"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Dimenticando Clausewitz. Il conflitto russo-ucraino. Una guerra senza vincitori

Dimenticando Clausewitz
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Raymond Aron, sociologo e politologo francese e attento contemporaneo della Guerra Fredda, scrisse che la politica internazionale si distingue da tutte le altre attività sociali perché si svolge “all’ombra della guerra”. In questo senso, qualunque possibilità di analizzare e comprendere un conflitto nelle sue diverse forme rappresenta quasi un vincolo per qualunque tentativo di comprensione che si pone come obiettivo di spiegare la rottura di un equilibrio geopolitico allorquando le regole e, soprattutto, gli interessi che ne hanno garantito la stabilità vengono meno.

 

La verità paradigmatica che deriva da tale assunto, e che si può quasi desumere da una riflessione teleologica sulla storia dell’unanimità, come suggeriva in questi giorni un caro amico di lunga esperienza militare, è che il genere umano ha la pretesa di voler controllare gli eventi senza considerare, purtroppo, che le variabili e le combinazioni sono talmente tante che quasi sempre il gioco non riesce così come previsto, meglio, prefigurato. Una considerazione, questa, chiara a Clausewitz che avvertiva, nel paradigma della complessità e imprevedibilità che caratterizza la guerra come fenomeno oltre che politico, umano, che i piani militari che non prevedono l’imprevisto sono destinati al disastro. Infatti, purtroppo, è proprio la sicurezza di vincere, di poter avere ragione del prossimo per argomenti e risorse che muove gli uomini convinti di riuscire a piegare la storia alle proprie ambizioni e che rende le conseguenze terribili superando ogni immaginazione. D’altra parte, sempre il generale prussiano non finiva di sottolineare quanto lo stesso fine politico della guerra può produrre effetti totalmente diversi su popoli diversi e, anche, sullo stesso popolo, in epoche diverse.

E, proprio accettando questo paradigma della mutevolezza della competizione politica quale conseguenza di una guerra, sembra quasi definirsi una visione olistica della strategia. Ovvero, del considerare ogni aspetto della vita di relazione, spaziale e temporale, in una unica prospettiva strategica.  Ma non solo. Spostando la linea del tempo un po' più in là, non si può certo negare a Winston Churchill, nell’aver molto cinicamente definito il quadro entro il quale si sarebbe rivolto il gioco di potenza dopo la Seconda guerra mondiale, di giungere a conclusioni altrettanto pragmatiche assunte nel vissuto di un’esperienza: quelli che sono in grado di vincere una guerra possono raramente realizzare una pace conveniente, e quelli che possono realizzare una buona pace non hanno mai vinto una guerra ricordava Churchill.

La conseguenza di tale assunto, trasferito su un piano di deduzione circa le reali possibilità che la guerra in corso nel cuore dell’Europa si chiuda con un netto risultato determinando un nuovo ordine a guida statunitense è che, Russia nonostante, anche gli Stati Uniti prima o poi raggiungeranno quel punto di stanchezza strategica nel quale ogni possibilità di proiezione avanzata si ripiegherà su se stessa finendo, gli Stati Uniti, di essere schiavi dei loro insuccessi e delle loro ambizioni. E, questo, solo perché la guerra russo-ucraina non è altro che un conflitto che per i suoi caratteri causerà inevitabilmente delle conseguenze negli assetti politici ed economici ma, soprattutto, nella percezione di una credibilità del ruolo delle democrazie occidentali nei destini del mondo.

