La versione (geopolitica) di Xi

La versione (geopolitica) di Xihttps://www.vision-gt.eu/publications1/analytical-dossier/la-versione-geopolitica-di-xi/

In tempi non molti lontani, quando Graham Allison nel suo Destined for War pubblicato nel 2017 formulò la sua teoria della Tucidide’s Trap forse vi erano ancora termini per considerare velleitaria la possibilità di un confronto tra Stati Uniti e Cina se non altro per le grandezze in gioco e per la possibilità che ognuna delle due potenze, al netto delle posizioni di Putin nel caso, potesse prevalere nella conferma della propria leadership globale.

Che si tratti oggi della paura di “Sparta” per la corsa egemonica di “Atene” o di quella degli Stati Uniti sulla quale poggia il peso della possibile rielezione di Trump o la deriva verso un’incognita antiglobalista con interferenze neo-neocon, o post-globalista di Biden, di certo vi è che la Cina tenta il salto in avanti favorita da condizioni geopolitiche e geoeconomiche che l’Occidente in senso lato, ovvero l’Europa sommata alla prospettiva atlantica con una coda verso la Russia, gli hanno offerto negli anni. Non è certo semplice ancorare i destini del mondo alle sorti del Dragone. Tuttavia, in una versione ideale, credere che la Cina, già Impero celeste e poi luogo di sperimentazione di una società comunista alternativa all’internazionalismo sovietico con un proletariato prevalentemente contadino, rimanesse nel suo isolamento post-maoista sarebbe stata, come lo è stata, un’improvvida superficialità nella quale tutti gli analisti più accreditati sono caduti negli ultimi anni.
Con una storia costruita su ventiquattro dinastie e diciotto regni, esperienze di governo diverse e ognuna tendente a collocarsi come punto di riferimento dell’idea di potere in Asia, Pechino sembra ripartire dalla forza espressa dalla dinastia Han e da Liu Xiu, l’unificatore della Cina, nel voler capitalizzare attraverso la capacità economica e ricorrendo agli investimenti internazionali quelle esperienze e quel know how trasferito da imprese europee e non solo, oggi ridefinito in capacità produttiva e finanziaria propria. La realtà ben fotografata da Allison è che Europa e Stati Uniti si trovano di fronte, e questa volta come competitor e non come piazza a miglior convenienza per produrre a basso costo di manodopera, una Cina inarrestabile che si avvicina a un'America ostaggio di altalenanti periodi di recessione e crescita e in crisi da leadership come tutta l’Europa. Una crisi da capacità di governance, che è anche mondiale dal momento che il rischio pandemico l’ha geometricamente aumentata, ponendo sull’orlo del collasso le economie sino a ieri più forti del mondo.
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Così, mentre l’Europa si sbraccia nel tentativo di recuperare un ruolo globale che non ha, reso irrilevante dalla pandemia che offusca le menti dei governi, sia Xi Jinping che Donald Trump promettono di rendere i loro paesi di nuovo grandi. Una condizione, come direbbe Allison, che sarebbe valida se la Cina non fosse disposta a ridimensionare le sue ambizioni, o se Washington non accettasse di assumere un ruolo di secondo piano nel Pacifico lasciando campo libero a Pechino quale potenza regionale. Per Allison, tutto sarebbe possibile: da una minaccia di guerra commerciale, ad un attacco informatico, quanto altre formule ibride di confronto se non di conflitto aperto dall’esito incerto. Tuttavia, pur comprendendo le profezie che contraddistinguono una certa cultura politologica anglosassone, se ci dotassimo di un pragmatico senso dei fatti si potrebbe dire, al di là dell’ansia creata dalla patogenesi dell’incertezza e che coinvolge la comunità internazionale condizionandone gli assetti economici e finanziari, che la Cina si pone quale competitor a tutto campo quasi a voler mettere “a reddito” il proprio millenarismo imperiale e congelato dalla rivoluzione di Mao Zedong. Un millenarismo che ricerca processi di formazione di una cultura, di un modello di governo e di relazione con gli altri reinterpretato da Xi Jinping che assume la figura del Grande Timoniere del nuovo millennio, superando i limiti di Mao; quest’ultimo, troppo legato ad una visione ideocratica del Partito, ostaggio del mantenimento del potere attraverso la direzione degli assetti burocratici, piuttosto che operando direttamente sui mercati, sul superamento della divisione della Cina tra la dimensione marittima, quella rurale - sulla quale si è costruito sino alla fine degli anni Ottanta il consenso del Partito - e la Cina industriale, oggi parte di una visione economica cresciuta grazie alla delocalizzazione dei processi produttivi del vecchio Occidente.
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Per Xi Jinping, strategicamente, si tratta proprio di superare la divisione della Cina contadina, marittima e operaia andando oltre la prospettiva maoista limitata soprattutto alle masse rurali piuttosto che al proletariato urbano. Si tratta di capovolgere i termini politici ed economici, oltre che sociali, della dottrina del Partito, portando l’idea di un capitalismo di Stato verso una nuova frontiera di compromesso tra ragioni di un governo centralistico e la volontà di aprire alla speculazione finanziaria le porte della conquista di mercati internazionali. E, in questo, si comprende l’importanza del ritorno di di Hong Kong alla Cina, momento fondamentale e centrale nella strategia di controllo dei mercati finanziari internazionali, nell’intercettare le valute e i titoli immessi sulla piazza asiatica dalle società europee e americane.
