AAAAAA cercasi…

AAAAAA cercasi...Ci sono diversi esempi nella storia di leader, capi e capetti che si sono succeduti alla guida di un popolo. A volte con idee rivoluzionarie, altre volte quasi adagiati sulle nuvole del potere quasi per inerzia di popoli o comunità rese apatiche dalla loro stessa storia.
 
Ognuno di questi ha giocato le sue carte, magari provenienti dal proprio mazzo, molto raro, spesso da mazzi altrui, quasi una regola. Ora non si tratta di vedere se per caso in questa via verso il riscatto della Calabria si sia trovato, a distanza di anni, decenni e qualche secolo di inerzia un Che Guevara che possa esprimere un animo rivoluzionario. Un animo che, al netto delle dominazioni, delle angherie del patriziato borbonico poi sostituito puntualmente da quello politico, ha di fatto servito chiunque con buon pace dei miti di un proletariato mai esistito (e non attribuiamo al contadino l’essere parte di tale categoria dal momento che proprio le classi contadine, Melissa nonostante, sono sempre state conservatrici). E così, leggendo Repubblica del 1° marzo, sembra che l’atteso messianico riscatto partirà da una nuova narrativa quasi mistica, ancorato a nuovi dogmi, rappresentati sempre con le stesse parole, che sembrano essere parte della cultura di una regione di cui, al contrario, spesso ne sono stati estranei, non per cultura, ma certo per disinteresse.
 
Con tali considerazioni che nascono dall’evidenza di un vissuto e di una militanza giovanile tra i banchi di scuola, per quanto tale termine possa avere significato in Calabria, mi sembra che l’idea di una rivoluzione post-copernicana sia alle porte o, almeno, così sembrano volerci raccontare. E così, tra un pensiero e un altro, leggo di una nuova mistica: quella delle sei A. Una nuova formula quasi magica che ci ricorda ciò che dovremmo conoscere o che ci siamo dimenticati, quasi come se le colpe, come sempre, fossero d’altri.
 
A come “Aree fragili”. La fragilità è una consapevolezza di una tendenza a rompersi al minimo urto, una condizione di precarietà che non garantisce tenute in un dato momento se il carico di rottura dovesse superare un limite molto esiguo. Direi che la Calabria è un’area fragile da sempre e, nonostante tutto, certe fragilità sembrano replicarsi, quasi funzione di un modo di vivere consolidato.
 
A come “Accoglienza”. Non vedo in Calabria manifestazioni contrarie ad accogliere i rifugiati. Direi che ben prima di Riace, Badolato ha ben espresso questo sentimento in tempi in cui i riflettori non erano così ben direzionati sulle vicende calabresi, ma si trattava di curdi, un popolo senza nazione e perseguitato. Tuttavia, circa l’accoglienza, mi restano ben impresse le parole, i commenti di chi voleva l’esercito a Lagonegro a marzo dello scorso anno per impedire la discesa degli untori calabresi da mamma e papà, per non parlare degli strali lanciati contro i nostri corregionali responsabili di aver scelto di lavorare o di studiare altrove. Una prova di (dis)accoglienza del prossimo vicino che molto difficilmente abbandonerà la memoria di chi ha letto tali carinerie.
 
A come “Acqua pubblica”, come se in Calabria non sia mai stata pubblica al punto di non essere cartolarizzata dai Comuni per anni e non per lucrare su un ben che non si sottrae, ma per far partecipare alle spese di funzionamento - in proporzione alla capacità contributiva e ai consumi - la popolazione stessa. Un bene così pubblico che lo si incontra spesso sulle strade alle prime tubature che si rompono o alle fontane la cui cura è affidata al caso.
 
A come “Ambiente”. L’Ambiente, uno sconosciuto in terra nostra dove l’incuria si manifesta sotto i ponti delle fiumare, nei divani o nei frigoriferi esposti quasi come opere immortali in plein air tra cespugli a dimostrazione di quanto la civiltà borghese, quella cui tutti hanno aspirato e che inneggia al prossimo Salvatore, poco importa se assistita, ha dimenticato il rispetto che i nostri nonni contadini avevano per le campagne.
 
A come “Agricoltura”. Direi un ritorno al passato che abbiamo dimenticato, contenti del nostro successo e affrancati dalle nostre origini da nascondere, da dimenticare. Con terreni incolti per scelta, dove solo un neolatifondo marcato con l’accesso ai fondi comunitari si distingue da campi aridi, ma a cui la rivoluzione che prima ne voleva la distribuzione oggi ne favorisce la concentrazione. E, infine, diremmo last but not least,
 
A come “Antifascismo”. Un brand multitasking in una storia che dovrebbe accomunare e fare giustizia di ogni totalitarismo, mentre, al contrario, se ne guarda solo uno per affermare il brand di un’idea sconfitta da se stessa. Un antifascismo che in Calabria, a fronte di una borghese tradizione politica per pochi eletti, non ha mai avuto un suo significato in una terra, peraltro, che nel 1948 fu monarchica anche nelle classi rivoluzionarie e che vide tra i promotori e tra le vittime della rivolta di Melissa Francesco Nigro, dirigente della sezione de l MSI. Insomma, in questo retropensiero che sembra voler dominare le anime, e che si veste di un cinismo che tende a rimuovere ogni ricordo possibile se non funzionale alla nuova narrativa, sembra che l’unica via d’uscita sia a questo punto una guerra culturale che superi i racconti di ieri e le favole dell’oggi.
 
Uno sforzo onesto, sincero, di guardarsi allo specchio senza aloni, mettendo di fronte capacità vere e idee non insaporite da luoghi comuni che fanno marketing. In una sorta di hamburgheria politica che sembra essere sempre aperta con orari continuati, forse dovremmo evitare di continuare a negare la voce ai nostri padri. In questa parestesia sociale in cui tutti sono nobili o rivoluzionari, il protagonismo dovrebbe vestirsi di umiltà, ma di quella vera e non apparente perché innalza lo share, evitando che la saccenza si vesta a festa e con abiti che negli ultimi tempi impazzano nello scenario politico. Si tratta di evitare di continuare a vivere in un mondo che appare, ma che non compare se non tra le pagine patinate di una rivista o la ridondante sequela di lustri e lustrini online.

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