Niente di nuovo sul Fronte calabrese

Niente di nuovo sul Fronte calabreseNo, non siamo in guerra. Per cosa e per conto di chi dovremmo combattere dopotutto? In Calabria va tutto benissimo. È così allettante la Calabria che anche da altre regioni si muovono nuovi conquistadores pronti ad affrontare un nuovo torneo e il suo montepremi. Va (andrà?) tutto bene, come l’hashtag che ha accompagnato le vite di ognuno di noi in questi mesi, presi e compresi tra la paura e il disincanto, tra l’amarezza del vittimismo e l’orgoglio di urlare contro tutti e tutto. In Calabria va tutto bene. Solidali con chiunque, purché questi non attraversi il confine immaginario che poniamo tra il nostro e l’altrui.
 
Tra le diverse gare giocate nel corretto stile farisaico sul quale molti fianchi abbiamo consapevolmente prestato, dopo il libertador padano adesso ci mancava quello neoborbonico. Ma va bene, perché no! In questa terra che vive una sorta di nemesi storica della colpa maxima della Legio Decima Fretensis, si è pronti alla rivoluzione copernicana che vede l’universo conosciuto sino a ieri modificare l’andamento dei suoi astri nascenti, o meno nascenti che siano. Avvolta da una nebbia che cela il disastro ambientale e culturale, quello politico sembra non avere colpe se non dovute a quel senso dell’altrui responsabilità che si muove tra un partito ed un altro, tra una rendita familiare di posizione e di casato partitico e l’idea che siamo, nonostante tutto, il centro del mondo, i migliori perché incompresi, sconfitti ma che non vogliono confronti, pronti a chiudersi a riccio per escludere pericoli di cambiamento.
 
Ormai in balìa di apprendisti demiurghi voluti da segreterie di partito o dettati da messianiche doti taumaturgiche e con percorsi politici votati più ad affermare leadership personali che a mettere al centro il futuro della regione, la speranza si risolve negli accordi del nuovo apparente con il vecchio che si rifà tinte e vestiti. Accordi, dove tutto è possibile. Una lezione appresa e confermata del politicamente possibile che le vicende nazionali di qualche giorno fa hanno perfettamente sdoganato, facendo della coerenza e della dignità politica degli orpelli, aprendo a quella politica moderna di cui cinematograficamente, ahinoi, per un certo protagonista di celluloide siamo stati antesignani.
 
Una sorta di laboratorio non così sperimentale, ma di evidenze nascoste solo per falsa timidezza. Probabilmente, in queste nuove vie del voto cui si affida quella svolta che da anni ci si attende come se fosse una profezia biblica che necessita di secoli per avverarsi, diventiamo spettatori di un mercato che sopravvive a tutto, che non ha paura di emergenze varie e le cui contrattazioni si susseguono man mano che ci si approssima alla data fatidica della svolta, del riscatto, della rivincita su chi, poi, non lo si è compreso. Ma, d’altra parte, è difficile comprendere e, soprattutto ammettere, che il riscatto, la rivincita dovremmo prendercela nei confronti di noi stessi.
 
Alla fine cercheremo quello scatto di reni in avanti di memoria tardoromanica senza sapere che anche gli scatti di reni, se non supportati da un fisico in salute, si risolvono in una finta. In una finzione gattopardiana che non sembra voler abbandonare la storia, ma che rimane impietosamente parte delle nostre vite. Una finzione cui affidare la salvezza, l’ancorarsi a quell’esistente che ci accontenta e ci protegge da tutto. Un falso sentimento di conservazione che abita dovunque, venduto e garantito anche per progressismo e per il quale non è l’essere spensierati a renderci sicuri, ma quell’essere atrocemente indifferenti; quasi consapevoli di essere esclusi ormai dall'attività, dal lavoro, dal progresso, da non credere più a nulla e non per coscienza del disastro, ma per semplice abitudine.

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