"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Occidente e Russia. Una questione di prospettive, una questione di sopravvivenza

Non vi sono dubbi, tra crisi russo-ucraina ancora non risolta e recrudescenza della rappresaglia di Israele quale contropartita al vile ma non imprevedibile attacco di Hamas dell’ottobre dello scorso anno, che il mondo, visto nel suo spaccato europeo e mediterraneo, viva un momento di forte complessità nelle relazioni di potenza e nelle relazioni economiche.
La distribuzione degli effetti delle crisi, e il capovolgimento dei riferimenti di ieri che cercavano di attribuire un ordine sostenibile ai rapporti di forza, sembra essere venuto meno liberando energie malsopite o malcelate all’interno di un quadro di competizione nel quale ogni attore, piccolo o grande che sia, tenta di ritagliarsi un proprio vantaggio e poco importa ai danni di chi.
 
La scarsa sostenibilità delle ragioni del diritto internazionale, spesso disattese proprio dai principali promotori della forza dello ius gentium, ha messo in discussione quei termini di fiducia attraverso i quali costruire un modello cooperativo capace di offrire soluzioni e non stare a guardare come e in che misura potrà nuovamente imporsi la legge del più forte o della migliore resilienza. Tutto questo riguarda l’Europa, gli Stati Uniti, la stessa Russia e non solo visto la proiezione mediorientale di un arco di crisi che, sommato a quello ucraino, distribuisce aloni di sofferenza a piene mani nelle prossimità della vecchia fragile fortezza europea.
 
Se il valore da difendere resta la sicurezza continentale, probabilmente esso ha avuto e ha ancora oggi dei pessimi testimoni dal momento che invece di definire modi e metodi di cooperazione o, anche, invece di massimizzare le occasioni offerte dalla storia come nel maggio 1997 con l’avvio del Consiglio congiunto di cooperazione Nato-Russia ci si è affrettati, venute meno le condizioni sottese a conquistare nuovi spazi di potere economico, a gettare ogni opportunità nel cestino gramsciano della storia. Quel cestino dei rifiuti nei quali confluisce ciò che si ritiene non più utile, non più necessario a condizioni date, a soddisfare gli interessi in gioco del potente di turno.
 
In questa partita al massacro graduale di un continente che a stento cerca di sopravvivere come protagonista di una storia non più propria, ci si dimentica ogni giorno che, come ricordava Churchill, […] In guerra, la massima "la sicurezza innanzi tutto" porta diritto alla rovina […]. Un monito non certo banale che si accompagna, quasi a voler esserne un corollario a distanza di anni alla riflessione clausewitziana per la quale […] Lo stesso fine politico può produrre effetti totalmente diversi su popoli diversi e, anche sullo stesso popolo, in epoche diverse […]. Ora se tale affermazione può essere suggerita alla Russia, di certo non affranca l’Occidente euroamericano dal doversi sentire anch’esso destinatario di un simile avvertimento dal momento che le forze in campo segnano incontrovertibili risultati per i quali l’assunto di Tito Livio Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (…mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata) sembra trovare a sua volta nella massima - rimaneggiata da Vincenzo Monti in “Aristodemo” - si Athenas et Spartam, quod aiunt, ne clamor ridentem (se Atena piange, Sparta non ride) un suo corollario.
 
Due prospettive forse datate è vero!, ma che trasfigurate nella condizione del conflitto tra Russia e Ucraina, e guardando al ghost fighter che spera di raccogliere frutti non combattuti se non sulla pelle delle forze di Kiev, dimostrano come le ragioni degli uomini di potere e degli Stati non mutino nei secoli ma rischiano di commettere diabolicamente sempre gli stessi errori. E non basta riferirsi alle capacità di un’Alleanza costruita su presupposti diversi sino a ieri, quasi a dover affrontare una nuova Guerra del Peloponneso in Europa. Ma significa anche considerare che le alleanze possono mutare per nuove condizioni poste dagli interessi prevalenti così come, il dover accettare anche che se si fa parte di un Impero, questi, come ricordava Charles De Montesquieu, se fondato sulla guerra […] deve conservare se stesso con la guerra […].
 
