Come prima, meno o più di prima?

Come prima, meno o più di prima?Ognuno guarda alla fine dell’emergenza come ad un momento di liberazione e, direi, che ciò è giusto. Credo che ogni manifestazione di liberazione da ciò che ha ristretto la nostra vita in pochi metri quadri per giorno sarà legittima, seppur senza debordare da cautele progressive che ci imporrà la necessità di capitalizzare il risultato per non ritornare al punto di partenza. Ma non solo.
Vi sarà chi nel nuovo orizzonte cercherà di trovare paradigmi esistenziali, nuovi significati che abbraccino la vita di ogni giorno, quella che sarà la nostra nuova quotidianità o i rapporti tra i massimi sistemi dell’economia e della politica. Vi saranno nuovi profeti che cercheranno di ipotizzare un nuovo divenire e altrettanti nuovi esperti che avevano previsto tutto e che si schiereranno tra i primi oracoli del cambiamento. Anche questa sarà una narrativa già vista e che si replicherà senza molte emozioni, se non quelle di far ripartire una nazione e le sue attività produttive e i suoi rapporti sociali forse in maniera diversa.
Tuttavia vi è un rischio. Ed è il solito rischio che colpisce più di un virus fisico quanto culturale: quello di dimenticare presto, di credere che il non prevedere sia la migliore arma per esorcizzare ancora una volta gli imprevisti del futuro. Di un futuro che si presenterà complesso e non in termini di drammi, ma di capacità di gestire la complessità di una vita globalizzata che non ci ha dato il tempo di fermarci. Di tener conto degli imprevisti, lasciati fuori dalla porta di ogni pianificazione per fare strada al momento, alla semplice considerazione che, superata la piena, l’arbusto si possa rialzare e mantenere la sua flessibilità sino alla prossima ondata, sperando che a furia di piegarsi non giunga prima o poi al punto di rottura. Di riflettere sulle nostre responsabilità piccole o grandi che siano nei confronti di noi stessi e degli altri che ci circondano.
Ecco, il rischio è quello di immergerci, ad emergenza conclusa, nuovamente nella frenesia del tempo senza dominarlo, ma diventando ancora una volta ostaggio di una superficialità che ci impedirà di apprendere. E, così, il rischio, soprattutto al Sud, una volta smantellate le strutture dell’emergenza e ritornati alle nostre abitudini - giuste se personali e che ci rassicurino sulle piccole cose, ma pericolose per non utilizzare un altro termine – sarà che non ci interrogheremo più sul come, in che modo e con quali mezzi, idee e capacità di previsione e pianificazione abbiamo affrontato questa emergenza e come potremmo affrontarne altre.
Ma, soprattutto, rischieremo di spostare ogni analisi anche dal come e in che misura uscire da un’emergenza quotidiana senza nuovamente ridare respiro alla rassegnazione indolente. Per questo, al di là di profonde riflessioni filosofiche, restituire senso al domani diventa un esercizio necessario di autoresponsabilità, di partecipazione attiva e non di recriminazione o di spostamento delle colpe verso altri. Un lusso che si pagherà a caro prezzo se non lo abbiamo ancora compreso.


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