"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Schegge impazzite (o no?) sulla Polonia, e sulla Nato

Ci sono massime che hanno trovato il loro successo perché troppo semplici, a volte quasi disarmanti per un’ovvietà intrinseca, ma non scontata per i più. Insomma, dire che una guerra non si dovrebbe iniziare se non si sa come combatterla e, soprattutto, se non si è più che certi di vincere, al netto dell’indeterminatezza che regna sovrana sui campi di battaglia sembrerebbe così banale che non sorprenderebbe chiunque. O, ancora, credere che non ci siano mai state guerre protratte nel tempo che abbiano portato vantaggi a una nazione. O forse si! Magari per gli Stati Uniti, presi dal collocare il proprio surplus prodotto dall’economia di guerra sia al termine della Prima che della Seconda Guerra mondiale e che oggi si affidano alle ricchezze prodotte sulle forniture di armamenti o nella condotta delle operazioni militari un po’ dovunque nel mondo, dimenticandosi di quando la guerra in Vietnam aveva eroso la tenuta del dollaro.
 
Oppure si dovrebbe essere capaci a vincere le guerre senza combatterle. Si tratterebbe di un “ottimo suntzuniano” (emulo dell’ottimo paretiano in economia) di cui gli Stati Uniti non hanno davvero mai provato a conseguirlo senza combattere. La loro anima da eterni cowboy, infatti, li porta a vedere il “Far West” un po’ dappertutto quale mito assoluto nel quale l’idea della preminenza del più forte, in politica come in economia, non lascia spazio a metodi diversi seppur provati dalla Cia nel passato, ma naufragati nel solito vizio: quello della necessità di una vittoria fisica o di una utile, economicamente vantaggiosa, non sconfitta. Probabilmente anche il vince chi sa quando combattere e quando non combattere potrebbe avere un suo senso, magari guardando alla ritirata delle forze russe da Kherson liquidata forse troppo frettolosamente dall’Ucraina, come una vittoria, una ritirata di cui non si sono visti inseguitori incalzare la coda del nemico.
 
D’altra parte, le ritirate possono avere due significati. Il primo, lasciare avanzare l'avversario cedendo terreno e allungando le linee di alimentazione ucraine, cercando poi di colpirle, mentre si recupera spazio indietreggiando per consolidarsi in posizioni più utili in attesa di riorganizzarsi e dare corso ad una nuova azione in avanti a condizioni di tempo e di forze più favorevoli tutelando, nel frattempo, quanto ritenuto fondamentale; ovvero, Donbass e Crimea. Il secondo, cedere terreno all’avversario, continuando a colpirne le infrastrutture, quindi a prezzi alti da pagare in termini di gestione delle terre riconquistate da parte di Kiev (soluzione interlocutoria). Oppure, vi sarebbe anche un terzo significato, non dichiarabile ma plausibilissimo, historia docet: un ritiro concordato tra le parti per i quali ci si accorda per poter dimostrare ognuno di aver vinto qualcosa per poi negoziare e far sì che le conquiste russe siano “vendute” alla comunità internazionale come concessioni. Una possibilità non nuova agli archivi della storia (crisi missilistica di Cuba, ottobre 1962) e non sorprenderebbe se si trattasse di un risultato dovuto a negoziati condotti dagli stessi Stati Uniti all’insaputa dell’Ucraina, perché così ci si è accordati in attesa di definire un quadro negoziale vantaggioso per tutte le parti in causa.
 
Nel frattempo, però, restano in voga gli argomenti utili a mantenere in vita un tifo calcistico su chi vince o chi perde, su chi ha ragione o torto, o su chi dovrebbe e chi non dovrebbe, come se la guerra fosse un superenalotto. Ed ecco, infatti, come, non paghi di tale semplicismo strategico casalingo, che alla caduta dei missili sul territorio polacco Euro-News, così come alcuni leader che ne hanno cinguettato avendone a dir loro la certezza, non ha perso tempo nel valutare fatti e contorni, nel ritenere che si trattasse di missili russi. Una certezza, come tante, che hanno caratterizzato questo conflitto prevenibile perché prevedibile, utile e funzionale ad una scelta di strategia non tanto così indiretta degli Stati Uniti, utilizzando la Nato e ricorrendo alla formula collaudata di guerra surrogata, ovvero per procura, che non farebbe sporcare le mani a chi la favorisce e poi la sostiene nel tempo. Ma non basta.
 
A sorprendere si è poi aggiunta la Polonia, nazione che si è sempre schierata a modo suo sul fronte atlantista sulla scorta di una paura da incubo dell’invasore russo, ammettendo che non si trattava di missili russi, ma di provenienza ucraina -confermata anche da un solerte Stoltenberg- magari parte di stock forniti negli ultimi mesi e sulle cui capacità di impiego da parte dei reparti ucraini cui sono stati distribuiti ci sarebbe, a questo punto, molto da discutere. Così, in questo ritmo sincopato di un conflitto che assume caratteri compulsivi e al limite della schizofrenia -come tra provocazioni varie e grida di al lupo al lupo, in una sorta di nuovo appeasement dove ci si guarda bene dal cogliere l’occasione per trasformare l’“incidente” in un utile casus belli- si scopre che anche il solerte Segretario generale della Nato sembra preferire, o meglio alternare a posizioni oltranziste atteggiamenti più prudenziali. Parole che, nell’ammettere l’errore ucraino sembrano supporre il placet degli stessi Stati Uniti.
 
