Figli di un giornalismo minore?

Figli di un giornalismo minore?Spesso ogni nostra attenzione è sempre richiamata dall’idea che la notorietà, la fama della celebrità di turno si sposi con il nostro senso di considerazione e si consumi nell’attribuire credibilità a opinioni che provengono da personaggi che hanno conquistato pagine e titoli non limitati al nostro quotidiano.
 
Così accade, ad esempio, nel mai risolto rapporto tra storia locale e altre storie e accade nel giornalismo come se l’informazione, e la storia, abbiano una classifica cui rispondere. Forse bisognerebbe conoscere come e in che misura ci si può approssimare ai vari livelli della storiografia come del giornalismo e, probabilmente, giungeremmo a conclusioni che poco avrebbero a che fare con l’autorevolezza, tranne casi di esperienza accademica o di maestrìa giornalistica.
 
Forse ci vuole fortuna o magari opportunità che si aprono, o solo affinità elettive che garantiscono quella celebrità che molto spesso prescinde dal valore dei contenuti, ma che si celebra per moda o per funzionalità ad una tesi o ad una proprietà. Dinamiche non nuove, certo, però oggi non più così sicure di poter sopravvivere nell’era di una comunizazione sempre più orizzontale dove, tra censure varie e fake possibili permettendo, consente una scelta da parte del lettore di come e in che misura intende leggere ed interpretare una notizia.
 
Se dagli anni Ottanta del Novecento la notizia è diventata un prodotto, ovvero la si racconta o la si crea per essere venduta al lettore cercando di sostenere una verità dei fatti o la verità di una proprietà o di un’istituzione, è altrettanto vero che chi celebra il progresso è, nello stesso tempo, colui che ne paga anche il prezzo come il prezzo della libertà viene pagato con la onnivora presenza di leoni da tastiera pronti, questi ultimi, a dire la propria approfittando della sempre più ridotta distanza tra chi era sino a ieri irragiungibile e oggi è lì, pronto ad essere agganciato con un click. Oggi non esiste più un’informazione minore. Esiste la scelta di un’informazione più vicina a quanto e a cosa un lettore si aspetta di conoscere. Una prospettiva che non umilia più nessuno, che tempera quella antica ricerca spasmodica, forse, di crearsi un nome o una firma a tutti i costi.
 
In questo Riviera non è solo un periodico locale, come molti altri. Rappresenta uno sforzo nel comunicare che lascia aperte le porte della discussione e del confronto e che non limita le idee. Non tocca a me celebrare doti e virtù del giornale. In fondo, ben altri blasonati intellettuali calabresi lo hanno fatto e credo di non aver ragione di occupare spazi che non cerco se non quelli che mi permettono di esprimere un pensiero che per oltre vent’anni, da Il Quotidiano della Calabria, sino alle diverse riviste di Scienza Politica o nei miei libri, ho cercato di manifestare convinto di dover dare un contributo alla mia regione e non solo ad essa.
 
Riviera rappresenta un punto di incontro di anime ed esperienze diverse. Un esercizio di impegno e di volontà che non ha mai avuto, almeno da parte di chi scrive, riserve mentali. Riviera è quel locale che non si chiude nel localismo. E’ una esperienza che permette di vivere la propria terra da vicino e da lontano. Di coniugare l’intima visione di se stessi e dei propri luoghi con quanto accade o si sperimenta altrove. Ecco perché Riviera sintetizza, nella sua singolarità gornalistica, quel neologismo esemplificativo di essere glocal nel ricondurre nelle sue pagine vite e culture che non hanno confini.

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