Ultime spiagge

Ultime spiaggeChissà quante volte ci siamo posti delle domande su ciò che ci circonda. Persone, avvenimenti che hanno in qualche modo incrociato il nostro vissuto o condizionato le nostre scelte o, anche, quando siamo stati vittime delle scelte o delle non scelte altrui.
 
Di interrogativi ce ne siamo posti molti, tanti e forse anche troppi per vedere, alla fine, quel piccolo mucchio di polvere che ci restava tra le dita - e che vagamente sapeva di risposta data la inconsistenza non solo degli argomenti, ma delle mancate soluzioni che non partorivano da alcuna mente illuminata se non di se stessa – perdersi nel vuoto. Menti autocompiaciute di poter entrare nel dibattito consapevoli, senza ammetterlo, di non poter, ma di non voler soprattutto, cambiare nulla.
 
Certo sarebbe disarmante, oggi, dover rinunciare a porre interrogativi ai prolifici risolutori di ogni problema con il quale conviviamo da anni: sia esso la sanità, il turismo o la pulizia delle strade e il decoro di luoghi estranei a quel gesto di amore che si consuma nell’impietosa paura o nell’esorcismo del tanto tocca agli altri. E, forse, ancor più miserevole, se ci accontentassimo di dare ragione a quell’Ulisse pseudo-irlandese nato dalla penna di un James Joyce mai approdato in Calabria, per il quale è meglio non far domande per non sentirsi dire menzogne.
 
Ciò significherebbe che è meglio non far domande sulla sanità, sulla sua qualità, sulla riorganizzazione di piani sanitari che non considerano le richieste del territorio, sulla ricerca occupazionale quasi come se fosse la quantità il problema e non la qualità della risposta sanitaria, soprattutto nelle emergenze e nella diagnostica vista come capacità di analisi e di tempestività delle indicazioni di cura per non sentirsi dire le solite banalità. Ma non solo. Forse si dovrebbe fare a anche meno di porre domande sulla reale condizione dei trasporti o sulla farlocca pretesa di fare turismo con promovideo ben pagati, autocelebranti un mondo che ha solo necessità di essere se stesso, di amarsi da sé o compiacendosi di autoflaggellarsi e autoviolentarsi.
 
Forse non dovremmo farci delle domande del perché non vi siano piani di rilancio concreto e misurabile delle diverse culture, queste ultime se non viste solo e soltanto come sommate su se stesse, quasi fossero degli adesivi stereoscopici attraverso i quali cerare quelle illusioni tridimensionali che sembrano visioni tangibili, ma decisamente realtà irragiungibili. D’altra parte, qual è la sensazione di fronte all’opera incompiuta di una tenda da triage o l’inconsapevole sguardo sulle bianche, non siamo a Dover, spiagge piuttosto che scogliere non a parete di un luogo in cui il parcheggio resta una avventura per spazi e personaggi che vi si aggirano nel mentre? E’ vero.
 
Meglio non fare domande. Forse cadrei nel sentimentalismo, quasi fossi un personaggio dell’Ulisse di Joyce per il quale il sentimentale è colui che vorrebbe godere senza addossarsi l'immensa responsabilità dell'agire e del giudicare. Ma il sentimento di queste poche righe sono un modo di agire e non solo di giudicare i fatti o il vissuto. Una piccola risposta ad un pericolo di apatia, sotteso ad una apparente voglia di riscatto per soddisfare, a volte, personali gusti estetici.


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