Afghanistan. Strategie USA e getta

Afghanistan. Strategie USA e gettaÈ incredibile, molte volte, come ci si meravigli e ci si sorprenda di noi stessi quando accadono avvenimenti che, se fossimo onesti o mediamente capaci di guardare al passato prima di decidere o valutare come e in che misura comportarci, probabilmente avrebbero offerto risultati diversi.
O forse avrebbero indotto a mettere in campo atteggiamenti più coerenti con possibilità, pretese e costi. Oggi come ieri, nei giorni più funesti di un Occidente che crolla senza ammetterlo nelle sabbie mobili di un pantano creato da se stesso, si legge di tutto. Chi scrive non ha pretese di verità. In fondo, al di là di qualche saggio e articolo sparso qua e là, forse non sarei neanche un analista giusto e adeguato. Tuttavia ci vorrei provare se non altro per averci …provato nel passato e per essermi reso conto, senza avere capacità divinatorie, di non essere andato molto lontano da ciò che oggi osserviamo. Vi è chi paragona la exit poco strategica degli Stati Uniti, e della Nato, da un ingaggio solo artatamente legittimato a posteriori per volontà di Washington dalle Nazioni Unite ad una sconfitta come in Vietnam. Vi è chi salva il salvabile nel difendere vent’anni di proiezione avanzata di forze democratiche che nella war on terror avrebbero dovuto salvare il mondo, quasi a collocarsi a presidio avanzato di una forward strategy senza né capo né coda. O meglio con il capo di chi credeva di potersi collocare a ridosso di Cina e Russia arginandone la competitività e chi, da buona coda, ha ritenuto di fare dell’Asia Centrale un buon argomento per dare una dimostrazione di capacità operativa, proiettabilità delle forze, di capacità di comando, come gli alleati europei e, tra questi, l’Italia in particolare. Peccato che senza obiettivi politici concreti nessun impiego militare si può vestire di utilità nel tempo, pensando di poter trasformare i termini di potenza posti a premessa in un semplice mantenimento di posizioni in attesa del collasso garantito dai costi di ogni sforzo.
 
C’è chi poi si è sperticato nel chiarire che il ritiro dall’Afghanistan della coalizione già Isaf-Nato non avrebbe nulla a che vedere con la fuga del 1975 da Saigon, dal Vietnam, con quella scena replicatasi tra ambasciate e aeroporti, di coloro che cercavano un posto per la salvezza. In verità, al di là degli anni trascorsi tra un avvenimento e l’altro, si può dire che il Vietnam fu il fallimento sul piano politico-strategico e, quindi, tattico, di una potenza che credeva di poter prevalere sull’intima forza di un popolo. In Afghanistan siamo di fronte al crollo di un’interpretazione occidentale dei rapporti di forza, visti solo come uso e consumo di un tentativo egemonico destinato a dissolversi perché costruito sulla supponenza, e non sulla conoscenza, sostenuto da nazioni democratiche incapaci di andare oltre gli interessi geopolitici altrui. Nazioni pronte a trattare con dittatori e capetti se ciò avesse ben lustrato gli occhi al proprio dominus. Ebbene, Vietnam o Afghanistan - e con buona pace di Commissari o Alti rappresentanti di un’Unione europea che pretende di subentrare come protagonista nella vicenda afghana senza essere stata in grado di mettere a reddito la sua EU-Global Strategy - credo anche questa volta dovremmo fare i conti con quelle Urla nel Silenzio che in un indimenticabile The Killing Fields del 1984 furono non solo scritte, ma rese cinematograficamente memorabili tanto quanto le immagini dell’abbandono dell’ambasciata di Saigon anni prima. E poco importa che si trattasse della vittoria del Viet Minh e di Ho Chi Min o del crollo del regime di Lon Nol in Cambogia franato, e abbandonato, alla resa sanguinaria dei conti con Pol Pot …ricordate il libro Cambodge année zéro (Cambogia Anno Zero)  del 1977 di François Ponchaud? No forse no. Non credo che nessuno degli Stati Maggiori ne abbia fatto patrimonio di conoscenza. Mai sentito citare in alcun corso.
 
