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Alexander Dubcek

Il raglio dell’asina

Il raglio dell’asinaForse non tutti sanno che mio nonno aveva un’asina. Un esemplare di equus africanus asinus la cui presenza nelle comunità rurali non molto distanti dalle borghesi vite della costa era di una familiarità assoluta, dovendo soddisfare diverse necessità logistiche che andavano dal trasporto di viveri e derrate alla mobilità personale.
 
Un mezzo di certo molto meno pretenzioso del cavallo, nella scala delle specie collocato al di sopra così come al di sopra si collocavano i possessori. Tuttavia, l’asino, nel senso zoologico del tempo, così come il gallo scandiva le ore del giorno e non era cosa inusuale sentire richiami in ogni angolo dei nostri paesi. Non solo. Nella sua ostinazione e testardaggine, tale nobile e prezioso compagno di vita, esemplificava tratti del carattere rudi per certi versi ma, quanto meno, sinceri: erano quelli!Credo che in tanti, nel richiamo del raglio o, meglio per coloro che da ignari proletari contadini -definizione da paradosso tutto meridionale dal momento che l’unico proletariato possibile era quello dei contadini non elevatisi a coltivatori diretti- vi sia stata in passato una sorta di rispetto per la fatica e per un amico dell’uomo che richiedeva poche attenzioni e pochi e semplici comandi per rispondere al meglio alle sollecitazioni del padroncino.
 
Ecco, io credo che oggi, non me ne vogliano i cultori della modernità o coloro che esorcizzano questa Calabria dimenticata, che forse dovremmo tornare indietro e capire su cosa e come è stato costruito questo nostro presente fatto di lussi e borghesi dileggi, di anchorman da salotti con il velluto a coste larghe se non di trasudanti abiti da cerimonia quotidiana che hanno trasformato la semplicità in un disvalore, per attribuire ad una dialettica rococò appresa per imitazione piuttosto che per convinzione, meno che mai per preparazione, la loro credibilità da buoni maestri della politica senza fatti. In un mondo nel quale la mediocrazia sembra essere divenuta la formula più ricercata per governare masse senza anima, la sperimentazione nelle regioni meno fortunate, laboratorio di ogni contraddizione, sembra voler continuare e, con questo, tenta di usare richiami che stonano ormai da tempo.
 
Certo, forse non era andato tanto lontano seppur nel suo approcciarsi ad un Rinascimento ancora in fasce un toscano come Teofilo Folengo maestro di una maccheronica rappresentazione di un mondo in transizione e, forse, neanche Totò Delfino nel suo Il raglio dell'asino (2008) o, prim’ancora, tantomeno Vincenzo Guerrisi Parlà nelle sue tre arie ironiche di apertura dedicate all’asino nel suo Sutta Sutta (2006 – v.II), affidandosi ad un dialogo degno di Esopo nel suo U Sumeri e u Scrupiu. Ma credo che, nel nuovo Medio Evo e in attesa che si apra un nuovo Rinascimento ancora una volta, l’umanità grande o piccola fa i conti con le scarsità e, scarsità per scarsità, ci si accontenta del Ubi deficiunt equi trottant aselli (per i più, Quando mancano i purosangue fanno trottare gli asini), con molto rispetto per l’asina di mio nonno che con cura mi permetteva di solcare i polverosi sentieri delle nostre abbandonate campagne.

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