La Trappola di Serse

Gli Stati Uniti e il gioco (pericoloso) mediorientale
La Trappola di Serse
«…Vogliate concedermi, fra tanti uomini più eruditi di me,
di fare la mia piccola parte, giacché a volte lo spettatore
riesce ad osservare il gioco meglio di chi vi partecipa».
Jonathan Swift. Da l’Arte della Menzogna Politica, 1710
Nello scrivere i Viaggi di Gulliver, l’arguto pastore anglicano Jonathan Swift non aveva in mente una località particolare se non affidarsi ad una Lilliput di un altrove qualunque. Dotato di una buona dose di pragmatismo, egli guardava alle condizioni politiche di una nazione dominante, il Regno Unito, che superando le prove pro-repubblicane di Cromwell, vedeva ri-consolidarsi l’istituzione monarchica con i limiti di una morale puritana, le contraddizioni politiche che spesso cadevano in un senso di giustizia dei potenti dove la guerra, ultima ratio regum, era il massimo epilogo dell’idiozia.
Nel suo narrare tra l’ironico e la satira pungente, l’idea di uno scontro tra piccoli e grandi non era qualcosa di semplice, ma solo una sorta di lotta tra punti di vista di pochi eletti. Piccoli e grandi uomini, piccoli e grandi drammi che nella storia del mondo si sono e si sarebbero succeduti tra trappole varie e imperizie, con il risultato di traghettare in nome di principi, spesso egoisticamente, ritenuti universali, popoli e anime in guerre e violenze che hanno contrassegnato anche epoche recenti. Due guerre mondiali, un processo di decolonizzazione mai maturato e fatto sopravvivere all’interno di un’idea di globalizzazione eterodiretta, la definitiva archiviazione - con buona pace di chi ancora oggi sostiene l’esistenza di una coscienza universalistica nella comunità internazionale - di quanto sopravvissuto di un internazionalismo post-wilsoniano, hanno fatto si che gli Stati Uniti si riproponessero, anche dopo la “vittoria” apparente della Guerra Fredda, nuovamente quali artefici dei destini del mondo. Nel perseguire questa via americana alla democrazia pro domo propria - erede del migliore eccezionalismo della nazione scelta dalla Provvidenza per guidare il mondo e costretta ineluttabilmente ad adempiere a tale evidente (manifesto) Destino - sembra che il luogo della resa dei conti con il resto del mondo debba essere ancora una volta il Medio Oriente. Una nuova Megiddo si preparerebbe alle porte della storia, con Israele che tenderebbe a far giocare d’anticipo l’alleato di sempre. Un luogo nel quale sembrano consumarsi diritti e pretese di chi ritiene di ancorare la propria global vision ad un’esclusiva di riscatto del mondo dall’oscurità. Un luogo nel quale si trasferisce l’intimo conflitto tra il manifestare un sentimento tipicamente evangelical nell’essere espressione della nuova Terra Promessa in America e un Islam politico che si colloca, quest’ultimo, come esempio della realizzazione della volontà di un Dio terreno, ma al di sopra di ogni ragionevole condizione umana di libertà. Tutto questo, condito dalla solita salsa di valori e di ragioni che tendono a legittimare ogni scelta ed ogni conseguenza di atti spesso contrari al più semplice diritto delle genti (o dei popoli).
