Realtà e Finzione!

Realtà e FinzioneÈ interessante leggere le innumerevoli critiche a un governo regionale o veder tessere lodi, come dico, al Salvatore di turno a ogni giro elettorale.
 
Che si tratti di un comune piccolo o grande poco importa. In questo rito taumaturgico, tipicamente post-ellenico che caratterizza ciò che sopravvive di una cultura apotropaica, ci finiamo periodicamente e, altrettanto periodicamente, cerchiamo la novità in una terra che, di fatto, è ormai il fantasma di se stessa o, ancor peggio, diventata il non-luogo dell’idea di comunità o di crescita considerato che, al di là delle vicende delle famiglie che contano in politica e in molti altrove, nulla si muove oltre la visione mai archiviata dell’epica verghiana.
 
Ora, non vorrei associare la nobiltà del felino citato quale simbolo rituale rito del sistema descritto dal barone siciliano tuttavia l’illusione, non molto ottica, di trovarsi di fronte eccellenze capaci di modificare il lento processo di conservazione della sopravvivenza al cambiamento mi sembra a dir poco un esercizio velleitario. E non perché non ci si potrebbe aspettare un’inversione di tendenza nelle capacità di innovare processi amministrativi e di gestione della cosa pubblica anche al Sud e, in particolar mondo, in Calabria e nelle città calabresi. Ma perché, arrivando al fondo del barile, ciò che resta non è altro che il sapore del passato che stenta a lasciare il campo al futuro e resta lì, immobile sino al momento nel quale potrà mischiarsi al nuovo mosto prodotto dalle stesse uve.
 
Insomma, per farla più breve di quanto non sia capace, evitando metafore anche stagionali, non si vede all’orizzonte una via di qualità per la vita politica locale dal momento che, qualunque siano le condizioni di voto, ci si perde ancora una volta a mettere sul tavolo la ferrea demarcazione tra chi vince e chi perde, tra chi è buono e chi è cattivo, tra chi va per conto suo ben oltre l’opposizione e chi si perde in slogan dialettali votati a murales quali reprimenda del passato senza chiedersi di quel passato, e dell’incuria o del non fare, quanto ognuno di noi sia stato compiacente nel suo comportamento o nei suoi mancati contributi di idee. In una regione che stenta a dare di se stessa un’immagine credibile fondata sulla qualità dei risultati e sulle certezze delle politiche perseguite, in preda alla ossessiva paura di dover soccombere all’emergenza di turno - mentre accetta così l’emergenza ordinaria ponendola a normalità se non giustificandola con buon alibi pandemico – nulla si muove.
 
Al di là delle dichiarazioni, delle iniziative promozionali che non si sono viste nella stagione estiva quali veicoli concreti di rilancio o andando ben oltre le parodie culturali, tutto non solo rimane com’è ma, anzi, ogni happening si pone nella condizione di giustificare la particolare condizione delle relazioni sociali ed economiche condizionate dalle misure di protezione e di distanziamento. Un distanziamento, che diventa parodia dell’essere e delle condizioni dettate da distanze che aumentano sempre di più in termini non aritmetici ma geometrici. Probabilmente, l’idea che il sostegno possa essere una condizione di garanzia nel tempo, tra bonus e redditi vari, funge da assicurazione sulla vita.
 
Ma se anche ciò, in un’ottica di sussistenza sociale, può essere compreso, vi è un quadro etico e morale che non si dipinge da se. Esso richiede consapevolezza, partecipazione, rispetto e idee che non sono negoziabili quando vi è in gioco il futuro di una regione o di una nazione. La deriva autocratica di alcuni sedicenti governatori, di fatto si pone come una corsa verso il nulla, così come sindaci in ordine sparso e artefici di se stessi si trasformano in borgomastri senza manifestare, però, particolari maestrie quanto provvidenziali city manager ritornano al paese promossi da logiche politiche pseudoautonomiste nel tentativo di conquistare, su carri altrui, città ponendo, se così fosse o sarà, il sigillo di una improbabile celtica versione della calabresità.
 
Ma, ovviamente, come ricordava Bertrand Russell nel suo Fact & Fiction (Realtà e Finzione) pubblicato nel 1961, la migliore stravaganza è il credere di essere portatori di verità assolute. In un dialogo nel quale chiedeva al proprio interlocutore cosa ne pensasse circa la lettura di alcuni suoi testi o se ci fossero riflessioni che lo avessero incuriosito, questi rispose che c’era soltanto un’affermazione che lo colpì e con la quale non era d’accordo. Russell gli chiese quale fosse questa complessa enunciazione filosofica che lo aveva turbato sino a fargli cambiare umore.
 
La risposta dell’interlocutore l’essere stato colpito dall’affermazione per la quale Giulio Cesare è morto! Il filosofo, sorpreso dalla risposta e trattandosi di un’evidenza innocua gli chiese come mai tale asettica frase, contesto nonostante, gli avesse suscitato tale meraviglia. La risposta, con tono deciso e per certi versi di stizza se non contrariato del lettore fu: perché IO sono Giulio Cesare!


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