Biden. La caduta prematura di un falso imperatore

Biden. La caduta prematura di un falso imperatore
 
«Quel fiume era la Moscova, quella città era Mosca, quella cinta fortificata era il Cremlino; e l’ufficiale dei cacciatori della Guardia che, a braccia conserte, fronte pensierosa, ascoltava distrattamente il rumore che scendeva dal palazzo Nuovo sulla vecchia metropoli moscovita, era lo zar». E’ questo uno degli incipit delle prime pagine del «Michele Strogoff» di un Jules Gabriel Verne non solo affascinato dalla fantascienza possibile e probabile nei suoi romanzi più famosi, ma anche dotato di una capacità di astrazione tale da ricondurre il suo pensiero all’interno di vicende di popoli non poi così lontani.
 
Nel suo «Michele Strogoff», Verne rende un quadro interessante di ciò che era la Russia al tempo degli zar. Una descrizione forse non così politicamente profonda rispetto alla volontà di romanzare un’avventura. Tuttavia l’aspetto politico non è secondario, suo malgrado, e ad un buon lettore non dovrebbe sfuggire. Perché, in fondo, il «Michele Strogoff» di Verne, scrittore francese, sottende l’idea di una Russia che superando ogni differenza fa della fedeltà ad un simbolo, per quanto autocratico, la ragione di un’idea di nazione che va ben al di là dei secoli vissuti, rappresentando l’esperienza nazionale più longeva della storia del mondo dopo l’impero romano e quello cinese. Nella nuova narrativa contro la Russia, nemica dell’Occidente (e dovremmo chiederci cosa significhi Occidente e se da questo la Russia ne è esclusa, e non lo è), a Joe Biden sfugge probabilmente un aspetto non da poco. E, cioè, il dover considerare anzitutto gli Stati Uniti l’essere una esperienza storica recente rispetto a quella della Russia, ma, anche, di rappresentare un Paese che andando ben oltre le intenzioni dei Padri fondatori ha costruito altari di violenze e di conflitti promossi in nome della democrazia. Altari sui quali, tra operazioni sul campo e ingerenze all’interno di regimi sostenendo dittatori e dittatorelli d’occasione, si è celebrato il paradosso dell’ipocrisia e dell’incoerenza e che, per questo, l’accusa fatta a Putin sembra quasi una sorta di ironica identificazione di una potenza impotente con il suo alter ego. Una potenza, gli Stati Uniti, che tra assets sparsi per il mondo e regimi sostenuti e favoriti a vario titolo e senza essere troppo schizzinosi, non può certo porsi a paladina della legalità. E non si tratta di difendere Putin da accuse vere o presunte, quanto di collocare in un quadro di ragionevolezza vizi, molti, e virtù, poche, di una potenza, gli Stati Uniti, che riteneva di poter guidare il mondo sotto un ombrello neoimperiale apertosi dopo il crollo del vecchio modello bipolare.
 
