Domani un altro giorno

Domani un altro giornoCi sono vari momenti della nostra vita che si presentano come degli appuntamenti con il destino o, forse, con l’improvvida nostra tendenza ad essere fatalisti. Una sorta di retaggio culturale che ci rende vittime a volte di un presagio, a volte di una realtà impietosa verso la quale ci sentiamo incapaci di poter intervenire. Forse perché piccoli, di certo subiamo il nostro essere rinunciatari o crediamo che la rassegnazione del dato di fatto sia l’unico modo per poterci illudere che, prima o poi, qualcosa cambierà.
Un comportamento non nuovo, che mettiamo in pratica spesso e, quasi sempre, tipico degli appuntamenti elettorali. Questi, ultimi finiti, ogni volta, con molti, tanti se non troppi nulla di fatto. Ora credo, in tutta franchezza, e sbirciando nei post e social delle anime digitali che vivono insonni questi giorni, che vi sia ancora oggi questa tendenza al lamento, alla rivendicazione a prescindere dai meriti. Una prassi, questa, condotta dietro uno schermo e affidandosi, nei commenti, all’acredine per mestiere di coloro che criticano dovunque e comunque ma non hanno, credo ancora, ricordo dell’aver mai fatto qualcosa per qualcuno. Insomma, se l’emergenza di cui scriveremo ancora per giorni - quale argomento che ci colpisce man mano, chi prima e chi dopo, e che rappresenta il nostro misero orizzonte di chi non ritiene la conquista della normalità un valore - non ci farà pensare nel nostro Io resto a casa forzato su quanto sarebbe opportuno fare o avere, allora anche questa occasione andrà persa.
Se non crediamo che sanità anzitutto, ma poi trasporti, istruzione siano diritti prim’ancora che servizi perché riguardano tutta la comunità, e non sono e non dovrebbero essere lasciati all’appannaggio di politici inconcludenti e commissari con carenze da protagonismo, ogni sfida che la vita ci presenterà sarà persa. E non si tratta solo di plaudere per una tenda da triage, piuttosto che arrabbiarsi per una limitata disponibilità di strutture capaci di gestire questa emergenza. Ma si tratta della possibilità di poter contare, sempre, in condizioni normali, di un’offerta sanitaria che dia fiducia in ogni emergenza possibile. Certo, e me ne rendo conto, la capacità di previsione non è proprio patrimonio della nostra cultura: tutt’altro.
Esorcizzare è meglio che prevedere perché possiamo affidarci ai ricordi delle arti esoteriche delle nostre nonne, e perché è più semplice pensare che tocchi sempre agli altri. Ma rendersi conto, oggi, di cosa non si dispone rende drammatico e colpevole ancora di più il disinteresse sul futuro. Certo, vi sono molte iniziative di buona creanza che si manifestano in service di vario genere, e i loghi di cui sono vestite hanno poca importanza. Ma vi sono servizi veri, pubblici, necessari e complessi, che non sono delegabili ai soli politici o commissari, ma richiedono una partecipazione civile e una richiesta di trasparenza nelle offerte e nelle spese che impegnerebbe ogni cittadino al loro controllo.
Capisco che chiedere una rivoluzione interiore verso una coscienza più civile che individuale rappresenta una sorta di scoglio storico e sociale, potrei anche dire culturale, da superare. Ma, francamente, proprio in nome delle persone meno fortunate, di coloro di cui ogni giorno ci si preoccupa al tempo del contagio, che si guardano nelle rughe di una vita trascorsa nei piccoli paesi ormai dispersi nella memoria di un ritorno, forse dovreste, dovremmo, ripartire da un punto di ripristino. Da un giorno che sia a cavallo tra il passato e il futuro, tra il ricordo di una persistente rassegnazione asintomatica e la contaminazione virtuosa, ma troppo umile forse, della dignità. Dal passaggio dalla quarantena della coscienza, al riscatto senza rancore e senza alibi. Dal ieri prima, e dal domani che sarà.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.