Quanto accade oggi in Asia Centrale e non solo in Afghanistan, non è altro che il risultato di memorie corte che nel decidere modi e termini di come condurre le operazioni in Indocina nel passato e in Asia Centrale sino a poche settimane fa, hanno visto maturare, quasi come si trattasse di una scoperta copernicana dal punto di vista dottrinale, quella Counteinsurgency contenuta poi nel manuale M 3-24 messo in campo dal generale David H. Petraeus che avrebbe dovuto rendere più adeguata la risposta contro i vecchi ed impertinenti barbuti alleati. Eppure il tutto si è concluso, nulla di più nulla, nulla di meno in un nulla di fatto. Ora, cercando di non apparire velleitario e volendo restare con i piedi e gli argomenti ben piantati per terra ancorandoli su dati di fatto e su aspetti altrettanto incontrovertibili dal punto di vista storico, storico-politico e geopolitico, oltre che economico, dovremmo chiederci come sia stato possibile che in venti anni di successi strategici, dicono, e tattici, si racconta anche, sia accaduto tutto questo. Certo, forse si dovrebbero mettere in ordine cronologico tutti gli After Action Report prodotti dai Comandanti succedutisi nel tempo e verificare quali siano stati i successi descritti visti, oggi, alla luce del risultato strategico complessivo e, a questo punto, definitivo di due decenni pesati al netto dei caduti, dei feriti della coalizione e dei costi economici. E, per favore, l’ipocrisia dell’esportazione della democrazia lasciamola da parte per pietà di verità. Ci siamo prestati, anche noi italiani, per due decenni ad un gioco a scacchi condotto dagli Stati Uniti in un rigurgito neocon voluto da Washington, ma ben dichiarato nelle dottrine o nei libri di Zbigniew Brzezinski sin dagli anni Ottanta (The Great Chessboard). Un buon teorico, Brzezinski, poi pentitosi sulla via degli insuccessi, per il quale sarebbe stato possibile riuscire a rendere praticamente a stelle e strisce l’assunto dell’Heartland di Halford Mackinder ma senza fare il conto con gli spazi, la storia e le dinamiche sociali di popoli diversi pensando che Russia e Cina sarebbero rimaste a guardare a quanto sarebbe accaduto nelle loro prossimità strategiche.
 
Ciò che si osserva oggi, nella terra dei pashtun e delle altre decine di etnie casto-padronali che compongono la costellazione afghana, è che l’Islam torna ad essere il cemento della differenza, la sintesi imposta da un radicalismo con il quale, alla fine, si è negoziato, altro che war on terror, sulla sorte di quell’Afghanistan che ha creduto a promesse a perdere. L’implosione della credibilità dell’Occidente geopolitico - non quello continentale che comprenderebbe anche la Russia - si è erosa negli ampi spazi di una terra ancora oggi di nessuno. Uno sforzo condotto da anni dagli abili strateghi del Pentagono promuovendo prima i talebani a loro alleati in chiave antirussa negli anni Settanta, retrocedendoli ad avversari dopo il 2001 - come fatto con Saddam Hussein scaricato e sacrificato dopo essere stato usato in chiave anti-iraniana - ritenuti parte negoziale alla fine pur di uscire indenni e senza ulteriori danni collaterali nell’era del pacifico Biden. Insomma, in questo non banale cimitero degli Imperi che è stato ed è l’Afghanistan, l’Asia Centrale ritorna ad essere quello spazio nel quale la polvere degli imperi porta via con sé ogni pretesa di ridefinire una nuova power politics a stelle e strisce che ha raggiunto il suo punto di overstretch ormai sempre più evidente. Ma, anche qui, certo non si può pretendere che qualcuno abbia per forza letto prima Paul Kennedy nel suo The Rise and the Fall of Great Powers  (Ascesa e declino della grandi potenze) tra un intervallo e l’altro di una Scuola di Guerra o di uno Stato Maggiore  o, ancora più aderente, il libro di Karl E. Meyer The Dust of Empire del 2003 (La polvere dell’impero).
Si potrebbe dire che neanche gli Stati Uniti abbiano dato molta importanza alle Cassandre di casa. Insomma, dopo aver espugnato il regno di Osama Bin Laden convinti che Al Qaeda fosse una rete ad personam e celebrato la guerra al terrorismo secondo piani che non sarebbero andati oltre le volontà del Pentagono e del più o meno capace e lungimirante Presidente di turno, gli Stati Uniti, e con essi gli alleati vari, hanno mollato la presa. Hanno mollato, o abbandonato, quella parte di Afghanistan che aveva una visione nazional-borghese sopravvissuta nelle pieghe di quarant’anni di disastri politico-sociali, dopo aver abbandonato il campione dell’Occidente, tale Hamid Karzai. La coalizione dei volenterosi (coalition of the willing) in Iraq poi traghettatisi in Afghanistan, ricordate Bush jr., finisce la sua esperienza riconoscendo ai talebani un ruolo negoziale e, con questo, dando loro semaforo verde e affidando al caos le sorti di un futuro confronto con la Cina. Washington ha scoperto, alla fine, che l’Asia Centrale è troppo impegnativa e richiede troppe risorse per essere una periferia dell’Impero considerato che la Cina esprime una sua capacità continentale non di secondo piano cui si aggiunge, in una prospettiva multilaterale, la Russia. Sono aspetti di carattere strategico, oltre che politico, che probabilmente sono sfuggiti negli anni agli attenti analisti più o meno blasonati dell’Occidente che conta. Quell’Occidente imperiale, composto da buoni vassalli meno uno, la Francia, che crede che ancora oggi che Pechino sia un inerte gigante di terracotta mentre gli eserciti di tal fattura sembrano non essere cinesi mentre nel frattempo hanno  abbandonato gli scenari del Grande Gioco senza aver vinto e con la certezza di aver politicamente perso.
 