Ad esempio, anche l’aver tollerato quasi supinamente l’uso di una simbologia apertamente riconducibile ad una sorta di apologia nazista sul fronte ucraino, pur considerata quale strumento per coagulare una sorta di singolare patriottismo, rappresenta un limite di non poco conto nel dover considerare necessariamente non solo quale sia il pensiero sotteso alla volontà dell’Ucraina di oggi e di quella di domani ma, soprattutto, come i valori europei di democrazia siano e saranno facilmente piegabili alle ragioni delle prossime crisi interetniche. Non per nulla come scrive, e non a torto, il «New York Times» (Thomas Gibbons-Neff, Nazi Symbols on Ukraine’s Front Lines Highlight Thorny Issues of History, 5 giugno 2023), la simbologia che impera sui sistemi d’arma, siano essi MBT piuttosto che batterie missilistiche, come sulle uniformi fa si che «L'uso di emblemi nazisti da parte delle truppe ucraine rischia di alimentare la propaganda russa e di diffondere immagini che l'Occidente ha cercato in più di mezzo secolo a cercare di eliminare». Ma non solo. Lo stesso quotidiano newyorkese non si risparmia nel sostenere che in Ucraina - dove sono stati dichiarati “democraticamente” fuorilegge tutti i partiti politici ad eccezione dell’unico partito al potere, mentre impera la censura di Stato - un gruppo mediatico ha lanciato un sondaggio pubblico sul tema: Qual è il prossimo giornalista russo da uccidere? Un interrogativo che, sempre al netto delle ragioni ucraine a fronte dell’invasione russa, sembra indicare come normale lo spostamento della lotta su obiettivi non militari, magari promuovendo la preparazione di ulteriori attentati dopo quelli di Daria Dughina e altri giornalisti e legittimando le «kill list». 

Di fronte a ciò, forse sarebbe necessario richiamare per un Occidente che non vuole perdere la sua residua centralità politico-strategica oltre che economica, che non è scendendo allo stesso livello dell’avversario, se fosse, che si possono conciliare aspettative di vittoria in nome di un valore di democrazia da difendere anche attraverso l’offesa alla vita altrui e al di fuori delle parti combattenti. Una condotta, questa, che non fa onore non solo alle regole della guerra, quanto alle ragioni sottese alla postura della Nato che intende manifestare la sua ragione di difesa senza considerare la lealtà e la credibilità democratica futura, in caso di vittoria, di Kiev quale potenziale alleato atlantico.

In questo senso, si potrebbe anche ritenere alquanto imbarazzante, se non singolare, che non siano state poste condizioni da parte della Nato a Kiev subordinando la concessione di aiuti allo sforzo militare al dichiarare ufficialmente un distacco dal simbolismo nazista prendendo le distanze da quelle formazioni già responsabili della persecuzione delle comunità russofone del Donbass, ormai archiviate quali violazioni di serie B e gettate nel cestino  della storia dei diritti e delle minoranze dimenticate. Una condizionalità dovuta alla necessità di “pesare” il carattere democratico del governo ucraino in carica al netto di ogni ragionevole precauzione dettata dalla legge marziale. Così come, ad esempio, si dovrebbe chiedere ai polacchi presi da un compulsivismo di ritorno, magari alla ricerca di un riscatto storico a spese di ciò che rimane del ricordo delle Tre Aquile nere, quanto una possibile Leopoli “polacca” con i suoi dintorni, oggi ucraina, possa valere una escalation nucleare. Non vi sono dubbi che simboli e espressioni filonaziste certo non offrono delle unità ucraine che li usano una immagine tale da distinguerle da quelle dei loro cosiddetti aggressori, dovendo discutere quanto, dal 2004 in poi, la russofobia dell'europeista Ucraina fosse ieri e sia oggi coerente con i "criteri" di Copenaghen.

Insomma, ciò che non sembra passare è che la simbologia nazista di cui si fa uso in Ucraina rappresenta una minaccia per l’intera Europa perché sdogana la liceità di richiamarsi ad un’ideologia se questa, nonostante sia responsabile di crimini indicibili verso l’umanità, possa essere utile e, quindi, giustificabile a sostenere una giusta causa. E se si volesse andare anche oltre, ci si può ricordare di come su «Grayzone», la testata indipendente di Max Blumenthal, circa il pericolo di una afghanizzazione dell’Ucraina e, con essa, dei territori prossimi ai confini non solo russi ma domani anche verso la Polonia e i soliti Balcani, si richiamava l’attenzione sul pericolo di vedere in giro per il continente combattenti già addestrati che, rientrando nei loro paesi, portano con sé un know how maturato sul campo di battaglia e, in molti casi, un addestramento militare occidentale di tutto rispetto.

La conseguenza, soprattutto sul mercato illecito delle armi, già di per sé caratterizzato dall’interesse di quella che un tempo era una solidale organizzazione criminale russo-ucraina, sarà la disponibilità di capacità combat, di buone partite di armi e sistemi d’arma data l’evidente “non tracciabilità” non solo delle spedizioni (potrebbe suscitare una certa ilarità pensare ad una simile possibilità) ma anche del loro reale utilizzo sul campo di battaglia. Non per nulla «Grayzone» si chiede come mai i funzionari dei servizi di informazione dei Paesi occidentali non siano consapevoli che la polveriera che hanno creato a Kiev potrebbe esplodere sul loro stesso territorio; ovvero negli stessi Stati atlantici.

