L’onda lunga dell’ipocrisia storica...

L’onda lunga dell’ipocrisia storica...
Negli ultimi anni si presenta un fenomeno molto strano. Sembra quasi che un popolo, o meglio, una buona parte di esso, abbia riacquistato la memoria sulla propria storia, o presunta tale, su fatti e personaggi del passato lontano ma anche del presente. Fatti e personaggi che hanno in qualche modo dominato un quotidiano, meno le scelte perché nessuno di questi ha mai scelto nulla.
 
Senza andare lontano rispolverando un Prezzolini del caso, sicuramente noto alle frotte di intellettuali che affollano senza sosta giornali e dirette online, direi che ognuno gioca ancora oggi con fatti e misfatti guardando verso un orizzonte con proprie lenti. Un vezzo, questo, abbastanza comune che - vuoi anche per le capacità mediatiche di una Rete pubblica che ogni tanto si illumina di Luce della storia - ha colpito anche la Calabria. In questa corsa a trovare ragioni di sopravvivenza, soprattutto politica, la legittimazione culturale verso una certa lettura della storia, e poco importa se ci è appartenuta o no, si trasforma in una nuova dottrina che da religiosità di partito diventa neoideologia di chi crede di far parte di una élite costruita al di fuori di ragioni storiche e di fatti storici.
 
Ovviamente in un Sud che fu tutto tranne che antiborbonico, si osservano nascere movimenti neoborbonici fioriti in ambiti postcomunisti, una contraddizione che si commenta da se, giustificata forse dal sentirsi affascinati da una visione contrapposta ad un’Unita da conquista e cucita su un popolo conquistato da sempre da tutti e mai da se stesso. Poi si traghetta, in assenza di nuovi stimoli di massa, non essendo mai decollato un proletariato vero, su nuovi fronti progressisti e senza che si chiarisse in che cosa tale progressismo consisterebbe. Per cui, in nome di un partito di massa che supera la stessa sinistra d’origine per sposare politiche e posizioni neoliberiste, sembra che il vero trucco, un po' da Barbapapà, sia quello di trasformarsi in un partito radicale di massa. Ma non solo.
 
In un’epoca nella quale si distingue tra la storia che fa comodo e quella che non si può o non si dovrebbe raccontare, il regno della parzialità supponente sfocia nel celebrare anche una dimensione resistenziale del Sud senza porsi l’interrogativo di come mai la netta e ampia maggioranza …del Sud …non solo votò monarchia, ma fu per decenni democristiana, e lo è ancora oggi nelle pieghe di ogni partito e partitello prêt-à-porter. Infatti, è incredibile come mentre la storia gioca la sua scommessa con la verità man mano che gli anni permettono di guardare con disincanto al passato sdoganando miti da ogni parte, al Sud si prendono in prestito miti altrui e se ne fanno tessuto per una reideologizzazione da orfani senza genitori di culture politiche che hanno non solo abbandonato la scena, ma che si confrontano oggi con i drammi di un popolo ancora diviso tra buoni e cattivi.
 
Tra chi ha la verità e chi no! Tra chi crede che un neosegretario approdato da lidi d’oltralpe per bontà di cognome, e di buona trasversalità, possa guidare da neotimoniere proprio coloro che lo avevano esiliato in Gallia, con un incarico dorato che ai più proletari, pur con titoli alla pari, non sarebbe mai stato concesso. In questo nuovo gioco a rispolverare miti altrui per giustificare la tesi di un nemico comune da combattere - e che si identifica drammaticamente in se stessi se qualcuno fosse così umilmente capace di fermarsi a riflettere senza mettere davanti la propria aura di vate - leggiamo narrative scritte con grammatiche che storicamente non ci appartengono. Narrative e grammatiche che non aprono al futuro, ma si rivolgono al mito di sempre, celate in un happening e in politicamente corretto dell’essere, uomo o donna poco importa, contro.
 
Contro chi non si sa, ma l’essere contro se porta consensi o apre delle porte può essere utile. D’altra parte, non si pretende che menti aperte possano lasciare ingressi liberi ad un Nolte o ad altri storici come Pansa, l’eretico. In fondo la democrazia del pensiero è un senso unico per chi, nell’assenza di risposte o nell’ansia di sopravvivere per se stesso, si affida a miti d’antan. Miti se non leggende, poco metropolitane e per nulla rurali, che tra negazionisti e revisionisti o post di qualcosa o di qualcuno o illuminati dal Salvatore di turno, giustificano quel contro ideologico, che dilaga poi nelle relazioni umane e che dovrebbe soddisfare la nostra quotidiana ricerca di sentirci protagonisti. Protagonisti si!, ma di piccoli teatri della vita.

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