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 Ecco, allora, che la crisi tra Stati Uniti e Iran sembra risolversi, ancora una volta, in un confronto tra Grandi e Piccoli, tra il Bene (gli Stati Uniti) e il Male. Ieri il Male era rappresentato dalla Russia sovietica, dall’Iran di Khomeini, poi dagli ex amici talebani. Oggi torna ad esserlo nuovamente l’Iran con un’indecisione su come e in che termini considerare la Russia, questa volta di Putin, piuttosto che la Cina di Xi Jinping e, perché no?, la Turchia di Erdogan (chissà cosa penserebbe Reagan a tal proposito). In gioco, prospettive diverse di ordine politico ed economico mondiale, interessi di corsa alla leadership che sembrerebbero non conciliarsi in termini globali, anche se espressi sul piano regionale, ma al di fuori di un dominus indiscusso. Non conciliabili, nel piccolo, se prevalgono solo logiche di potenza e di potere di coloro che all’ombra dei grandi mirano a garantirsi la sopravvivenza, ed i privilegi, come accade per alcune autocrazie lasciando fuori dalla possibilità di partecipare alla ricchezza buona parte dei propri sudditi (si pensi alle monarchie del Golfo). Ciò che si gioca nel Golfo Persico, da secoli, è una prova di forza e di resistenza tra chi tenta di affermare una supremazia politica, l’Iran sciita, in una regione a prevalenza araba e sunnita, e chi tende a voler definire, e mantenere, un ruolo neoimperiale controllando non solo i regimi compiacenti, ma le risorse. Vero obiettivo, quest’ultimo, di una volontà strategica rivolta ad affermare una nuova politica di potenza capace di condizionare e governare sulle vite, sui bisogni e sulle scelte altrui e di escludere ogni concorrente possibile. In questo gioco geopolitico condotto ad excludendum, gli Stati Uniti hanno cercato di impegnarsi su più terreni e su più livelli.  Convinti di poter spostare in termini di strategia sempre più avanzata lo spazio di influenza in un mondo che si voleva libero da ostacoli dopo il 25 dicembre 1991 (giorno dell’uscita dalla storia dell’Unione Sovietica), gli Stati Uniti hanno perso negli anni di aderenza e di coerenza negli sforzi e nelle azioni politiche, preoccupandosi di rincorrere la supremazia ad ogni costo, impegnandosi a volte o disimpegnandosi a mancata convenienza o prima dell’insuccesso. Preoccupati di mantenere una posizione di dominio, gli Stati Uniti sono stati costretti a fare i conti non solo con la Russia che è riemersa dalle ceneri di un’esperienza storica, declinatasi come non più proponibile nel suo paradigma omologante, ma anche con la stessa Cina, che non rinnega l’impianto postmaoista, che risponde all’unilateralismo a stelle e strisce con una propria politica sul piano della competizione economica. Una concorrente, la Cina, ormai a tutto campo dopo essersi imposta non più silenziosamente in quel lago americano che è stato, e in una certa misura lo è ancora oggi, l’Oceano Pacifico. In questo confronto su più livelli, nell’incapacità di poter affermare un quadro unilaterale di potenza, ogni attore che presenta capacità di azione politica, ideologica o anche solo politico-religiosa, ovviamente oltre che economica, si trasforma in una minaccia. L’ordine economico, e quindi politico, verso il quale gli Stati Uniti hanno sempre indirizzato i loro sforzi, con buona pace dei liberisti puri, è stato quello di un’integrazione dei mercati, ma senza escludere una grande potenza quale regolatrice degli scambi, cioè …gli Stati Uniti. Nella visione internazionalista postwilsoniana e sopravvissuta con i Clinton e gli Obama, l’ordine geopolitico poteva essere concepito solo quale espressione di un sistema unipolare con gli Stati Uniti visti come gli unici capaci di esprimere, globalmente, sia la potenza militare che quella economica.  Se si vuole, gli unici a poter promuovere una sorta di cosmopolitismo liberale, considerato come unica possibilità per affermare un modello di democrazia che avrebbe reso più aperta la comunità internazionale…agli interessi americani.
