Abramo e i suoi figli (tranne uno). Profezie all’ombra dell’Europa

Abramo e i suoi figli (tranne uno)
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   Ci sono due frasi che nel mare delle citazioni eleganti che si possono trovare dovunque, per impreziosire un assunto o per celebrare una sorta di saccenza di ritorno, sembrano siano adatte a definire quanto accaduto ed accade oggi nelle relazioni tra gli Stati. La prima è di Sun Tzu, probabilmente il più inflazionato, ma puntuale, autore e filosofo del suo tempo - colui che della guerra ne ha fatto un aspetto dell’umano vissuto rendendolo quasi un accadimento ineluttabile e, per questo, meritevole di studio, di comprensione e di osservazione - per il quale l’opportunità di sconfiggere il nemico è data dal nemico stesso.

Vi è poi la frase di un presidente americano, Lyndon Baines Johnson, di certo non quello che si direbbe uno stratega lungimirante o un acuto politico se non per quanto poteva riguardare la sua partita personale con la pesante eredità di Kennedy, per il quale l’abilità di un uomo politico sarebbe quella di abbracciare i propri amici, ma ancor più stretti i propri nemici; questi ultimi, anzi, bisognerebbe abbracciarli così forte da non lasciarli muovere (Hug your friends tight, but your enemies tighter - hug ’em so tight they can’t wiggle). Ora, se da un lato la filosofia cinese si pone a guida di una via illuminata per la quale la miglior guerra è quella non combattuta e che la miglior vittoria è data dalla possibilità di contare sull’autodistruzione dell’avversario - quasi a mettere in campo una visione remota della strategia della rana bollita, The boiling frog syndrome, cara a Noam Chomsky - dall’altro lato, forse più iconicamente coerente con la storia di una nazione giovane nel suo millenarismo di attore guida del destino del mondo, la visione di Johnson rappresenta la manifestazione di una sorta di realismo ideologico che per gli americani non è certo un ossimoro. Infatti, tale accortezza ce la ricorda lo stesso Walter Russell Mead nel suo Special Providence. American Foreign Policy and How it Changed the World del 2001 (pubblicato in Italia come Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America – 2002) allorquando il paradigma narrativo viene affidato a Matteo 10:16 del «Siate, disse Cristo ai suoi discepoli, astuti come serpenti e innocenti come colombe». Un passo che potrebbe essere tradotto anche in questo modo «Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe». Probabilmente, il richiamo a tale passo e al suo significato dipenderebbe da come vogliamo interpretare il termine «cunning» per il serpente e «innocent» per la colomba (v.p.137). Ma che sia abile e innocente o astuto piuttosto che semplice, alla fine il significato non sembra distaccarsi molto dall’idea che la politica estera degli Stati Uniti corra su binari propri, e che cercare di interpretarla solo in termini di categorie politiche europee rappresenta l’errore più ricorrente.

 