Può darsi che tale ritiro abbia poco a che vedere con quello del Vietnam ma, paradossalmente, vi è un luogo comune. La fine della guerra del Vietnam rispondeva alla necessità di riorganizzare il ruolo strategico degli Stati Uniti. La guerra in Indocina fu costosa in termini umani, economici e di consenso. Ma, soprattutto in termini economici, gli Stati Uniti furono costretti a correre ai ripari per non vedersi erodere le proprie riserve auree dal momento che il sistema del gold exchange standard era agganciato alla convertibilità del dollaro in oro. La dichiarazione della inconvertibilità della divisa a stelle e strisce avrebbe dovuto far apprezzare la moneta e permettere di reindirizzare maggiori risorse verso la competizione nucleare per non perdere la superiorità tecnologica con l’Unione Sovietica. Oggi accade la stessa cosa. Di fronte alla competizione che si giocherà nel Pacifico questa volta con la Cina, le traiettorie americane sono mutate rapidamente per la necessità di riorganizzare le risorse, evitando dispersioni e rimodulano il pensiero strategico che va di pari passo con quello dell’interesse nazionale definendo, volta per volta, strategie pronto consumo (disposable strategy) che si adeguano al momento, all’interesse o al disinteresse dell’amministrazione presidenziale.
 
E l’Italia in tutto questo? Abbiamo rinunciato negli anni ad esprimere una capacità operativa credibile nel Mediterraneo, lasciato che altri decidessero delle sorti della Libia, trattato al più alto livello di governo la fine di un sequestro di italiani con il non riconosciuto governo di Khalifa Belqasim Haftar mentre supportavamo Fayez al-Sarraj e, tutto questo, mentre le nostre risorse umane e materiali erano impegnate in un fuori area che più fuori di così non si poteva immaginare. Certo, dire che l’Italia giochi il ruolo della Cenerentola di sempre non piacerebbe a coloro che hanno, e non con torto in fondo, permesso che lo strumento militare italiano si sdoganasse negli anni dalla sua marginalità per assumere buone capacità operative, di proiezione e di spiegamento delle forze: e, questo, non sarebbe né errato né corretto. Tuttavia, l’Italia continua a soffrire di una chiara mancata convergenza tra obiettivi politici - che restano generici e non dichiarati, soprattutto in termini di responsabilità e di costi - e una concreta e credibile dottrina strategica. In una riflessione del 25 gennaio 2011 scrissi che se ciò che percepiamo noi in Occidente si pone come una sorta di sostenibilità ad un’operazione di peace-enforcing più che di peace-building, la percezione che hanno i nostri soldati in Afghanistan come nell’altrove delle missioni di pace è molto diversa. Ciò che si percepisce nei dialoghi di chi rientra era una certa sfiducia presente sino ai minori livelli ordinativi e non solo, ed una serpeggiante impressione che nessuno sapesse bene per quale scopo si era in missione e, soprattutto, quali fossero i concreti e reali obiettivi da perseguire. Le informazioni veicolate dai media attraverso il sistema dei giornalisti embedded e degli Ufficiali PI si sono rivelate spesso parziali ed edulcorate per ragioni politically correct, e questo poteva essere anche comprensibile. Tuttavia, nei racconti letti o riassunti, sembrava che mancasse una visione di insieme, un legame certo, coerente e credibile, oltre che misurabile su quanto si doveva fare nell’interesse del Paese.
 
