Binari morti o binari ciechi

Binari morti o binari ciechi
L’idea di manifestare un dissenso quanto le lamentele fanno gioco in momenti nei quali si dovrebbe raggiungere un risultato, magari concreto per una volta. Eppure, come sempre in fondo, l’esercizio della retorica del io l’ho detto o del non cambia nulla non sembra aver perso di mordente.
 
Certo, di binari morti in Calabria ve ne sono molti e non si dica che chi scrive non capisca o non ami la terra che ha calpestato da anni per nascita, per affetto e per ogni volta che malinconicamente la lascia. Ci sono binari morti che hanno un significato ferroviario, dove l’idea di un autunno dei trasporti sembra non avere fine se non nei lamenti di un pendolarismo che avrebbe diritto a risposte che siano di sistema e non di facciata. Non si tratta di aumentare corse o chiedere più dignitosi e magari confortevoli treni, ma di disporre di una visione di sistema che non esiste.
 
Non si va oltre la protesta dell’oggi o delle proposte similturistiche di possibili treni che attraversano antiche vestigia ormai rese ombre da svernare solo all’occorrenza, che per quanto apprezzabili rappresenterebbero solo un aspetto e non la soluzione di un modello jonico mancante di intermodalità trasportistica. Un modello che dovrebbe essere concepito, organizzato e realizzato all’interno di una visione conurbata che per un’aleatoria, nei fatti, area metropolitana resta una prospettiva sconosciuta.
 
Eppure, non si dovrebbe andare lontano. Basterebbe apprendere, conoscere, imitare e, perché no?,  copiare se ciò fosse utile ammettendo con umiltà il nostro limite, magari rivolgendoci a quelle risorse calabresi emigrate altrove e che si celebrano solo quando la loro fama diventa tangibile su un giornale o su un media di turno, ma lì deve fermarsi. Vi sono modelli di trasporto che conurbano grandi città e relative aree metropolitane con una rete adeguata e aderente alle esigenze dell’utenza, di qualsiasi tipo essa sia, pendolaristica o turistica poco importa come poco importa che a realizzare tali opere siano state menti calabresi esiliatesi volontariamente. Il concetto o, meglio, la policy della mobilità non è un ossimoro dell’inerzia, ma è la declinazione di una dinamicità di una comunità che nei tempi e nei modi con i quali essa si muove sullo spazio economico e sociale crea il suo futuro.

Ma credo, per licenza di presunzione che mi assumo attingendo al carattere di un nonno contadino e muratore nello stesso tempo, che tutto questo sia troppo complicato perché richiederebbe una buona dose di umiltà che chi dice di farne uso in fondo è il primo a gettarla nel cestino. In una terra dove vi sono troppi esperti, alla fine dovremmo ammettere che anche la cultura ha un suo binario morto dato dalle nostre convinzioni. E questo, perché la cultura è e rimane alla radice, con un ringraziamento a Levi-Strauss, un fattore antropologico.
 
Essa, infatti, non è solo un prodotto scolastico che dovrebbe affrancare dal bisogno e favorire processi di crescita per popolazioni abituate se non assuefattesi ad un sistema che non premia le idee altrui, ma massimizza una propria vanità di conoscenza che non va oltre i confini dell’ego. E’ una sintesi complessiva dell’identità o della non identità, della visione o non visione del mondo che ci circonda e di come lo vorremmo intrepretare. Un binario morto, senza direzioni, è un punto di arrivo di un modello privo di umiltà per un pensiero che si autoalimenta dei propri punti di vista, dove la tolleranza dell’altro è strumentalmente considerata solo per giustificare un altruismo mascherato da perbenismo o da spiriti solidaristici. Solidarietà, queste, utili solo a soddisfare volontà di protagonismo su argomenti che, per anni, non si sono voluti risolvere o si è fatto finta di risolverli con quella vecchia borbonica immagine dell’utile ammuina.

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