Anche in questa occasione sembra che il Novecento non abbia sufficientemente insegnato qualcosa alle democrazie riassumendo non solo gli errori delle potenze europee, ma riconducendo a certezze di sistema architetture ideologiche totalizzanti, credendo di poter definire e, risolvere, questioni aperte non solo sui fronti interni, ma sulle richieste e aspettative dei popoli. In questa ricerca di nuovi ruoli e di altrettante ragioni che possano rimodellare il sistema di relazioni internazionali che sarà, gli Stati Uniti corrono il rischio di trovarsi isolati e di vedersi, loro malgrado, costretti a ripiegare su una estrema deriva neoliberista che rischia di travolgere anche quell’eccezionalismo che ne ha determinato, manifestamente e per destino, l’ascesa come potenza globale nel Novecento e sino al primo decennio del nuovo secolo. 

Di certo vi è che il mondo, comunque dovesse concludersi la crisi russo-ucraina, non sarà più lo stesso. Una riflessione, quest’ultima, che sembrerebbe ovvia nella sua semplicità e nell’essere reiterata ad ogni occasione di crisi di sistema. Ma l’ovvio lascia il posto alla necessità di intravedere quali saranno, invece, i nuovi rapporti di forza. Quale sarà il senso e il significato della forza e di come e in che misura questa si manifesterà e agirà nell’indirizzare le volontà degli Stati verso nuove geografie, sia in termini di alleanze politico-strategiche che economiche, nel determinare i rapporti tra gli Stati, tra le istituzioni inter e sovra nazionali e tra queste i popoli.

Oggi l’Europa si trova di fronte a una guerra condotta ai suoi margini orientali di cui sembra non voler comprendere che il conflitto in corso non sarà vinto da nessuno e che, proprio questo, lo rende uno dei conflitti più drammatici e inutili di tutti i precedenti. Al di là delle guerre di conquista del passato, nessun risultato segnerà una vittoria piena. Le condizioni delle parti in campo e di chi sostiene il conflitto, per ragioni di egemonia politica o per consolidare un impero ormai decadente nelle regole economiche, dimostra che alla fine, e per sintesi estrema, il pay-off non potrà essere che, al minimo, un armistizio ragionevole da controllare in qualche modo anche se le parole di Draghi e quelle di Rasmussen, auspicano una sconfitta sul campo della Russia, e sembrano dimostrare che le ragioni del pragmatismo metternichiano abbiano abbandonato il Vecchio continente. Un pensiero, maturato nella certezza di una supremacy che rischia di avere quartiere solo nelle intenzioni e di non essere adeguatamente concreta e credibile nel prossimo tempo, pensando che tutto sia così semplice lasciando, però, agli altri, ovvero all’Ucraina, il passo decisivo nel portare il Vecchio e stanco continente verso un overkill nucleare.

In questa tragica e ironica nuova commedia da Dr Strangelove di Kubrick, si potrebbe anche credere che la guerra in Ucraina rinvigorisca almeno la Nato.[3] E, probabilmente, la stessa nuova esercitazione della Nato denominata Air Defender 2023, dimostra nella sua decisa forma di condotta di operazioni nello spazio aereo atlantico, che l’idea di fondo sia quella di saggiare le capacità di risposta se non di strike nel caso di una escalation possibile del conflitto dovuta al passaggio ad armi di ben altro tipo e conseguenze. Un’esercitazione, che mira a definire come e in che misura si possa esercitare un potere aereo decisivo e in tempi brevi. Una esercitazione aerea di ampio respiro e ad ampio spettro, che tende a intimidire la Russia e rassicurare gli impazienti alleati orientali e dove si veste di particolare cinismo il pensiero del generale Ingo Gerhartz, capo della Luftwaffe, ovvero dell’aeronautica militare tedesca, per il quale pare non sia “…più tempo di Ostpolitik …”; in altre parole, di negoziati per evitare la guerra. Probabilmente una necessaria presa di distanza dal dimesso generale Eberhard Zorn, scettico sulla condotta delle operazioni militari ucraine.