In realtà, ciò che si è aperta è una competizione a tutto campo dove non è tanto la dimensione delle forze, ma la qualità dei modelli sociali, politici sui quali si regge la credibilità di una politica nazionale o di una politica di potenza, economica o militare poco importa. Aver definito Putin un assassino non solo ha di per sé del grottesco, al di là di qualunque fondatezza di un’accusa peraltro senza precedenti nei rapporti tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica di ieri (neanche un Reagan definì così un Breznev, ma perché sapeva che non poteva farlo consapevole del rischio di vedersi etichettato come tale a sua volta), ma dimostra una debolezza di argomenti soprattutto riguardo alle motivazioni poste a fondamento. Tra queste, Navalny a parte, l’essere, il presidente russo, responsabile di ingerenza nelle elezioni presidenziali americane. Una responsabilità che, semmai fosse vera, non andrebbe certo a ledere il carisma di Putin, quanto a mettere in discussione la credibilità proprio degli Stati Uniti e del suo modello di sicurezza. Ovvero, la credibilità di una nazione – se democratica lo lasciamo alle illusioni che la politica estera sia dotata di una moralità che vada oltre gli interessi nazionali - che dell’ingerenza senza scrupoli ne ha fatto un diritto sugli altri e la discutibilità, anche e forse più grave, di un Paese che si ritiene la sola ed unica grande potenza al mondo. La frase di Biden non è, quindi, banale. Anzi! E’ la manifestazione freudiana di un disagio, di un’idea certa e reale di una frustrazione di fondo che coglie tutto l’apparato politico e militare statunitense e, con esso, quello occidentale. Un entourage di basso profilo mai così ai minimi nella storia dell’Occidente euroamericano, dove la stessa gestione della pandemia, tra interessi finanziari e rischi di sperimentazione di modelli transnazionali di influenza sulle masse e sui popoli, rischia di porre in scacco un’idea di egemonia poco seria e la cui assertività non può essere affidata a sanzioni o ad accuse estemporanee contro un leader o un altro. Per Biden dovrebbe essere chiaro che se per la Cina la sopravvivenza come potenza e la sua competitività economica si realizzano nella ferma tenuta di un regime comunista aperto, per Putin la forza della Russia risiede nell’essere un collaudato prodotto della storia, un modello che va oltre il cambiamento delle leadership, oltre anche i drammi degli stessi zar o dell’epoca sovietica. Se gli Stati Uniti non comprendono tanto, non vi saranno spazi di manovra possibili per ridisegnare un sistema che collochi l’Occidente euroatlantico al centro delle vicende mondiali. L’Europa atlantica, spiace per chi vi crede, non è certo una versione eroica di potenza continentale: tutt’altro. La gestione ossessivo-compulsiva di un’emergenza sanitaria affidata alle multinazionali, la prevalenza tecnofinanziaria sulle altre ragioni di un’integrazione franata sull’ipocrisia di istituzioni rette sull’interesse dei grandi gruppi o delle ragioni borsistiche piuttosto che politiche, non ne fanno un alleato credibile e, comunque, non tale da esserlo nel medio lungo termine se si dovesse scatenare una crisi di ben altra natura.
 
Biden, nei suoi evidenti limiti di percezione del mondo, oltre che di analisi strategica, ritiene che porre delle etichette ad un presidente di una nazione sovrana possa in qualche modo accreditare la sua presidenza agli occhi di un mondo in preda ad un panico indotto cui neanche gli Stati Uniti sono riusciti a raccapezzarvisi. Biden crede che una nazione che dalla fine della Grande Guerra sino ad oggi si è impegnata nel mondo in ogni conflitto non solo con discutibili risultati ma, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta - sostenendo regimi che tutto erano tranne che campioni di democrazia, in Africa come in America latina e centrale - possa guidare i destini dell’umanità senza fare i conti con le diversità. Ma i tempi sono diversi e i rapporti di forza mutano perché muta l’idea di forza. In tutto questo, non serve richiamare teorie eccezionaliste o ricondurre ad una missione neoevangelica il compito di un destino attribuito dalla Provvidenza alla nazione a stelle e strisce dal momento che una Terza Roma risiede da tempo nel non tanto immaginario della politica estera russa e da ben prima di Pietro il Grande. Questo non significa non guardare o non denunciare abusi o altre violazioni dei diritti umani o meno, ma a patto che ciò sia fatto in piena onestà intellettuale e politica cosa, quest’ultima, che non sembra essere una qualità degli Stati Uniti. E, questo, perché l’ultima parola spetta al popolo che legittima o subisce l’azione del proprio leader. Popolo cui tocca confermarne il consenso o fare di tutto per mutare le condizioni di governo. Ecco, allora che l’immagine di un Presidente che inciampa salendo le scalette dell’Air Force One non è solo un motivo di ilarità e non è un caso. Al contrario, essa rappresenta subliminalmente come e in che misura la politica estera di questa amministrazione democrat a parole, sia in realtà consapevole della propria debolezza e della scarsità di contenuti ai quali essa si vorrebbe affidare.
 
