Paura, coraggio e i conti con la realtà

Paura, coraggio e i conti con la realtà
Paura e coraggio molto spesso vengono visti, interpretati o percepiti quasi come sentimenti antagonisti, incompatibili se non completamente conflittuali. Ma non solo. In questo momento, in particolare, si gioca una partita tra l’idea di poter guardare al futuro con maggior sicurezza e favore e il timore che qualcosa possa cambiare, che ogni nostra certezza, ammesso che tale potesse essere ritenuta, sia messa in discussione.
O, meglio, che il nostro, per quanto piccolo, mondo nel quale ognuno di noi galleggiava non sia più disposto a sorreggerne il peso. In questi giorni si è letto di tutto a proposito, e scorrendo tra le pagine non mancano sacerdoti funesti, positive sibille e qualche oracolo più o meno blasonato, o autoproclamatosi esperto che oltre al gridare all’untore divide malati veri, presunti o presuntivamente sani al di là del netto della conta delle vittime e poco importa se “per” o “da”. Ma tra chi invoca misure ancora più strette, declinando miseramente il fallimento del buon senso degli italiani e chi fa i conti con i posti letto disponibili nel caso di un’emergenza, non vedo differenze nell’aver permesso che ciò accadesse.Non ci sono più rese dei conti da mettere in campo nei confronti di nessuno, né verso chi ha gestito la sanità pubblica e né verso un’utenza assente, convinta che la semplice amicizia da scavalco potesse garantire salute in eterno.
Oggi, in un momento nel quale qualcuno ritiene che sia necessario una sorta di coprifuoco per combattere un nemico invisibile, si rende invece manifestamente chiaro come e in che misura ognuno di noi si è trasformato in ciò che non doveva essere: un prodotto della paura. Abbiamo, e giustamente, manifestato tutte le riserve sulla fuga da Nord verso Sud. Una fuga di corregionali non certo di turisti in affanno che ha messo a confronto due paure: la paura di chi fugge e la paura di chi riceve.
Sono state scritte ordinanze o intimato di non accedere al proprio comune per coloro che fuggivano allo spettro del contagio, che fuggivano da zone rosse di un’Italia che, come la Calabria, è rossa da anni - e non in termini di colore politico ormai stintosi nel vago del decolorato indistinto - per l’incapacità di gestione, di offerta e tutela se non di garanzia di sicurezza sanitaria. Una crisi da qualità, della quale pagano il prezzo i cittadini, il personale medico e paramedico che fa la differenza, coloro costretti a lasciare il passo a chi poteva contare di più sulle benevolenze di chi decideva.
Una crisi, risultato di quei posti mancati, magari promessi, ma mai coperti in nome di tagli che non salvano vite, ma le spezzano nel burocratese del manager di turno. Una crisi che è maturata nell’indecisione più totale, tra strutture prima aperte, poi chiuse, poi ancora riviste o ricondizionate più volte, ma alla fine raffazzonate nella loro distribuzione e nelle loro capacità operative perché frutto delle intemperanze di quel commissario o di quell’assessore. Frutto aspro di risparmi senza anima, che non sono riusciti a creare efficienze di gestione commisurate alla giusta spesa pubblica e al peso e alle necessità dell’utenza valutate distretto per distretto, provincia per provincia. La paura di oggi non può giustificare simili ovvietà, alibi, richieste di copri-fuoco o caccia all’untore.
Non sto qui a ricordare che solo in circostanze eccezionali si vede il valore della persona o anche di una struttura. Ma l’eccezionalità dovrebbe essere un momento di coesione, di aiuto e non di paure che restano tali senza trasformarsi in coraggio. Si, perché la paura, quella vera, dettata non dall’egoismo, ma dal senso del pericolo collettivo diventa uno stato d’animo profondamente necessario, perché essa rappresenta, se non dominata da egoismi, lo sviluppo di quella consapevolezza del rischio che si trasforma in coraggio. In coraggio delle scelte, nel coraggio di non abbandonare chi sta a fianco e chi è lontano.
La paura chiama tutti come responsabili, politici, cittadini e non cerca eroi del momento, ma solo persone che pur avendo, giustamente, …paura non ne fanno un alibi, ma un motivo di coscienza: verso il prossimo, la propria terra e, solo dopo, verso se stessi. Perché se non basta il ricordo della Fallaci per la quale il coraggio è fatto di paura, forse ci farebbe strada dalle periferie del mondo e dell’anima un Tiziano Terzani per il quale il coraggio, quello vero e non mistificato nella pavidità e nell’egoismo dell’io speriamo che me la cavo, può essere solo e soltanto il superamento della paura.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.