L’idea di Xi Jinping, la cui percezione sembra sia assente nelle diplomazie europee, è dare alla Cina una dimensione geopoliticamente rilevante, fare assumere a Pechino la guida di un mercato visto non più come dominus, ma quale possibile spazio per costruire una sorta di terza via dettata da un capitalismo diretto dal Partito che, al di fuori della Cina, non disdegna di affidarsi a regole neoliberiste. In sostanza, si tratta di una competizione nella quale Pechino gioca utilizzando sui mercati le armi dei suoi competitor di ieri, potendo oggi disporre di capacità produttive realizzate su un patrimonio di conoscenze costituito dai trasferimenti di know how occidentali avvenuti nel tempo grazie alla delocalizzazione. Ma il problema di Xi Jinping è anche un altro. Oltre ad essere necessario creare un mercato interno capace di assorbire gli eccessi di produzione e di controbilanciare eventuali recessioni, per la Cina si tratta di garantire un’espansione delle proprie capacità di investimento e di riuscire a collocare buona parte della produzione sui mercati del cosiddetto mondo libero. In questo, sembra che la versione di Xi Jinping della nuova Cina sia quasi quella di volersi assicurare uno spazio vitale. Una condizione di ampliamento delle possibilità ulteriori di mercato che determinerebbero le scelte del leader cinese che può disporre, nel campo finanziario, degli effetti della rivoluzione culturale maoista i cui frutti sono oggi i giovani cinesi di ieri diventati uomini d’affari in giacca e cravatta.
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In questa versione di Xi Jinping si sperimenta, in altre parole, un nuovo Balzo in avanti e un’altrettanto originale narrativa che si accompagna al raggiungimento di una Cina moderna, costruita in armonia, e moderatamente prospera come affermato dalla rivista Qiushi (cercare la verità) nel giugno del 2014, mese nel quale prendeva il largo l’idea di una Cina riformista. Una Cina, quest’ultima, votata al superamento di ogni isolazionismo e ispirata alle massime di Xi nel nuovo Libro rosso (Xiista) dove la rivoluzione culturale è affidata alle Guardie rosse di ieri oggi attempati investitori e a giovani intraprendenti broker di Stato.
La Cina è ormai decisa a giocare la propria partita, pandemie o meno, disponendo non solo della possibilità di condizionare le economie in passato più strutturate e oggi in forte crisi da indebitamento, come quelle europee e americane, ma ponendosi, ad esempio, anche quale prestatore di ultima istanza nel continente africano riuscendo, così, a condizionare le politiche economiche di molti Stati il cui debito passa per la casse di Pechino.
Se la Cina ha rinunciato ad ogni possibile lusinga di occidentalizzazione del proprio sistema politico e di valori, dopo aver preso dall’Occidente ciò che gli serviva per rilanciare la propria economia, il rischio che le economie mondiali diventino man mano delle succursali di quella cinese non è, quindi, lontano e i risultati non saranno così marginali.
D’altra parte, la Cina ha ben compreso che la migliore partita nel gioco di una strategia avanzata si risolve nel controllo delle materie prime in Africa, nella partecipazione se non nella diretta governance delle infrastrutture che permettono di controllare la distribuzione delle merci sui mercati europei e non solo. La stessa Silk Road Economic Belt può essere letta in diversi modi. Come un’opportunità per le economie europee o come una corsia preferenziale per Pechino. In questo slancio di una Cina imperiale - che si rimodella su una tradizione di riscatto dal mondo occidentale che ne ha dettato le sorti almeno sino alla caduta della dinastia Qing - sembra si giochino partite complesse e vitali per un futuro nel quale la cooperazione pare affidarsi ad un unico attore principale: la Cina di Xi. Per l’Europa e l’Italia sembra che il destino sia deciso, se non ci si appresta a riconsiderare una politica continentale nel dotarsi di una politica economica che integri le capacità produttive delle nazioni parte dell’Unione europea, ponendosi un obiettivo etico e politico di difesa della produzione e del mantenimento di un tenore di vita non eterodiretto, abbandonando ad una semplice necessità di previsione il punto di vista tecnocratico e non collocandolo al centro dell’agenda europea.
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D’altronde, ad esempio, la stessa conquista dei porti del Sud, dal Pireo a Taranto ha lo scopo di aumentare lo spettro di possibilità di infrastrutture al servizio dell’economia di Pechino e ciò rappresenta la sfida portata sulla porta di casa dei mercati europei. In questo scenario, che fa della complessità delle relazioni euroatlantiche il motivo di maggior rilancio di una Cina che intende giocare la proprie carte valutando la imperfetta realtà politica ed economica europea - messa ben in evidenza dalla gestione disarticolata e disorganica dell’emergenza pandemica - Xi Jinping tende a perseguire una politica di egemonia progressiva contando sulla frammentazione dell’Occidente in senso lato e delle intemperanze politiche statunitensi, restando a guardare come e in che misura il quadro internazionale potrà essere utile per uno spostamento definitivo verso Oriente del baricentro strategico del mondo. Una sorta di nuova via che, in fondo, coagula su di sé sia l’idea di un Heartland troppo rigida nella sua formulazione geografica e geopolitica e di cui - anche se solo in parte - la Cina di un tempo ne era espressione, che una possibile dimensione talassocratica (Rimland) fondata sul dominio dei porti che riporta in vita l’idea di una Cina volta alla conquista dei mari, magari ispirandosi al grande ammiraglio delle dieci spedizioni Zheng He, riuscendo, questa volta, a giungere sino alle coste europee senza perdere di vista l’Oriente.