Paradossalmente, leciti o meno, l’epoca neocon poneva comunque degli obiettivi agli Stati Uniti e, nonostante le intemperanze di Bush jr, la Russia non era un dettaglio. La presidenza americana di oggi non pone nulla. Mette in campo una supponenza da potenza che non si trasforma in certezza e le azioni in Siria lo dimostrano. Lo stesso modello politico-militare euroatlantico non garantirebbe una difesa puntale e rapida degli interessi occidentali qualora dovessero essere messi in discussione. E, questo, non solo per l’impossibilità di poter contare in un dato momento di una unanime decisione di agire, ma perché le capacità di condurre operazioni integrate in tempi brevi sono solo un gioco. Un esercizio didattico da esercitazione periodica, non espressione di una reale capacità di comando, tranne che non si scelgano soluzioni di altro tipo. Soluzioni, ad esempio, che non escludono il suicidio dell’Europa resa vittima di un overkill probabile per far chiudere la partita a favore degli Stati Uniti, forse, semmai ciò fosse deciso. Insomma, l’inciampo di Biden rappresenta come e in che misura la nuova amministrazione americana sia in fondo debole. Essa inciampa nella debolezza della propria valuta e nella dipendenza da interessi economici che non si risolvono solo sul sacro terreno della libertà a modo proprio. Essa è succube di una consapevolezza da incapacità nel non riuscire a determinare il futuro del pianeta occupandosi di esprimere politiche ed iniziative su più fronti. In questo, sembra che Putin più di Biden abbia imparato la lezione di Paul Kennedy guardandosi bene dal correre il rischio di cadere nell’eclisse strategica, e quindi economica, di un possibile overstretch. D’altra parte, mentre i vari corollari roosevelt dilatano nel tempo e nello spazio l’idea che vi siano riserve di caccia a stelle e strisce immortalando la dottrina Monroe a paradigma dell’azione del Dipartimento di Stato, la versione euroasiatica di Putin rappresenta quella rendita storica che offre alla Russia la garanzia di restare nel tempo protagonista. Dal rafforzamento del rublo, nonostante i costi sociali, alla gestione sovranista della pandemia e della sua cura, la Russia di Putin pone al centro se stessa pur cercando sponde condivise su cui dimostrare la propria credibilità: Siria compresa. Al contrario, gli Stati Uniti credendo di dover superare e mai ricadere in una nuova e più complessa sindrome da Vietnam si affidano alle imperizie di Biden senza pensare che anche i russi hanno pagato il debito per il fallimento del comunismo e il prezzo del loro Vietnam, l’Afghanistan, ma con la differenza che, nell’analizzare gli errori commessi, hanno sommato ai propri anche quelli degli Stati Uniti nelle diverse campagne condotte in Asia centrale, in Medio Oriente come nella gestione economico-finanziaria del dollaro e hanno deciso nuove strategie.
 
L’idea che si possa sottovalutare un avversario convinti della propria superiorità non è certo una dimostrazione di intelligenza. Oggi lo è ancora meno se si guardano gli scenari nei quali potranno maturare nuove crisi. Scenari sempre più fluidi nei quali le popolazioni potrebbero assumere un ruolo chiave rispetto al passato e dove non esistono più homeland inespugnabili. Ciò che si potrà sperare è che l’Europa affini una capacità di dialogo e di lungimiranza strategica e che guardi alla Russia come un interlocutore necessario per il futuro. Perché se la Russia, nella sua versione euroasiatica può fare a meno dell’Europa, quest’ultima non può prescindere dalla sua appendice storica e fisico-politica che si svolge ad Oriente. Se così non fosse, si ritornerebbe ad una nuova e ancor più pericolosa versione del Dottor Stranamore, trascinati da un delirio ossessivo compulsivo ai limiti della schizofrenia. Ma a questo punto dovremmo ringraziare solo Biden mentre la Cina, nel suo dorato isolamento postmarxista deciderà come, quanto e cosa raccogliere. Tutto questo, mentre lo zar dirà «va dunque, Michele Strogoff –…- và in nome di Dio, per la Russia, per mio fratello e per me!».

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