La stessa progressiva capacità offensiva dei talebani, dimostrata negli anni, è stata più volte misurata sul campo con altalenanti scelte tra il tatticamente necessario e il politicamente corretto. Guardando agli ampi spazi dell’Asia Centrale sembra che l’impero romano, e prim’ancora Alessandro, considerassero la pace un risultato possibile solo come conseguenza della guerra: si vis pacem para bellum, tempi e strategie permettendo. Ma come ricordava un attento generale Luigi Caligaris in tempi non sospetti, l’ambiguità di fondo delle missioni di pace ci costringe a dover rispondere a delle domande che dovrebbero essere poste prima che una missione abbia inizio e che per esorcismi da buonismo senza pathos si rimuovono dai tavoli degli Stati Maggiori. Domande come: siamo in Afghanistan per fare la guerra? Per difendersi i soldati devono fare la guerra? In cosa esattamente consisterebbe, poi, questa guerra? Cosa possono e non possono fare i soldati? Quante perdite siamo disposti a subire? A questi interrogativi, apparentemente dovuti, sino ad oggi non ci sono state risposte univoche, precise, cristalline dirette a chi avrebbe dovuto assolvere un compito preciso, pagando anche con la propria vita il prezzo dell’incertezza o dell’ambiguità politica e strategica di chi decideva. Il risultato oggi?  Che, ancora una volta, l’Italia non guarda lontano e non può farlo. Al di là delle belle parole ci restano, chiuso un teatro, le intenzioni scritte nei Libri Bianchi della Difesa o quali parti di accademiche slides che imperversano nelle lezioni delle diverse cattedre che producono strateghi da ministero o creano titoli per curricula da esperti che popolano l’universo del sapere strategico. La verità è che alla fine abbiamo abbandonato per venti anni la porta di casa avventurandoci in un Grande Gioco della storia per la modica cifra di 8.7 miliardi di euro senza contare 54 vite caduti e più di seicento feriti. Siamo usciti di fatto da quel Mediterraneo che è ormai un lago per tutti tranne che per l’Italia. Ma possiamo consolarci. Al netto della valutazione dei costi in termini umani e materiali, della vita operativa dei mezzi che sono rientrati o lasciati in teatro, della disponibilità/possibilità di ricondizionarli o riacquistarli per mantenerne l’efficienza operativa dei reparti, il nuovo anno accademico si aprirà con un’altra esperienza: un’altra lesson learned che piacerà a coloro che saliranno in cattedra a commentare nelle aule o per riempire nuovi libri di memorie. Magari, aspettando che si aggiorni con un nuovo episodio un celebrato, quanto datato, volume di Geoffrey Regan The Guinness Book of Military Blunders o, per restare sul più ravvicinato, ci potrebbe pensare un David Wragg già autore di Snatching Defeat from the Jaws of Victory: 20th Century Military Blunders a completarne il quadro dei fallimenti militari ormai senza tempo e senza ragione. Ricordo al termine le parole di Luigi Caligaris per il quale «Una guerra senza vittoria e senza sconfitta agevola la parte più debole. Per la guerriglia prolungare la guerra non è un problema, mentre una grande potenza che non vince né perde entro un tempo ragionevole può considerarsi sconfitta». Venti anni sono stati più che un tempo ragionevole.

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