In questo senso, vi sono, quindi, buoni argomenti per credere, sempre in termini clausewitziani che se sarebbe folle per la Russia lo è altrettanto per l’Europa atlantica far sì che il fine politico possa prima o poi superare il potere strategico creando, in questo modo, la falsa illusione che si possa condurre una politica tale da superare le condizioni strategiche del momento non guardando alle correlazioni tra strategia e politica. Un rischio che potrebbe correre Mosca, ad esempio conducendo sforzi superiori agli scopi di un conflitto limitato ma che, a risorse date, eviterà di commettere con buona pace di chi intravede in campo atlantico uno spostamento in avanti degli obiettivi della Russia; ciò, vista l’impronta del pensiero strategico di Mosca, molto votato a mantenere una impostazione neobismarckiana nel conservare una propria dignità di potenza continentale.
 
Al contrario, nella prospettiva di disarticolare la Russia cercando di giungere alla sua frammentazione come auspicato già da un solerte Zbigniew Brzezinski suggeritore di mosse in una scacchiera già abbandonata dagli Stati Uniti, è la Nato che rischia di andare ben oltre le sue capacità strategiche credendo di poter allungare i termini della crisi e non valutare un allargamento possibile dei fronti dove l’orizzonte mediorientale ne è già un ulteriore possibilità oltre quello ucraino.
 
La verità, insomma, è che una buona e onesta dose di realismo, interpretato in un’ottica che non rinuncia alla difesa di valori che fondano il modello occidentale, dovrebbe favorire riflessioni più ampie e adeguate. D’altronde, qualunque siano le posizioni che vorrebbero giustificare politiche di conquista attraverso l’uso del regime-change bisogna considerare che la Russia non è certo l’impero ottomano e la resilienza dimostrata nelle fasi più drammatiche della storia del Novecento ne è una dimostrazione, così come non è certo coerente definire colonialista - da parte francese - l’atteggiamento di Mosca magari rinunciando, per Parigi, di guardarsi allo specchio nell’Africa francofona ancora oggi.
 
Anzi, in questo senso, si potrebbe dire che veri dissidenti che hanno comunque pagato un prezzo alto nel tempo come lo stesso Lev Gumilev, di certo non ben visto dal Cremlino delle nomenklature, guardando al destino eurasiatico di Mosca oggi leggerebbero diversamente la politica occidentale verso Mosca, al di là della leadership di Putin o di altri. Questo, mettendo al centro la necessità di opporsi alla decomposizione possibile delle identità che disegnano il mosaico russo, come il resistere alla normalizzazione etnico-culturale attraverso la quale si tenta di far capitolare il vecchio buon avversario di sempre e di cui l’Unione europea sembra esserne il miglior laboratorio.
 
D’altra parte, ciò che l’Occidente convinto ancora oggi di poter sovvertire un ordine delle cose senza usare lo strumento della democrazia su piani diversi da quelli competitivi, sembra favorire uno spostamento della stessa Russia verso quella prospettiva eurasiatica che non sembra essersi indebolita nonostante ben due anni di conflitto con l’Ucraina. Una prospettiva che fa - come ricordava nel 2012 Marlène Laruelle nel suo Russian Eurasianism: An Ideology of Empire - dell’eurasiatismo non un movimento ma una ideologia di grandezza russo-asiatica che nel distribuirsi tra Russia, Kazakistan e Turchia ha lo scopo di convincere i russi su cosa sia inalterabilmente importante per l’esistenza della Russia come nazione e perché tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una visione neoimperiale. Un aspetto, questo, con il quale se l’Europa e gli stessi Stati Uniti avessero fatto bene i conti negli anni utili per prevenire una simile possibilità avrebbe di certo aperto ad orizzonti di migliore cooperazione e fatto della Russia un interlocutore importante verso Oriente. Ma non solo.
 
La Russia da Alessandro a Putin, come ricordava nel 2014 Andrei P. Tsygankov, pone anche l’onore al centro delle relazioni internazionali, non volendo rinunciare al peso specifico che la storia gli ha riconosciuto. Tsygankov sostiene che gli interessi della Russia nell'acquisizione di potere, sicurezza e benessere sono filtrati attraverso questa convinzione culturale e che diverse concezioni dell'onore forniscono un quadro organizzativo che produce politiche di cooperazione, difesa e assertività in relazione alle posture assunte dall’Occidente nei confronti della Russia. Sempre secondo Tsygankov, la Russia quando percepisce che il suo senso dell’onore viene riconosciuto essa collabora con le nazioni occidentali, ma senza tale riconoscimento persegue politiche indipendenti in modo difensivo o assertivo (Andrei P. Tsygankov, Russia and the West from Alexander to Putin: Honor In International Relations, 2014).
 
