25 Dicembre 1914: La tregua dei soldati. 25 Dicembre 1918: La tregua dei popoli

Natale. Quando tra le trincee nacque una speranza europea
 
In questi ultimi giorni sfogliamo le pagine dei giornali o, se non troppo occupati dalle nostre spese quotidiane, scorriamo le diverse applicazioni sui nostri smartphone e leggiamo quasi con estranea curiosità notizie che di smart a volte hanno ben poco.
 
Per carità, l’Afghanistan è ancora molto distante, come la sua avvenuta pacificazione, anche se le immagini dei soldati a Kabul le ritroviamo prossime ai nostri tasti o vicine nei nostri video. E la guerra in Yemen probabilmente non è così politicamente corretta per assurgere all’onore delle news da taschino o borsetta. O, se si vuole, anche la lettura della guerra in Siria si muove su alti e bassi e dove non si comprende più quale sia la linea di demarcazione tra buoni o cattivi, tra amici e nemici, curdi nonostante. Così come, anche le intemperanze di Trump sembrano aver traghettato la politica internazionale nel nostro quotidiano su un piano quasi di folclore da film western che imita, maldestramente in verità, le capacità di Reagan a essere stato sceriffo nel mondo. Oppure, per le menti più raffinate, ma sempre curiosamente mosse da un interesse protetto però dalla distanza, potremmo occuparci del facile gioco di Putin verso la conquista di una primacy continentale se non mondiale convinti che, in fondo, non avrebbe nulla da intimidire a noi europei che minacciamo la Russia di sanzioni a vario titolo e di diverso tipo.
 
Ora, in questa surreale visione di un continente che non ha più specchi a cui chiedere se vi è ancora una ragionevole immagine del reame …europeo… ognuno guarda al Natale, e lo celebra, al di sopra di ogni crisi, al di sopra di ogni dramma se non al di sopra di se stesso quasi come se, in fondo, gli egoismi tecnocratici della finanza, o le parossistiche manie di potenza, non siano affari che veleggiano sulle nostre teste. Affari trascinati da renne senza governo, che trainano le slitte delle minacce piuttosto che delle buone intenzioni dal momento che stentiamo a riconoscerci in un Babbo Natale che non ha bandiere. Nei centenari della Grande Guerra, iniziata o conclusa, dipende,  sia il cinema che un’attenta intellettualità riscoprì qualche anno fa ciò che solo a pochi era noto.
 
Qualcosa che forse non sarebbe stato comprensibile secondo le interpretazioni date dai vincitori piuttosto che dai vinti. L’Europa - mentre negava se stessa, mentre i suoi popoli diventavano strumento di regolamenti di conti di potenti senza prospettive, presi e compresi solo dalla necessità di preservare troni od imperi coloniali - capì la necessità di una tregua di Natale. Una tregua voluta dai soldati, spontanea, illecita per gli Alti Comandi ma di grande significato. Una tregua riproposta in chiave cinematografica con un bellissimo e significativo film il cui significato ancora oggi in pochi lo hanno compreso nella sua intimità “politica”. La Tregua di Natale, o meglio dal titolo originale Joyeux Noël, infatti, non fu solo l’umana rappresentazione della condizione drammatica dell’uomo contro uomo.
 
Essa fu la tragica manifestazione di come e in che misura l’identità e la tradizione, il sentimento e lo spirito, l’animo e le menti europee furono così vicine andando oltre la violenza e l’odio per riconoscersi in ciò che le accomunava oltre le diversità e i dettagli di un’etnia o di una lingua: una fede comune, una storia fatta di semplicità, di vissuto quotidiano, un riconoscersi nella diversità come uomini dello stesso valore e con gli stessi valori. La Tregua di Natale dimostrò nelle strette di mano dei soldati, nelle diverse uniformi che si abbracciavano o nello scambio dei copricapi, o negli improvvisati calci ad un pallone arrangiato, come e in che misura qualcosa di spirituale andava oltre una guerra che non avrebbe avuto vincitori o vinti. Essa dimostrò come uno sguardo comune riempito dal Natale poteva andare oltre il suicidio dei popoli, oltre il fango e il rancido odore delle trincee per dimostrare come e quanto, in realtà, l’Europa chiedeva di poter rinascere con un’unità di intenti, di sguardi, di prospettive, di avere un’altra occasione.
 
Un’altra opportunità per riconoscersi, piuttosto che dividersi, in storie comuni alle potenze in conflitto e agli uomini che, per i loro sovrani, combattevano ognuno credendo di essere dalla parte giusta senza sapere che di lì a pochi mesi, a Natale, avrebbero cambiato ben presto idea. Se qualcuno volesse parlare di Esercito europeo o di Difesa europea, dovrebbe in buona onestà rivivere il Natale del 1914 per capire che l’idea di un fronte comune di valori semplici ma diffusi, valori  che superavano le diversità, erano presenti tra i soldati dei fronti europei piuttosto che tra i sovrani o le gerarchie militari. Soldati convinti che si sarebbe giunti molto presto alla fine di un errore che il Natale voleva denunciare nelle pieghe di un sorriso, tra le dita di una stretta di mano. Ma se il Natale del 1914 cercò con la tregua dei soldati di richiamare l’attenzione ad un disastro che, purtroppo, non avrebbe avuto termine ben presto, il Natale non scritto del 1918 ricorda come l’Europa abbia perso nuovamente l’occasione per ridefinire se stessa.
 
L’Europa dei vari Sovrani, dei Capi di Stato, dei Primi Ministri, non capì che tra i soldati che rientravano a casa, tra i presunti vincitori e i non sconfitti, trascinava se stessa verso un nuovo baratro dal momento che in quella Grande Guerra avevano perso tutti. Che le ambiguità della Conferenza di Pace di Parigi e i trattati che ne sarebbero derivati non avrebbero sistemato nulla se non lasciare aperti nuovi fronti, nuove migrazioni, nuove diversità contro l’unità possibile. Da Versailles a Neuilly, il 1919 sarebbe diventato l’anno delle vendette e dei compromessi. Superando gli abbracci della tregua del 1914 e il ritorno a casa del 1918, il Natale del 1919 avrebbe visto l’ennesimo tradimento del suo messaggio di pace. Così, negli abbracci dei soldati del Natale del 1914 come tra quello dei popoli del Natale del 1918 sembrò scritto ciò che non si sarebbe voluto leggere nel Natale successivo. E, cioè, che nell’ignorare la rinascita possibile di un continente, al di là delle riparazioni, gli europei avrebbero pagato negli anni a seguire il fatto che, ancora una volta, i governi e le miopi diplomazie non avevano  compreso. Ovvero, che in quelle strette di mano e in quegli abbracci a guerra iniziata e a guerra conclusa ciò che si ricercava era un Natale per un’Europa comune.
 
Un’Europa non affascinata dal potere, non ostaggio degli egoismi di parte, ma frutto indistinto di una diversità e di un’umanità occidentale che ricercava se stessa sin dalle trincee cantando, nelle diverse lingue, quel Natale che in tutte le case del continente si muove e ci sorprende da secoli allo stesso modo. Ecco allora, frastornati tra memorie e centenari, i Natali di quei soldati dovrebbero essere un nuovo e ulteriore monito per un’Europa ostaggio di replicanti, se non di commedianti. Un’Europa che vive senza capirlo in una terra di nessuno, inebriata da un’opulenza apparente il cui sonnambulismo sembra non aver ancora trovato un’efficace cura nonostante due bruschi, tristi e drammatici risvegli. Buon Natale


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