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In tutto questo, la “nuova” missione neo-neocon, ovvero una versione  1.1 poiché segue le orme dei Rumsfeld e dei Wolfowitz dell’era Bysh jr.,  è chiara da tempo e ciò dimostra quanto, come e perché per Washington non si tratta più solo di internazionalismo idealistico, ma di pragmatismo di potenza e di potere. Una possibilità per esprimere una politica di potenza indiscussa, creduta facilmente raggiungibile già con il collasso dell’Unione Sovietica, ma sfumata nella riorganizzazione degli attori principali, quali la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinpig e la stessa integrazione europea vista come una minaccia ad un ordine sempre più pseudo-liberoscambista. In questa corsa ad ostacoli nel cercare un’egemonia ad ogni costo, la prospettiva conservatrice americana - seppur messa a riposo con la presidenza Obama giusto il tempo di provare a correggere qualche errore in Iraq e in Afghanistan e prendere fiato - ha ripreso il suo corso disponendo di una presidenza perfetta: quella di Trump. Una presidenza che poco tollera un confronto alla pari. Con la Cina e la Russia in corsa sui mercati nei quali il dollaro imperava sino a ieri senza rivali, il rischio per gli Stati Uniti di Trump è quello di perdere terreno nella più vitale delle periferie che fanno da cornice al Cuore del Mondo. Un incubo, forse più di un rischio, che rappresenterebbe l’uscita di scena dopo più di un secolo di politica di potenza sulla quale si è costruita la sopravvivenza anche economica degli Stati Uniti.  Un rischio calcolato, male, ma da non correre anche a costo di dover abbandonare un gioco di potere che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare, ma che oggi potrebbe non pagare come un tempo. Presi tra la difesa delle pretese di Israele e la fedeltà, di convenienza, della wahabbita-sunnita Arabia Saudita il gioco mediorientale vede gli Stati Uniti collocarsi in una posizione di interlocuzione piuttosto che di decisori quali essi, invece, credevano e credono di essere ancora. Ma in verità, crisi nonostante, nel Golfo, dal 1979 almeno, si gioca la partita più importante per l’Islam ed è quella di chi rappresenterebbe la guida della Comunità dei fedeli. Un aspetto che ha secoli di contraddizioni e di crisi nel quale, finita l’epoca laica degli Scià, e di fronte alla divisione delle comunità non solo arabe tra ricchi e poveri, il confronto tra sunnismo e sciismo è solo strumentale a giustificare una o l’altra parte nell’affermare un diritto legittimo di dominio politico che va ben oltre le comprensioni cosiddette occidentali. Una partita oggi a più attori, dove formule come l’Isis o tentazioni neocaliffali seppur promosse, adesso complicano le strategie avanzate di Washington frammentandone le capacità di azione e di controllo dei diversi scenari e dei diversi attori non più così compiacenti. Tentazioni imperiali, che affascinano anche un Erdogan che guarda al retaggio ottomano quale sintesi di una leadership collocabile al di sopra del mondo arabo, ed intenzionato, per questo, a non farsi escludere dal domino mettendo bandiera in Libia. In questa ricerca di credibilità di potenza, senza guardare all’abilità di Putin di presentarsi come mediatore essenziale che lo accredita quale leader di pace, Trump sembra scegliere la strada di essere un presidente di guerra. Una presidenza di guerra, assunta nel convincimento che la decisione di mettere a nudo il nemico perfetto possa accreditarlo ad una nazione che rischia di veder messa in discussione l’unica certezza paradigmatica posta a premessa di ogni decisione strategica e di ingaggio militare: l’inviolabilità dell’homeland. Al di là di ogni valutazione giuridica sulla liceità o meno di un’azione condotta al di fuori di uno stato di guerra dichiarata, né legittimata da una condanna comminata da una qualsivoglia corte e in piena violazione di una nazione sovrana di cui soffre l’occupazione di un esercito straniero, con l’uccisione di Qassem Suleimani gli Stati Uniti si sono infilati in una Termopili rovesciata. Un cul de sac geopolitico e geostrategico la cui via d’uscita, se mai ci fosse, costringerebbe Washington a riconoscere all’avversario nuove ragioni di trattative, se non cedere il passo alle capacità negoziali di Mosca e di Pechino con buona pace della tenuta dei regimi sauditi, degli emirati e delle ambizioni di Washington di restare l’unica potenza decisiva della storia.