Certo, la Russia ha peccato di presunzione credendo di poter allungare il proprio sforzo in avanti senza adeguata copertura delle linee di alimentazione degli sforzi principali perché convinta di poter sostenere il comeback del punto culminante della battaglia dato dalla migliore capacità di penetrazione a risorse date. Ma l’aver allungato la catena logistica non si è presentata come migliore soluzione ed è su questi errori commessi sul campo che la controffensiva ucraina, con tutte le sue grottesche dichiarazioni di successi possibili, si è affidata. Errori, quelli russi, che sono conseguenza di una errata valutazione concettuale posta a premessa dell’avvio dell’operazione: la convinzione che gli ucraini, o buona parte di loro, fossero disposti a combattere una guerra per conto della Russia contro il regime di Zelensky. 

Ma, pur fermi restando i grossolani errori commessi dai pianificatori russi, che stranamente hanno sempre avuto una “visione” clausewitziana della guerra, di certo non è l’impasse o l’essere costretti a subire una controffensiva che deciderà le sorti del conflitto o condurrà a negoziati nell’immediato. Inoltre, se si dovesse anche solo ipotizzare una possibile sconfitta della Russia sul campo, l’Europa pagherebbe il prezzo di un paradosso strategico legato al vedersi dissolvere quella necessità storica di costruire un modello di sicurezza continentale. Verrebbe meno la centralità occidentale che vedrà allungarsi l’area di responsabilità non solo politico-militare, già così definitasi con l’allargamento degli ultimi anni della Nato, ma anche valoriale verso la Polonia e gli Stati baltici, con tutto ciò che ne seguirà non solo in termini di tenuta del progetto di unione eurocontinentale, ma con il rischio, se non la certezza, di veder correre nel continente nuove linee di frattura tra gli Stati dell’Europa di ieri e i popoli dell’Europa di domani. Un risultato che sarebbe la fisiologica conseguenza di una dilatazione degli interessi, ovvero di una minore intensità dei valori sottesi alle ragioni di esistenza di una comunità euro-atlantica se non per una vera e propria diversa considerazione del peso politico che ogni parte vorrà giocare nella costruzione dell’Europa di domani.

In An Unwinnable War. Washington Needs an Endgame in Ukraine Samuel Charap non si è fatto scrupoli nel rendere un quadro se non impietoso, quanto meno disarmante che non assolve - al di là delle valutazioni espresse dallo stesso analista e che riduce l’opinione sulla scelta russa di portare avanti un’operazione speciale, ormai dichiaratamente una sorta di Reconquista -gli errori di valutazione né dell’una e né dell’altra parte. Pur comprensibile un politicamente corretto per una rivista come «Foreign Affairs», opinabilmente critica nei confronti dell’azione politica degli Stati Uniti negli ultimi decenni di viatico neocon, l’autore non manca di sottolineare non solo come ci si trovi di fronte ad una guerra impossibile da vincere, ma di come Washington abbia bisogno di un finale di partita in Ucraina. Di come, molto chiaramente, non si possa fare a meno di disegnare un quadro sin troppo chiaro dello stato del conflitto. Un confronto, che sembra aver oscurato, nell’ombra di un chiaroscuro geopolitico, ogni esperienza del passato e la cui ignoranza sembra riportare su strade senza via d’uscita, se non quella dello scontro decisivo e nell’illusione di una vittoria definitiva, le parti in gioco e i loro supporter.