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   Insomma, presi e compresi, come si direbbe al bar, dalle nostre bizzarrie pandemiche, che dettano scelte al limite del parossismo, il mondo che conta - ovvero la finanza e l’economia internazionale piuttosto che le potenze come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti, e un pò meno ad oggi l’India - viaggia su binari completamente propri nel tentativo di massimizzare, nel dramma di una epidemia dai contorni geopolitici ormai evidenti, quanto possibile sui mercati e dai governi lasciando l’Europa a leccarsi le ferite di se stessa. Di certo non si può dire che il confronto tra l’aquila e il dragone non sia uno dei motivi dominanti del momento e, altrettanto, non si potrebbe non dire che Trump, nel tentativo di dare dell’America un’immagine neoreaganiana non sia in qualche modo riuscito, pur sembrando rinunciatario in politica estera, ad essere abile nel mantenere la barra al centro della contrattazione internazionale. La presidenza Trump e la sua visione strategica, ammesso che esistesse una vision se non nelle pezze messe da Mike Pompeo, hanno di fatto permesso agli Stati Uniti di rimodulare, non con poca fatica, un ruolo al quale difficilmente né i falchi dell’Od Party, né i neocon, né i patriottici democrat avrebbero rinunciato: quello di interpretare gli Stati Uniti quali unico ed esclusivo gendarme del mondo. L’impegno in Siria, senza però debordare più di quanto un reciproco understatement con la Russia avrebbe permesso, la ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti in Afghanistan, quanto il contenimento delle intemperanze di Pyongyang non hanno di certo segnato sconfitte tali da imputare a Trump e alla sua amministrazione l’accusa di velleitarismo o di sprovvedutezza. Anche se per una certa stampa, e per alcuni analisti innamorati delle loro tesi da copertina, il presidente uscente non sarebbe andato più in là della rappresentazione tycoon, di fatto il Donald nazionale è parso più realista e prudente di quanto non ci si potesse aspettare da un possibile corso più intransigente per certi versi, vedasi le relazioni con la Russia di Putin, o all’occorrenza da più tolleranti posizioni con l’Iran. In questo gioco di equilibrismi, che la possibile presidenza di Joe Biden cercherà di mutarne, forse, il fulcro della leva, credere che tale vittoria possa avere una paternità europea sembrerebbe grottesco visti gli auspici da leader di provincia volati oltreoceano. Sconfitto il primo ma ricorrente in appello, vincitore il secondo ma sub iudice (forse) sono risultati che possono dire tutto e nulla nello stesso tempo. Tuttavia, il tifo europeo durante le presidenziali a stelle e strisce ha dimostrato quanto e in che termini le leadership continentali siano prive non solo di orizzonte, ma di contenuti ricercando nella vittoria dell’uno o dell’altro candidato la ragione della propria sopravvivenza. Probabilmente accomunate e condividendo una coincidenza storica, se non astrale, di governance nazionali qualitativamente sempre più al ribasso per carisma e per pochezza di idee, amplificate dalla paura di crollare -  affidatesi alla pandemica narrazione per sopravvivere al di là di ogni ragionevole emergenza - le cosiddette democrazie europee in debito da ossigeno si affannano a rincorrere falsi idoli. Da una parte, quello della possibilità di credere che esista un’Europa contrattualmente credibile. Dall’altra, di pensare di poter fare la differenza nella composizione del quadro strategico, oltre che politico ed economico che caratterizzerà i prossimi anni.

 

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   E così, mentre il Mediterraneo sembra essere un mare distante dalle coste europee (e italiane) ritornando ad assumere le forme di un lago neo-ottomano con propaggini cinesi non troppo all’orizzonte, mentre l’Europa guarda agli Stati Uniti come se la prossima politica estera di Washington si dovesse decidere sull’interesse europeo piuttosto che statunitense, ogni possibile iniziativa torna ad essere esclusiva di chi conta, di chi mette in campo capacità di azione politica ed economica tali da condizionare le nuove scelte di sistema. Una profezia di esclusione, una nemesi che continua per un’Europa che non c’è, che si è compiuta in molti ambiti: dalla proiezione della Cina alla conquista dei mercati e delle materie prime in Africa utilizzando da creditore la massa di manovra del debito, alla capacità di controllare gli asset tecnologici europei (passando per l’Italia) sino al protagonismo di Mosca in Medio Oriente e all’iniziativa di Trump con l’accordo di Abramo. Accordo, quest’ultimo, che sembra non voler essere da meno nel cercare di condividere una nuova Camp David con gli amici di sempre, gli israeliani, affidando al taumaturgico nome di Abramo, comune al credo delle parti in causa, la possibilità che si concretizzi la massima biblica dell’Esodo (23,22) per la quale …Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l'avversario dei tuoi avversari. Una formula che forse non sarà sfuggita, ma che può essere condivisa tra coloro che condividono in fondo lo stesso Dio oltre che lo stesso Abramo quale Profeta, Maometto permettendo. In questa prospettiva, l’accordo di Abramo, tende a mettere un punto fermo negli equilibri regionali. Esso crea un nuovo equilibrio che, riconoscendo non solo un dialogo tra nemici di ieri, ovvero il mondo arabo sunnita delle monarchie del Golfo e l’Israele di Bibi Netanyahu, riconduce tutto a quella visione quasi conservatrice dove la sopravvivenza delle autocrazie degli Emirati e dell’Arabia Saudita, e con esse delle loro ricchezze, vale molto di più del confronto perenne con Israele. E’ evidente, insomma, che l’attivismo di Trump celato da un’immagine di sornione e chiassoso miliardario prestato alla politica, ha ottenuto un obiettivo con il quale l’amministrazione Biden non potrà non fare i conti e difficilmente potrà modificarne la rendita strategica non essendo, questa, poi così lontana anche da alcune posizioni democratiche. Per gli Emirati, piaccia o non piaccia, infatti, la convenienza di un simile accordo risiede nel fatto che Israele rappresenta l’unico argine alle pretese o al pericolo che si possa affermare prima o poi una leadership di matrice sciita dell’Iran - sia nel Golfo che nell’Islam più popolare - oltre che rappresentare, Tel Aviv, un partner a difesa a cui ricorrere nel caso di una contaminazione democratica dei regimi degli Emirati se la Palestina dovesse trasformarsi in un modello di democrazia laica.

