Strega comanda colore

Strega comanda coloreProbabilmente qualcuno si sarebbe aspettato dal titolo, visto il riferimento ludico alle infanzie poco digitali dei più, di leggere un titolo diverso. Magari più rustico. Cioè, che a conquistare l’attenzione di chi scrive, quasi conquistato da un ricordo nostalgico nel ricercare l’incipit, ci fosse stato un richiamo al padrone e sotto.
 
Oppure ad altri giochi ma non di ruolo - che in verità non andavano di moda ai nostri tempi, insomma il guardia e ladri di turno non ci entusiasmava – più significativi nel determinare quella volontà di confrontarsi con l’altro che dominava i nostri impeti giovanili. Eppure, oggi, di fronte a questa corsa rivolta a ricercarsi nel quotidiano una versione moderna e terapeutica quasi sconfinata in una patologia ludopatica ai limiti del parossismo, lo strega comanda colori sembra essersi ripreso la sua rivincita.
 
Insomma, che sia emergenza o che un indice Rt salga in virtù dei numeri dei positivi calcolati moltiplicando le positività al netto dello stesso paziente che diventa “nuovo” ad ogni sua positività, sembra che il gioco dei colori sia di fatto un nuovo monopoli nazionale. Passino le motivazioni scientifiche, dove tutti hanno ragione essendo diagnosi e prognosi da sempre opinabili, almeno sino all’evidenza più dura. E passino anche le ragioni di prevenire ciò che sarebbe stato da sempre prevenibile, se fosse stato riconosciuto al diritto alla salute quel posto centrale negli sforzi di una più puntuale ed onesta gestione politico-amministrativa della sanità.
 
Qui, oggi, basta toccare per comandare un valore, per definire l’ordinanza del momento senza guardare non solo ai numeri e ai giocatori, ma a quegli strumenti del gioco della vita che sono strumenti economici, di studio e di relazioni sociali senza i quali il gioco si trasforma in un dramma. Il dramma del non vivere che è, di per sé, senza dover scomodare da profano sensibilità accademiche, una patologia omnicomprensiva che reitera malattie oscure, se ci si riferisce al campo psico-sociale e altre più chiare, quelle patologie economiche che sembrano interessare poco coloro che non si rendono conto che le possibilità di cura e di offerta dei servizi sono null’altro che dovuti, finanziati, da coloro che oggi soffrono il gioco dei colori.
 
Questo nuovo gioco di colori sembra, insomma dettare le regole di una vita fatta di precarietà. Una vita nella quale i disagi quotidiani diventano malattie senza che ciò venga dichiarato, come se ogni patologia che accompagna il genere umano da secoli fosse scomparsa dall’orizzonte dell’esistenza rendendo monocolore anche le possibilità di cura. La verità è che in questo loop ossessivo compulsivo nel quale siamo finiti, i colori sono stati piegati all’essere portatori di nuove regole nella nostra vita, mistificando il loro stesso significato.
 
Regole di vita e regole del gioco imposte, questa volta, da campagne mediatiche che promuovono ansia e paura cui si accompagnano le ricette di molti saggi e sapienti, ognuno in contraddizione con l’altro, quasi a dimostrare la relatività della scienza e l’abbandono, incosciente delle ragioni del dubbio. Ecco, allora, che posti di fronte a scelte politiche rivolte a dettare le regole di un gioco sottratto al cittadino, siamo costretti a cambiare il significato dei colori; del rosso, privandoci del suo essere sinonimo di passionalità, di energia vitale sia mentale che fisica; dell’arancione considerato come la trasposizione cromatica dell’armonia interiore, della creatività artistica, della fiducia in se stessi e negli altri; del giallo, simbolo della luce del sole ma anche della conoscenza e dell’energia, sia dell’intelletto che nervosa e tutto questo rinunciando; …e del bianco, non regno dell’indistinto, ma sintesi del tutto, dell’universale mondo della vita.

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