Una riflessione che va di pari passo con quanto scritto da Angela Stent in Putin's World: Russia Against the West and with the Rest , 2019, per la quale la convinzione diffusa che l'Occidente abbia cercato di negare alla Russia un posto al tavolo delle grandi potenze da quando è crollata l’Unione Sovietica sia una delle ragioni che permette alla leadership di Putin di sopravvivere nonostante tutto; quasi ricordandoci come, nonostante i crimini commessi, nel momento dell’invasione nazista, si è riconosciuto in Stalin l’unico leader disponibile per difendere una idea di Stato. Una condizione di resistenza e di sopravvivenza che alla fine si fa breccia nell’ambiguità del messaggio delle democrazie occidentali che nel tempo non hanno lesinato di sostenere autocrazie di comodo o di impedire democraticamente dibattiti e confronti in nome di quel politicamente corretto che invece di ridurre il peso dei competitor, ne ha offerto argomenti di rilancio.
 
La stessa intervista a Putin di poche settimane, fa realizzata da un seppur discutibile Tucker Carlson, non è passata inosservata in Occidente provocando una crepa nel consenso disponibile verso il sostegno a Kiev da parte statunitense ed europea. Così come il doppio standard tra le vicende di Assange, abbandonato al suo destino nelle mani di democrazie dimentiche di se stesse e quelle di un Navalny la cui difesa è comprensibile ancorché non certo professante in passato di idee altrettanto votate ai valori del mondo libero quasi a dimostrare che dichiararsi anti-Putin non significa necessariamente, e sufficientemente, essere anche campioni di democrazia.
 
Tuttavia, ferma restando la condanna di qualunque persecuzione del pensiero e a fronte della certezza che ha l'Occidente che sia stato Putin o chi per lui il possibile mandante, dovremmo ricordare oltre agli Assange, i Kennedy, i Martin Luther King e i vari morti riconducibili al cosiddetto mondo libero. Cioè, a quel mondo nel quale operazioni condotte dai vari "asset" distribuiti nell’altrove dell’inespugnabile/intoccabile Homeland hanno risolto problemi o imbarazzi del momento con un discutibile "democratico" e risoluto mezzo.
 
Alla fine, in questo gioco di potere che si affida al dominio dell’informazione quale nuovo campo di battaglia per conquistare quel consenso necessario a legittimare in futuro anche scelte di ben altra qualità, nel valutare le ragioni di un Michail Chodorkovskij o di un Vladimir Ashurkov, dovremmo cercare, per un’operazione di onestà intellettuale, ad esempio di fare chiarezza e mettere ogni cosa e ogni persona al giusto posto della storia e della verità. Questo, considerato che il primo, oggi ritenuto un dissidente, sino a qualche anno fa era uno dei più potenti oligarchi con capitali occidentali ad aver scalato la Yukos aprendo la strada già prefigurata dall’Occidente di poter conquistare senza troppe fatiche le imprese russe grazie a Eltsin. Ma, come la storia ci insegna, così non è stato.
 
In verità, e al netto delle imprese del passato e delle dichiarazioni rese nel tempo, credere che tali figure si possano associare a un Sakharov o a un Solženicyn non fanno certo merito ad una dissidenza che si è formata in termini di pensiero e umanità, oltre che di disinteresse economico e personale. Insomma, alla fine, incombe sulle nostre coscienze, libere si spera, quel cui prodest? che non è solo necessario, ma dovuto per onestà nei confronti di un continente che continua a giocare parti che non è in grado di sostenere se non votandosi al suicidio economico, oltre che geopolitico. Forse un sussulto di buona umiltà e buon senso dovrebbero ricordarci e dare un significato alle parole di Solgenitsin per le quali una delle caratteristiche dell’Europa è quella di avere la mania del vuoto.

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