Esperienza (presunta) e mediocrità

Esperienza (presunta) e mediocritàCi sono due frasi di Oscar Wilde, scrittore estremamente singolare e non solo per le sue vicende di vita vissuta, ma per la profondità con la quale descrive con disarmo la società del suo tempo ma che, oggi, potrebbe essere la società del nostro tempo. La prima, è che l’esperienza non è altro (o semplicemente altro) che il nome che diamo ai nostri errori (Experience is simply the name we give our mistakes). La seconda, è che per essere o rimanere popolare sia necessario restare mediocri (To be popular one must be a mediocrity, da The Picture of Dorian Gray).
 
In queste due frasi sono raccolti molti luoghi comuni e alcune evidenze che ci riguardano. La prima, è il nostro modo di giustificare tutto e anche le scelte dei cosiddetti migliori dal momento che sono, o sarebbero, portatori, di esperienza. In questo senso potremmo dire che l’esperienza di una classe politica come quella regionale, ma farebbe il paio con quella nazionale, non è certo cosa da poco conto. Tra politici navigati e naviganti di lista che hanno imparato a nuotare nelle acque sempre agitate della politica del sé, dovremmo essere convinti che l’esperienza si sia posta come un vate pronta a consigliare scelte e programmi.
 
Ora, al di là delle facili e anche stucchevoli analisi sul voto nei comuni calabresi, comprese quelle di un capoluogo, credo che il confronto tra esperienze, di destra o di sinistra, di centro o di periferia, non siano argomenti utili per comprendere quanto accaduto, ma solo evidenze. Al di là dei proclami ognuno dovrebbe chiedersi, a elettorato dato, perché le previsioni per il ballottaggio non si siano avverate o, ancora, quali siano stati in fondo i criteri di voto espressi o promossi al di fuori delle comparsate di partito. E non c’è bisogno di affidare l’indagine ad una Doxa blasonata perché la risposta gli elettori la conoscono bene se l’esperienza, e gli errori voluti o meno, fossero onestamente riconosciuti.
 
Andiamo alla seconda frase dello scrittore e drammaturgo inglese. Per essere popolare bisogna essere mediocre. In questa riflessione si risolve il dilemma non solo della politica di sistema, ma anche della cosiddetta antipolitica, ovvero dell’antitesi del nulla. Credere che le eccellenze possano affermarsi in termini di onesta competizione è pura velleità se non illusione. Diciamolo chiaramente, l’eccellenza, l’eccellente medico, o scrittore, l’eccellente ricercatore non rispondono a criteri obiettivi di capacità ma ad una etichetta funzionale a sostenere una parvenza di qualità da distribuire alle masse quando serve, lasciando che la mediocrità ilare e il pensiero di quartiere rimangano i caratteri a cui si ispira una dialettica alla quale affidare il proprio successo per poi mantenerlo il più a lungo possibile.
 
In questo, in verità, non solo la tradizione politica calabrese rappresenta un case study, ma anche quella italiana non è stata, e forse non lo è ancora, da meno. In queste tarantelle postelettorali, di qualunque colore esse siano, nelle variopinte espressioni di un look travestito da funzionali emergenze sanitarie senza fine, l’immobilismo e la mediocrità sembrano regnare senza concorrenti, dal momento che sono sempre i fatti a parlare per ogni sedicente eccellenza che si presenta al capezzale di una regione in agonia. Ecco allora, che ballare non è solo una manifestazione di festa, se ci fosse da festeggiare qualcosa, ma è la celebrazione di un rito scaramantico, quasi una collettiva volontà di esorcizzare ciò che nel nostro animo conosciamo: la paura di dover affrontare di persona, prima o poi, il giudizio vero ed impietoso della realtà.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.