Fuoco assassino. Una storia che si ripete e che non insegna

Fuoco assassino.Sembrerebbe il titolo di un film, ed in fondo lo è anche stato. Solo che non si riferiva alla Calabria e al suo dramma estivo che ricorre quasi come una maledizione ogni anno, ogni immancabile estate torrida o meno torrida che sia. Dovremmo essere onesti con noi stessi e con la nostra memoria anzitutto e prima di rivolgerci altrove nel cercare colpe, responsabilità che vi sono e di certo non escludono nessuno.
 
Neanche coloro che chiedono l’intervento dell’esercito o che sottolineano la vetustà dei Canadair o che processano, oggi, i costi di esercizio a vantaggio di una scelta di gestione outsourcing che nessuno Stato, nessun Dipartimento, quando si tratta di Protezione Civile, dovrebbe permettere. Abbiamo convissuto per anni, per decenni con incendi vari e di vario genere, con pericoli che si approssimavano alle periferie dei piccoli comuni dell’Aspromonte guardando ulivi ridursi in cenere dopo essere stati assassinati da fiamme impietose, come impietosa è stata la mano di chi vi ha dato morte o di chi ha lascito che il fuoco andasse.
 
Bastava tornare da bambini dal mare e sentirsi le fiamme addosso, o affacciarsi dai balconi la sera per vedere se il fuoco aveva superato il limite del cartello del paese, solo che, allora, non vi era nessuna televisione che si occupava e preoccupava di fare delle immagini un motivo da copertina. La Calabria, terra minore come dimostrato dalla stessa grafica del Corriere della Sera del 11 agosto pag.3, poteva andare in fiamme perché nessuno se ne sarebbe dispiaciuto, così lontana da Roma, dal potere e dalle facili lacrime di chi oggi dice di piangere.
 
Eppure, in questa epoca da sensibilità green, che ci fa diventare tutti “gretini” (nel senso di followers del mantra ecologista), dopo aver razionalizzato il Corpo Forestale dello Stato - sacrificato per logiche politiche del momento senza rappresentare alcuna duplicazione per specificità - ci chiediamo come tutto questo possa essere accaduto o perché con tale violenza. Ci chiediamo come e in che misura, nonostante le forze di una società regionale che si occupa di forestazione tutto questo possa essere successo senza un allarme. Ci chiediamo, al di là di ogni ragionevole dubbio sulla possibile dolosità del disastro diffuso o della inclemenza della natura che ripaga in ogni caso l’inerzia o l’incuria umana, se c’era o no una pianificazione che prevedesse una sorveglianza del patrimonio forestale in periodo estivo.
 
Se vi esisteva o no un piano di prevenzione e di intervento in caso di incendi. Una pianificazione che non può essere dimenticata data la prevedibilità di eventi che hanno una loro ricorrenza statistica ben precisa, se non altro per il favore che le temperature estive offrono a coloro che dal danno credono di trarre un vantaggio. Ogni Parco, ogni realtà che si occupa e preoccupa di salvaguardare un ambiente, fatto di biodiversità o antropizzato per sua natura predispone sempre un piano di prevenzione e di intervento nel proprio ambito e un servizio dedicato a monitorare il rischio.
 
Credo che su questi argomenti, oggi e nell’epoca dei satelliti, del controllo digitale anche dell’intimo più infinitesimale, per quanto singolare personaggio mediatico, l’assessore all’ambiente, quanto altre cariche pubbliche, dovrebbe dare delle risposte.
 
Credo che senza trincerarsi in un mito ormai strumentale e fuori luogo, la società calabrese chiede a chi calabrese non è, ma che si è voluto porre a salvatore della legalità e delle nostre anime perdute, risposte adeguate, non slogan o happening di circostanza alle quali il tempo, sulla loro qualità, sta rispondendo e risponderà con impietoso realismo nei prossimi anni. E, questo, per un motivo che l’assessore dovrebbe conoscere: perché sono i fatti e i risultati concreti che parlano sempre e non i miti che poi trasformano i fatti in luoghi comuni, soprattutto se costruiti con il contributo di altri uomini dimenticati, per ragioni di narrativa, nelle pieghe della storia.

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