Ma al netto delle divisioni europee, probabilmente è una riflessione di Mohammad Reza Pahlavi, già scià di Persia e vittima della sua stessa vanità, quella che ancora oggi sembra la più valida per spiegarci su quali fattori la Cina di Xi Jinping poggia il suo successo. Forza del Partito o meno.

I cinesi sono un popolo solo. Possono parlare dialetti diversi, ma il loro linguaggio scritto è lo stesso. Ovunque si trovino essi sviluppano un forte senso comunitario, sia in Cina che all'estero. Per quanto possano violentemente dissentire su istanze politiche, alla fine si considerano tutti cinesi e sono tutti orgogliosi delle loro tradizioni nazionali.
 
Una riflessione non da poco se si pensa che fu formulata negli anni Sessanta e, quindi, di certo riferita ad una Cina fortemente ostaggio del regime di Mao. L’idea di Xi Jinping si muove sul filo conduttore di una civiltà millenaria, che si pone al di sopra delle tradizioni e che riconosce al potere un fattore coagulante e, questo aspetto, sembra essere il leit motiv che guida l’azione politica del leader cinese oggi. Un’azione che sembra mettere a confronto le insufficienze di modelli liberaldemocratici incapaci di dotarsi di un comune punto di vista, facendo sì che si affermi l’idea che le autocrazie abbiano più capacità di pianificazione a lungo termine, anche se il limite di ogni centralistica personale visione del mondo segue nel tempo le fortune e le sfortune del leader. Di certo, per le democrazie europee e per la stessa Unione europea, nell’incognita delle presidenziali statunitensi, il tutto si consumerebbe in una sola possibilità di salvezza: nella consapevolezza degli errori e nell’umiltà di rimettere in moto un’economia continentale capace di contenere la frenesia cinese, dotandosi di una politica economica comune e di una nuova finanza meno tecnocratica e più solidale, per poter tornare a negoziare da pari senza svendere per mero, miope egoismo nazionale.
 
Giuseppe Romeo. Accademico, analista politico e pubblicista, è autore di diversi articoli scritti per riviste di settore nell’ambito della difesa e della storia delle relazioni internazionali tra le quali “Rivista Militare”, “Informazioni della Difesa”, “Affari Sociali Internazionali”, “Eurasia”, “Imperi” oltre che per “Rivista di Politica”. Tra i volumi pubblicati, oltre alle opere monografiche dedicate al diritto e al Mediterraneo, si ricordano La politica estera italiana nell’era Andreotti (2000); Eurosicurezza. La sfida continentale. Dal disordine mondiale ad un ordine europeo (2001); La fine di un mondo. Dai resti delle torri gemelle una nuova teoria delle relazioni internazionali (2002); La guerra come destino? Palestinesi ed israeliani a confronto. La paura della pace (2002); L’acqua. Scenari per una crisi (2005); All’ombra della mezzaluna. Dopo Saddam, dopo Arafat, dopo la guerra (2005); L’acqua. Scenari per una crisi (2005); Il Fronte Sud dell’Europa. Prospettive economiche e strategie politiche nel Mediterraneo (2007); L’ultimo soldato. Pace e guerra nel nuovo mondo (2008); La Russia postimperiale. La tentazione di potenza (con Alessandro Vitale, 2009); Un solo Dio per tutti? Politica e fede nelle religioni del Libro ( con Alessandro Meluzzi, 2018).


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