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Se rileggessimo i classici, così cari agli americani da ricorrervi per piegarne il significato al loro punto di vista - salvo dimenticarsi per poca umiltà o, sarebbe strano, per poco realismo, di dover contestualizzarne gli insegnamenti - potremmo ricordare un passo di Erodoto sui Capi. Nelle Storie, l’antesignano maestro di Tucidide a riguardo dei condottieri ellenici nelle guerre contro i persiani sottolineò come I contingenti di truppe …avevano anche altri capi particolari secondo le varie città, ma quello che godeva la massima considerazione e aveva il comando di tutte le forze era lo spartano Leonida. Trump, suo malgrado, non dispone di un Leonida e per questo Serse riprendendosi dall’epica sconfitta potrebbe capovolgere l’ordine strategico del conflitto di ieri, portando l’avversario di oggi sul proprio terreno trasformando Suleimani, definitivamente Shadow Commander, nel suo sacrificato Leonida dimostrando di aver imparato la lezione. Se per Graham Tillett Allison Jr. gli Stati Uniti rischierebbero di cacciarsi  in The Thucydides Trap guardando alla vivacità della Cina e ritenendo di poter realizzare il sogno di escludere dal gioco asiatico Mosca, come ipotizzato dal mentore (poi rivedutosi negli anni) dei neocon quale Zbigniew Brzezinski in The Grand Chessboard,  per Trump il pantano mediorientale potrebbe rivelarsi fatale. E, questo, proprio nel voler difendere quelle autocrazie arabe che usano l’appeal statunitense solo per sopravvivere alle pericolose spallate di uno sciismo che sulle masse degli esclusi ha investito nel 1979 per rovesciare i Pahlavi. L’Iran resta un concorrente, nella regione e nel cuore dell’Islam politico. Un concorrente per i sunniti che ritiene di essere legittimato ad esprimere una guida religiosa sull’Ummah attraverso  l’unica esperienza teocratica sopravvissuta ad ogni ipotesi di pseudo neocaliffato sperimentato con varie formule sino a giungere all’Isis. Ma non solo. L’evidente incapacità degli Stati Uniti di poter piegare il futuro della Siria ad un progetto di neo-protettorato affidato alle monarchie sunnite del Golfo rispetto ad un Islam più popolare, si è trasformata in frustrazione da potenza e i rischi, in questo caso, per la pace mondiale non sono pochi. Giocare su più tavoli in nome dell’opportunismo del momento non rendono un adeguato servizio alla democrazia nel mondo, ammesso che questo sia un sincero e disinteressato scopo, ma non lo è, della politica estera americana. Dall’aver tutelato il regime di Saddam Hussein in chiave antiraniana in passato per poi abbatterlo, così come accaduto in Afghanistan, dimostra quanto le approssimazioni americane dettate da valutazioni solo di interesse, o da presunte velleità di potenza, rischiano di far perdere il controllo degli scenari, mettendo in campo versioni compulsive di scelte politiche azzardate e pericolose. Se l’obiettivo fosse quello di promuovere una transizione democratica in Medio Oriente e nel Golfo, il che sarebbe un disastro per l’esistenza delle monarchie sunnite, pur di fronte al non certo emulabile esempio dell’Iran degli Ayatollah, allora bisognerebbe investire in un pensiero riformista ben presente in una possibile era post-khomeinista evitando il ricorso ad un martire che trasfigura la credibilità, e quindi la sopravvivenza  di un regime, E, questo, a proposito di modernità e democrazia, la scommessa dell’Islam, di un Islam democratico, passa di certo dall’Iran. Se per Moise’s Naim sin dagli anni Novanta del secolo scorso non è più il tempo di Khomeini, ciò lo era perché, nel richiamarsi ad Abdolkarim Soroush - primo teorico della rivoluzione islamica iraniana e poi primo dissidente – esisteva un processo di riorientamento di un Islam politico alla ricerca di un proprio concetto di modernizzazione. Per Soroush non esisteva e non esiste un modello unico o dominante di democrazia, ma una democrazia definita plurale nella misura in cui la cosiddetta democrazia religiosa è essa stessa un modello che può convivere con identiche proposte secolari, e con esse dialogare. Aspetti, questi, che sembrano sfuggire ad una prospettiva unilaterale di un integralismo neoconservatore americano. Forse, oltre ad allargare la base dell’accesso alla ricchezza degli esclusi dai grandi affari delle monarchie del Golfo, che alimentano le falangi terroristiche sciite cui fanno eco pari formazioni sunnite, si dovrebbe agevolare l’affermazione di un pensiero per il quale la democrazia secolare come quella religiosa non sarebbero incompatibili. Non si sovrapporrebbero poiché, entrambe, vivono di valori propri e che non determinano il prevalere di un pensiero radicale, ma si autoalimentano dalla libertà che esse garantiscono reciprocamente alla religiosità o al senso liberale di una vita politica pienamente partecipativa. Si tratterebbe, insomma, se fosse nell’animo di Trump di difendere la sicurezza del mondo, di riportare il confronto sugli argomenti della vittoria ellenistica, evitando che Serse si vendichi della sconfitta portando lo scontro finale, questa volta, sul proprio più favorevole terreno.


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