La sindrome da protagonismo

La sindrome da protagonismo

Avevo citato in una riflessione di qualche settimana fa il celebre romanzo di Oscar Wilde che a tutti noi è stato ricordato con una versione cinematografica abbastanza gradevole qual è il Ritratto di Dorian Gray. Una citazione non casuale allora, ma neanche fuori luogo oggi. Infatti, se osserviamo bene e in profondità comportamenti e contenuti di chi gestisce anime e sentimenti o semplicemente, se si vuole, comunità in senso lato sembra che l’emergenza infinita stia determinando una sorta di spostamento della personalità su piani di particolare visibilità.

 
Una ricerca, questa, rivolta quasi a soddisfare una sorta di necessità di compiutezza individuale. Non vorrei lasciarmi andare ad un senso di critica senza costrutto, ma le imitazioni a piccole dosi nei nostri comuni del Grande Timoniere italico mi sembrano non solo fuori luogo ma contrarie, a ben guardare, al vero scopo che un leader, piccolo o grande che sia, dovrebbe rispondere. In momenti di maggior pressione e incertezza per gli individui che compongono uno spazio politico e sociale organizzato che sia lo Stato, una Regione o un Comune, è il dare sicurezza, il promuovere la fiducia e la serenità che si presentano come elementi di distinguo tra ciò che è credibile e ciò che è mera autocelebrazione di sé costruita sul corso di un’emergenza. La conta statistica, ad esempio, può essere necessaria, e non vi è dubbio, laddove essa risponda, però, ad una necessità di conoscenza e di gestione progressiva dell’evento, ma non può rappresentare un elemento di manovra comunicativa tendente ad aumentare un pernicioso senso di smarrimento.
 
Non può, in altre parole, sortire quale risultato, paradossale se non grottesco, quello di incutere maggiore insicurezza dal momento che, per chi comunica con i dati, la conta viene letta come una incapacità di contenere senza ledere diritti e speranze di poter vivere un quotidiano fatto di serena condivisione. In questa corsa a mettere in mostra capacità, in verità poco reali, e ad assumersi anche compiti e ruoli che non sarebbero delegabili amministrativamente - trattandosi l’Ordine e la Sicurezza Pubblica di argomento sottoposto a riserva di legge - ci si dimentica spesso delle emergenze passate e di quelle che incombono nella vita di ogni giorno perdendo d vista, alla fine, il quadro complessivo nel quale un’attenta e ragionevole governance dovrebbe risolvere se stessa.
 
D’altra parte, e di questo dovremmo farcene una ragione anche nel futuro, ma come è stato nel passato, non ci sono ricette per affrontare un problema sanitario che possano conseguire un successo definitivo ed immediato. Vi è però una certezza che nessun comitato scientifico potrà mai smentire perché appartiene al buon senso, se ancora tale qualità residuale alberga nelle nostre menti: ed è l’evitare di amplificare con la paura un rischio da immunodepressione che si muterebbe in un veicolo ancor più veloce di contagio per altre patologie che colpirebbero la sfera intima, e non solo fisica, di ognuno di noi con risultati altrettanto, se non maggiormente, gravi. Insomma, allargare una sorta di ansiogenesi da tragedia immanente, piuttosto che governare i processi di prevenzione senza pregiudicare quella voglia di vivere fatta di piccole cose, sembra essere quella sfida che non viene colta, o che forse nessuno vuole vincere dal momento che sia i processi emulativi di riti mediatici che l’uso di parole apocalittiche ormai si allargano man mano che si scende verso il basso.
 
Ma, stiamo ben sicuri che non sarà il video dell’autorità di turno e l’incipit del cari tutti che ci salverà. Sarà solo quella voglia di vivere, di cui non mi stancherò mai di ripeterlo, che potrà guidare noi, e i nostri figli, verso una luce grazie alla quale ogni vanità o egocentrica rappresentazione di sé si dissolverà senza lasciare aloni.


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