento nel quale gli Anni Venti di questo secolo sembrano voler scimmiottare i Roaring Twenties del Novecento, ma con una più ampia frenesia che si affida alle amplificazioni mediatiche, rischiamo di essere, tutti, vittime senza confine, ostaggi di una pandemica rassegnazione perché non capaci di riunificare le nostre vite su una prospettiva di dignità per il futuro.
Eppure abbiamo visto nella storia che né il vaiolo, né il colera, né la poliomielite, né le condizioni di una perduta gente oggi senza memoria hanno fermato uno Zanotti Bianco. Ciò che rattrista oggi è la rassegnazione e l’assenza di un rigurgito di efficienza e di volontà di cambiare, di rendere un orpello di un passato non cestinabile e desueto, capovolgendo la frase che prendo in prestito da uno Stajano e dal suo Africo per la quale ben più triste della morte ci è l’abituarsi. Ebbene, se la metafora ha un senso, anche abituarsi alla scomparsa progressiva della civiltà e delle ultime speranze di crescita è ben peggiore di qualunque epidemia e di qualunque grido di aiuto che si leverà alla bisogna, che sia dal Sud verso il Nord o dal Nord verso il Sud.


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