La storia, a quanto pare, non ha ben insegnato, almeno agli europei, sin dove ci si dovrebbe spingere alzando la posta dello scontro (tra maldestri tentativi di ricorrere e strategie di brinkmanship o fidarsi del risk taking per la Nato & partners o per Putin quanto può spingersi oltre per poter credere che una de-escalation possa poi disinnescare quanto innescato a fine febbraio) e ciò sarebbe valido più o meno per tutti. D’altra parte, sul piano concreto, non si può non riconoscere che sia Biden che Putin hanno alla fine giocato al rialzo della posta possibile. Il primo, convinto che la guerra russo-ucraina, nel caso di risposta russa (come avvenuto) alle provocazioni della Nato, avrebbe visto un replacement nella leadership del Cremlino, da valutare poi se sarebbe stata meglio o peggio di quella putiniana, ma in assenza di altro ciò poteva andare bene e si sarebbe rinviato ad un secondo tempo. Il secondo, di ritenere che il popolo ucraino, o buona parte di esso, si sarebbe rivoltato contro il demoautocrate di Kiev, come se la memoria storica degli ucraini, come quella dei russi d’altronde, presentasse degli spazi vuoti in cui muoversi senza danni collaterali.
 
Alla fine, tra ragioni e colpe russe e sregolatezze euroatlantiche, la partita sembra spostarsi sulla credibilità delle parti. Con l’una, quella russa, che non retrocede sul punto strategico e politico di fare della Crimea, certamente non negoziabile, e del Donbas, più trattabile, possibili argomenti per un disimpegno graduale. Gli Stati Uniti, piuttosto che Kiev, di provare a salvare il salvabile, a questo punto Zelensky nonostante. In fondo, sia Putin che Biden hanno bisogno di chiudere quanto prima la partita. Il primo, per ragioni interne, il secondo per ragioni interne, altrettanto, ma anche per motivi geopolitici: Brics e altre realtà dell’Estremo Oriente incalzano nel voler sottrarre a Washington l’egemonia del dollaro nelle transazioni che contano; quelle finanziarie, del petrolio e delle terre rare. D’altra parte, al di là del doppio standard sulla legittimità del ricorrere alla preventive war, e sulla liceità o meno della guerra -al netto delle ragioni della Russia che ha comunque violato i confini di uno Stato sovrano, e delle colpe di Kiev nel non aver garantito diritti internazionalmente riconosciuti alle minoranze etnico-linguistiche russe di Crimea e Donbas- rimane il fatto che il ritenere nel passato lecita la preventive war da parte degli Stati Uniti oggi ha fatto sì che altrettanto, sul loro esempio, la Russia si è legittimata ed agito.
 
Condannare l’invasione dell’Ucraina va di pari passo, è evidente, con il condannare gli Stati Uniti per aver fatto di tutto per provocare la reazione di Mosca, peraltro usando la Nato e tale consapevolezza, man mano che passano i giorni, sembra far maturare un sentimento nell’opinione pubblica occidentale per il quale si riducono le prospettive di "fiducia" verso l’Alleanza. Questo, dal momento che, al di là delle motivazioni geopolitiche che sottendono l’azzardo di Washington, gli scopi sono chiari e solo la vera vittima di questa crisi sembra non averlo capito: l'economia Ue e la sua moneta.
 
Ecco, allora, che in questo nuovo gioco delle ombre, sembra evidente che non può non esistere un livello negoziale che vada oltre le dichiarazioni di circostanza e le accuse strumentali. A dimostrarlo, ad esempio, è la stessa scelta dei titoli di una stampa, sino a ieri pronta a trasformare ogni evento come made in Russia, che considera i resti del missile come “Schegge di guerra”. Ovvero, effetti collaterali non voluti dal momento che sembrano essere il risultato di un improvvido impiego da parte delle forze di Kiev. Si tratta, però, di parole precise e non casuali che potrebbero dimostrare come ci sia una sorta di riposizionamento dell’Occidente che conta. Una sorta di nuovo appeasement non manifestabile pubblicamente per pudore e per un motivo. Perché, pur volendo etichettare l’impatto dei missili sul territorio polacco come un incidente provocato dalla Russia, e non lo è stato, in caso di ricorso all’art.5 del trattato dell’Atlantico del Nord, perché coinvolto un membro della Nato, gli alleati sarebbero stati costretti a fare i conti su quanti, in che misura e a che prezzo, sarebbero stati, e lo sarebbero se dovesse configurarsi una simile eventualità, disposti a “morire per Kiev”: Stati Uniti compresi.
 
In tutto questo, alla resa dei conti e senza un’iniziativa negoziale concreta, magari con un abbassamento dei toni da tifoseria per una politica e diplomazia non certo lungimirante, il prezzo lo pagherà la Nato e Stoltenberg capirebbe, ormai tardi, che l’Alleanza è fatta di Stati e di popoli, e non è certo un giocattolo da servire sul piatto di chi ne alza l’offerta.

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