Covid o non Covid, la Sanità in Calabria non può essere una utopia

Covid o non Covid, la Sanità in Calabria non può essere una utopia
Vent’anni fa, a settembre del 2001, iniziai a scrivere per il Quotidiano della Calabria, diretto allora da Ennio Simeone. Scrissi il primo articolo il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle perché mi sentivo coinvolto, triste e offeso come cittadino europeo, vedevo offesa la cultura di un Occidente che ritiene la vita un bene supremo e non una merce politica. Continuai a scrivere per quel giornale per mesi e anni con la cortesia del direttore che mi dava lo spazio destinato alla spalla se non all’editoriale o quale commento.
 
Eppure, andando oltre quelli che erano e sono da sempre i miei interessi, ovvero l’analisi dei fatti internazionali da un punto di vista politologico, ritenni che non potevo esiliarmi dalla mia terra, se fisicamente per lavoro, ad eccezione della mia parentesi a Catanzaro, quanto meno non lo potevo fare intellettualmente. Avevo diversi motivi per scrivere di Sud e di Calabria visto che le occasioni non mancavano. Potevo mettere in campo la mia giovinezza vissuta tra locride e la cosiddetta Piana (Gioia Tauro e dintorni) e potevo aggiungere anche le esperienze fatte sul campo. Iniziai a scrivere di sanità nel 2007 in un articolo apparso su Il Quotidiano dal titolo Sanità: la tragedia di una politica senza etica. E poi proseguii ogni volta che ritenevo di intervenire sull’argomento con altri articoli di cui ricordo ad esempio Sanità e senso di civiltà ad ogni episodio drammatico che metteva in luce debolezze e lati poco chiari.
 
Nel 2007 scrissi di quando nel 1998, dopo essere atterrato a Reggio Calabria, giunsi a casa, scrissi di sette ore passate in piedi in una notte di luglio in un’astanteria di rianimazione dove io e mia madre da soli, in compagnia delle zanzare le cui punture erano le uniche carezze disponibili cercavamo una speranza nel vuoto della notte. Dall’altra parte della porta c’era mio padre tra la vita e la morte. Nessun medico o infermiere è uscito per chiederci se avessimo bisogno di qualcosa sino alle cinque del mattino. Fu solo un’infermiera, neanche il medico, che ci informò che mio padre non ce l’aveva fatta. Non misi in discussione il chirurgo di allora, poi chirurgo altrove, ben lontano dal Sud perché lo ritenevo una persona che aveva fatto sicuramente il possibile. Tuttavia, mi chiedevo perché la sofferenza di un parente doveva proseguire nel dramma della morte senza alcun sentimento.
 
Mi chiesi perché un obitorio in un luogo che si presenta con una consapevolezza di civiltà magnogreca verso tutti, morti compresi, si fosse ridotto ad un seminterrato con un cadavere messo lì, su una lastra di marmo e, per la cui cura, dover elemosinare un minimo di rispetto offrendo una mancia per riassettarne i poveri resti. Mi sono chiesto perché si dovesse essere umani, almeno nelle facili apparenze, sino all’ultimo minuto di vita e poi non lo si era più. Mi sono chiesto in questi anni, guardando da lontano quell’ospedale e raccogliendo i racconti della mia gente, perché ad esempio, tra le tante cose che andrebbero rifondate, non vi fosse una vera, efficiente e attrezzata Medicina d’urgenza quale unità complessa e non una corsia. Me lo sono chiesto mentre entravo un giorno in quell’ospedale il cui pronto soccorso si presenta ancora oggi senza pensilina all’arrivo delle ambulanze.Mi sembrava di essere dovunque, ma tutt’altro che in un minimo poliambulatorio d’emergenza con una minima capacità chirurgica come visto altrove. Un momento di smarrimento e di riflessione da militare che mi ha fatto pensare che forse era meglio essere ricoverati sotto una tenda di un ospedale da campo. Mi sono chiesto, guardando molti bambini perché non esisteva una Pediatria Chirurgica. Ma non solo.
 
Dal personale al professionale, nel mio piccolo piccolo mondo non mi è mancato un confronto con questo mondo. Denunciammo un’intera equipe di ginecologia di un ospedale del profondo Nord perché, appreso casualmente che una signora ricoverata era in condizioni gravi, alla sua morte e ritenendo sussistenti delle ipotesi di reato per quanto colpose, sequestrammo di iniziativa la cartella clinica per giungere e concludere un’indagine mortificante per quanto accertato. Io credo, oggi, dopo aver scritto molto sull’argomento e aver anche proposto da non tecnico alcune soluzioni possibili, che oggi il problema non è quello di disporre di grandi tecnici alla guida della sanità o di infrastrutture o di altre realtà complesse che hanno una ricaduta sulla vita sociale ed economica del cittadino/utente.
 
