Diversità culturale. Un giorno per difendersi dall’omologazione

Diversità culturale.   Ci sono ricorrenze che sembrano segnare un momento di riflessione. Ci costringono ad una sorta di stop necessario soprattutto nei momenti i cui ogni certezza sembra svanire, quando ogni valore su cui abbiamo fondato un sentimento o una nostra percezione dell’altro si abbandona all’indistinto sentimento dell’indifferenza, o per abitudine o per paura.
 
  Ci sono avvenimenti del nostro quotidiano che assumono significati che superano confini che ci sembrano lontani e che invece sono vicini più di quanto immaginiamo. Confini che nella storia sono stati superati più volte e con i quali facciamo i conti ogni giorno nonostante ci illudiamo di essere portatori di un’originalità di credenze, usi e norme che sembrano essere state scritte senza guardarci attorno.
 
  Le strade della storia, dell’arte, degli usi e costumi delle stesse tradizioni locali sono state contaminate da esperienze diverse, vuoi per domini di potenti o per sintesi di esperienze altrui o maturate altrove. Che si tratti di un dialetto con le sue influenze linguistiche determinate da una cultura dominante piuttosto che di ricette gastronomiche reinterpretate nel tempo ed assunte a carattere distintivo di un luogo, la diversità culturale è di per sé un carattere che rende specifica, unica l’umanità nella sua capacità di interpretare l’esistente, il mondo esterno o quell’universo intimo di ogni individuo e dei popoli.
 
  Una diversità che è dettata dal modo di superare ogni tentazione omologante e che nel tempo, nel confronto a volte anche violento, ha inseguito la sua sintesi collocando prospettive diverse su piani di cooperazione e di condivisione.
 
  L’esperienza umana, il suo procedere verso nuove frontiere di conoscenza del mondo è dettata dalla diversità che è curiosità, scoperta. Ogni negazione di tale assunto è la causa dello scontro, dell’intolleranza. Ovvero, dell’incapacità di credere che l’uomo esprima nel progredire delle sue diverse manifestazioni una sua vitale forza di esistenza quale arbitro del proprio destino rispetto alla natura e all’universo. Se così non fosse stato, nessuna deriva totalitaria avrebbe cercato di imporre una propria cultura come superiore e, soprattutto, omologante.
 
  Oggi si confonde pericolosamente la tolleranza con la normalizzazione di comportamenti o di valori che tendono non a rendere un valore la diversità culturale, ma a omologare nel pensiero unico digitale ogni dissonanza vista come minaccia ad una narrazione imposta da chi sa nel suo intimo quanto possa essere pericolosa una libera scelta, una libera manifestazione di un pensiero.
 
  Nella sfida globalista, dettata da ragioni di reinterpretazione di modelli economici che tendono in nome di un neoliberismo discriminatorio a capovolgere i rapporti tra i popoli e di fronte ad una celebrazione di un pauperismo proposto come virtù per i disperati ad esso condannati - come se ciò fosse l’utile martirio per raggiungere salvezze celesti invece di rimuovere gli ostacoli e garantirne la crescita e l’accesso a pari opportunità di qualità della vita - la difesa della diversità culturale diventa un luogo di resistenza. Una resistenza contro i falsi predicatori della povertà o della ricchezza, contro coloro che celebrano le potenzialità di una cultura virtuale affidata a schiere di farisei digitali che tendono a reindirizzare a proprio uso e consumo quel diverso sentire che fa di ogni uomo, di ogni popolo un universo a sé, un valore di conoscenze da mettere a reddito per dare un futuro di libertà ad un sistema di relazioni politiche ed economiche che si avvia verso l’omologazione.
 
  Ciò che sfugge è quanto ben ricordato da un filosofo indiano, Jiddu Krishnamurti, per il quale “Noi siamo il risultato delle azioni e reazioni reciproche, questa civiltà è un prodotto collettivo. Nessun paese e nessun popolo è separato da un altro, siamo tutti interrelati, siamo tutti uno. Che lo riconosciamo o no, partecipiamo alla sfortuna di un popolo come partecipiamo alla sua fortuna. Non potete prendere le distanze per condannare o elogiare.” Aspetti che dovrebbero convincerci che la diversità tra i popoli è, di per sé, una ragione di vita. Ciò che non sfugge ai sacerdoti del globalismo senza distinguo è che è proprio nella necessità di impedire contaminazioni culturali, ovvero lo scambio di esperienze e del pensiero la chiave del loro successo o insuccesso. Il controllo dei popoli nasce, infatti, dal controllo delle loro culture, dall’impedirne il contatto quanto dall’annichilirne le specifiche tradizioni, ovvero quei valori che li hanno contraddistinti nel tempo. Concentrazione e standardizzazione sono esattamente i pericoli e i cardini dell’omologazione silenziosa che la stessa gestione della pandemia con le regole diffuse di abbattimento delle relazioni umane tende a voler imporre nel tentativo di ri-educare i popoli in nome di una governance mondiale che per affermarsi come unica guida non ha altra strada che abbattere proprio le diversità culturali. Probabilmente aveva ragione Giacomo Leopardi nell’affermare, forse come utile speranza, che La storia dell'uomo non presenta altro che un passaggio continuo da un grado di civiltà ad un altro, poi all'eccesso di civiltà, e finalmente alla barbarie, e poi da capo.”

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