 

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   In questo, l’ombra di Abramo sembra aver legittimato quel ricorso politico alla dissimulazione superando i confini interpretativi dalla taqiyya  coranica. Un aspetto, questo, che non sembra essere stato messo da parte neanche da Erdogan il quale, votandosi ad essere l’erede del momento della guida laica di un Islam da neo-sultanato, interpreta a suo modo non solo l’appartenenza atlantica - un ossimoro strategico oltre che un paradosso politico ormai - ma anche la difesa di una prospettiva di un’idea di Stato islamico laico quasi fosse, il presidente turco, un nuovo Enver Pascià piuttosto che un Kemal Ataturk.  Un’iniziativa, quella di Erdogan, permessa dalla possibilità offerta dalla miopia europea di lasciar riempire vuoti da parte di terzi più accorti, risultato di un’Europa ormai in balia di se stessa, incapace di guardare oltre il limite di una tecnocrazia e di una pandemica paura del futuro. Un’Europa, che non vuole osservare l’impoverimento progressivo di un modello economico sul quale si è costruito il successo di un’idea di aggregazione continentale che non è andato oltre i primi anni successivi al trattato di Amsterdam e comunque non certo oltre Lisbona. Un modello, quello eurounionista, che ha messo da parte quanto di politico restava ancora in vita dell’idea di Europa, espressione geografica ancora oggi, ma non maturata in realtà geopolitica. Essa rimane per gli Stati Uniti di Trump e di Biden, come per la Cina e per la Russia e anche per i piccoli Emirati e per Israele, un’idea senza costrutto, uno spazio senz’anima espressione solo di una visione monetaristica realizzata passando al di sopra degli Stati e dei popoli del continente, in preda ad un delirio omologante sul quale contano i grandi cartelli finanziari d’oltreoceano, i fondi sovrani a mezzaluna e i contanti del dragone. Ma non solo. Se l’Europa stenta a ritrovare se stessa, di fronte alla ricattabilità economica e finanziaria della Cina, o al dover guardare alla Russia a volte quale partner, a volte quale avversario secondo le circostanze, bisogna riconoscere che forse solo Trump aveva in serbo una sorta di sorpresa, magari un’operazione inversa rispetto a quella condotta da Nixon del 1972 di apertura alla Cina - determinata dalla necessità di contenere l’Unione Sovietica, approfittando della distanza della linea maoista dal nuovo corso inaugurato negli anni Sessanta da Kruscev – ma questa volta vista come apertura verso la Russia per contenere il dinamismo cinese. Ma il miracolo sembra essersi dissolto o, forse, soltanto congelato. Nel frattempo, rimane il fatto che tirando la linea del saldo geopolitico, si potrebbe dire che tra la prima e unica visita nella storia dei due paesi del 18 novembre del ministro degli Esteri del Bahrein, Abdellatif al-Zayani, in Israele e l’intervista di Benjamin Netanyahu per la quale qualcuno sperava in un colpo di scena interpretando in vario modo il sospeso Why should I say who won in the US presidential elections? We all know what is about to happen (dovrei dire chi ha vinto alle elezioni presidenziali americane? Sappiamo tutti cosa sta per succedere), Trump sembra sopravvivere nell’impossibilità di Biden di mutare il corso delle cose. Ciò che si può affermare, infatti, è che lo spostamento delle ragioni politiche ed economiche sembrano non solo rendere marginale l’Europa, ormai approdo quasi sicuro di Xi Jinping, ma costringerà anche la presidenza Biden, ispirata profeticamente dalle ragioni di Abramo, a guardare e semmai rettificare anche assunti contestati all’avversario in campagna elettorale. Di fronte a ciò, le cassandre europee prossime ad attribuire a Biden doti miracolose per tenere in vita i propri supporter potrebbero ricredersi, perché se un attento Halford Mackinder ricordava più di un secolo fa che ogni Secolo ha la sua prospettiva geografica, ogni cambio presidenziale negli Stati Uniti, ogni leadership che si approssima ad essere protagonista del governo globale ha la sua prospettiva geopolitica e, ancor più, geoeconomica e i suoi costi per chi ne subirà i capricci.

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