Ho creduto allora, e vi credo oggi, che sia necessario verificare l’esistenza di idee e di soluzioni da chiedere prima di far assumere qualunque incarico al tecnico di turno o di nominare un commissario. Idee e soluzioni che nascono solo se ci si è confrontati con la realtà. Credo che confrontarsi, come visto, con un proprio congiunto ricoverato in un ospedale in un luglio afoso, con un vento imperdonabile che apriva finestre ancorate alla meglio e con tua madre che lottava tra l’incoscienza di non vedere più il marito ormai al di là di un vetro, e le zanzare che impietosamente ti aggredivano la pelle nella notte più lunga della nostra vita possa aprirti gli occhi su ciò che vivi sia forse uno dei momenti nel quale si comprende il valore della vita e la necessità che la salute non è un servizio da pallottoliere. Io credevo allora, come accadde anni dopo, accompagnando mia madre per una radiografia, che mettere i propri piedi su un pavimento degno di questo nome fosse e sia il minimo di decoro. Così come, credo che recarsi ad un Pronto Soccorso anni fa con gli occhi che vedevano verde per un piccolo incidente di pesca e con mio figlio non puoi avere dubbi su chi ti accoglie visto che la gentile signora seduta all’aperto e che mi indirizzò al piano di oculistica non indossava il camice. E credo, che giunto alla porta di un reparto forse avrei dovuto fare a meno di disturbare la gentile infermiera che in un italiano di circostanza mi diceva di tornare a casa e mettere un pò di acqua borica senza neanche superare la porta delle scale.
 
Io credo, oggi, che solo avere la capacità di rivivere queste esperienze permetterebbe di capire come e in che misura ci si sente mortificati e dispiaciuti nel doversi fare una ragione di tale condizione. Ecco, allora, che le polemiche di queste ore e che si concentrano sulle dichiarazioni di un commissario non tengano conto che tutto questo non è altro che un ennesimo epilogo, l’ultima espressione di una governance che ha visto darsi il turno in tanti, medici in direzione, medici prestatisi alla politica, assessori, e commissari, nessuno escluso. Nessuno può sottrarsi dal dover rispondere di tale deriva? Io credo che dividendoci tra fautori del tecnico e abbandonandoci a lamentevoli strali contro questo o quel politico si stia nuovamente andando verso un tunnel senza uscita. Come senza uscita è stata la strada di aziendalizzare la sanità. Un processo di trasformazione di un diritto prim’ancora che di un servizio verso una mera favola di conti ed eccellenze, di risparmi presunti e di fondi spesi male, di riorganizzazione della distribuzione dei reparti e degli ospedali non fatta per seguire un piano serio e aderente, ma per raccogliere se non coartare consensi e promettere incarichi.
 
Oggi non si tratta solo di trovare competenze curriculari, ma di cercare chi ha idee vissute anche come utente. Si tratta di dimostrare umiltà nel riconoscere errori e limiti per cambiare ciò che chi sa di potersi curare in altre parti del paese non ha voluto o non gli è interessato vedere. Si tratta di guardare ad un piano di riorganizzazione del servizio sanitario regionale che garantisca un’assistenza a più livelli, investendo sulla medicina di comunità e prossimità, e man mano costruendo un’architettura che faccia della capacità intermedia di intervento con le Medicine d’Urgenza con capacità chirurgiche, viste queste come strutture complesse e non come reparti da corsia, un momento fondamentale della gestione di un’emergenza nel tempo.
 
Perché, Covid o non Covid, è la rete della sanità che sembra non risponde con una propria elasticità reale, adattandosi alle esigenze, contando su risorse ben organizzate e con un piano di meritocratico premio per medici virtuosi non nel risparmio, ma nei risultati delle cure prestate. Un piano che non faccia differenze, che attribuisca ad ogni professionalità la propria dignità partendo dai medici di frontiera: quelli di famiglia a cui si devono assicurare capacità diagnostiche e quelli del 118. Un piano che ridistribuisca reparti e posti letto secondo una copertura reale e senza duplicazioni, che non faccia della percorrenza per raggiungere un pronto soccorso e dell’attesa il limite per salvare una vita. Ma non è solo questo.
 
Si tratta di definire, una buona volta e per tutte, il rapporto tra sanità pubblica e privata evitando emorragie di risorse finanziarie per saldi e rimborsi devoluti a favore di realtà convenzionate le quali si sostituiscono, e dovremmo chiederci il perché, alla mancata offerta di una completa e ben distribuita diagnostica pubblica se non alla stessa ospedalizzazione. Realtà, quelle private, alle quali, poiché in convenzione, andrebbe richiesta l’obbligatorietà - se offrono prestazioni chirurgiche - dell’esistenza in sede di capacità e professionalità di rianimazione e di terapia intensiva.
 
Tutto questo richiederebbe coraggio, significherebbe rimettere in discussione assetti consolidati, dalle prestazioni agli accessi alla diagnostica come alla qualità del personale. Significa, però, far capire a chi crede di contare qualcosa che la salute non è un lusso spendibile quando si vuole. Si può essere facoltosi e avere potere e amicizie per giungere se necessario nella clinica dell’amico o del primario romano o milanese di turno. Ma a volte il tempo non guarda né al conto corrente né ai titoli... e un semplice piccolo ospedale di periferia, o un’attrezzata Medicina d’Urgenza, o un’ambulanza tempestiva nel giungere, con un medico in gamba e motivato, può fare tutta la differenza del mondo.
 


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