Infatti, a ben guardare, una conquista non garantisce nulla di definitivo, ma sposta in avanti, nel tempo e nello spazio, le ragioni di un conflitto. In questo senso, anche l’illudersi che un’ipotesi coreana come soluzione possa essere praticabile, in fondo già battuta da sagaci analisti possibilisti, non garantirebbe un pay off sostenibile e duraturo per ogni attore, e per l’Europa meno che mai, credendo, poi, che solo una sconfitta della Russia sul campo, o anche solo un guadagno di territorio ucraino da parte di Kiev, possa costringere al negoziato Putin o chi per lui. Infatti, nell’obiettività necessaria di sostenere un nuovo concerto delle nazioni, quasi a celebrare la virtuosità di un nuovo balance of power, Henry Kissinger non ha avuto dubbi nel giudicare come pericolosa una sconfitta totale della Russia per il futuro della stabilità continentale nell’illusione, di chi la auspica, che Mosca sia disponibile a incassare un altro colpo alle sue capacità militari e al suo prestigio globale, aumentando ulteriormente i costi di quella che potrebbe rappresentare una catastrofe strategica per la Russia intera e non solo per Putin. La partita, in altre parole, resterebbe aperta e, soprattutto, non si chiuderebbe se non con una possibile ricerca di soluzioni condivise e di reciproche concessioni. In fondo, a condizioni strategiche date, si può dire che, al netto del ricorso a sistemi d’arma nucleare da parte russa quale ultima ratio, nessuna delle parti raggiungerà mai il completo controllo territoriale degli obiettivi prefigurati. In altre parole, per Charap, la guerra finirà senza una risoluzione della disputa territoriale.

La Russia o l’Ucraina, o entrambe, dovrebbero accontentarsi di una linea di controllo de facto che nessuna delle due riconoscerebbe come confine internazionale.  Richiamando uno studio del Center for Strategic and International Studies, che ha utilizzato dati dal 1946 al 2021 a cura dall’Università di Uppsala, Charap ritiene che la storia suggerisce che questo possa essere l’esito più probabile dal momento che il 25% delle guerre interstatali si conclude in meno di un mese e un altro 25% entro un anno. Ma lo studio ha anche rilevato che «quando le guerre interstatali durano più di un anno, si estendono in media per oltre un decennio». Anche quelle che durano meno di dieci anni possono essere eccezionalmente distruttive. Ma non solo. Interessante il fatto che proprio un già analista della Rand Co. una simile guerra non giocherebbe nel medio-lungo periodo a favore degli interessi degli stessi Stati Uniti.

In effetti, in Avoiding a Long War. U.S. Policy and the Trajectory of the Russia-Ukraine Conflict (scritto con Miranda Priebe, 2023, Rand Co.) vi sono due ragioni per le quali non vi saranno vincitori e sono ragionevolmente chiare. La prima, è che un prolungamento delle operazioni militari nel tempo aumenta il rischio di escalation e riduce le possibilità di de-escalation negoziale in termini di accettabilità delle condizioni possibili. Il secondo, è la tenuta della capacità finanziaria dell’economia statunitense ed europea ricorrendo allo spostamento delle priorità delle spese su un’economia bellica con tutto ciò che ne deriverebbe per produzioni di beni a domanda rigida. Ovvero, di chiaro se non esclusivo interesse militare, con riduzione dei consumi e dipendenza da altre e più forti economie ormai all’orizzonte: Brics+altri ad esempio. D’altronde, come ammette lo stesso Charap, il “guadagno” derivato da una prosecuzione del conflitto nel cuore dell’Europa, sarebbe molto pericoloso perché renderebbe incontrollabili i prezzi dei cereali, dell’energia e di altri beni, perché gli Stati Uniti non avrebbero possibilità di ridestinare quota parte degli utili derivati da un iniziale surplus nel fornire sistemi d’arma e aiuti all’Ucraina a sostegno del rilancio dell’economia europea poiché le condizioni internazionali sono completamente diverse da quelle che favorirono, ad esempio, l’European Recovery Program. Il rischio, qual ora ciò avvenisse e nel dubbio di come e in che misura i rapporti economici potranno mutare in virtù della crescita del fronte dei Brics, sarebbe quello di essere costretti a dover contrarre la capacità di spesa per mantenere una minima capacità militare da grande potenza. Tutto questo, anche se la Russia dovesse accusare i danni di una estenuante condotta delle operazioni nel tempo e vedersi replicare gli stessi errori della campagna in Afghanistan (1979 – 1991) e nonostante il sostegno da parte di Pechino.

Il problema, alla fine, sarà quello di trovare una ennesima exit strategy e sembra che non vi siano molte possibilità se non rivedere le responsabilità reciproche e mettere sui tavoli soprattutto gli svantaggi che potranno derivare da un prolungamento del conflitto, sia in termini di sostenibilità morale, politica che economica per ognuna delle parti in gioco e delle nazioni coinvolte anche solo indirettamente nel conflitto. Si potrebbe rivedere come e in che misura ridistribuire territori e popolazioni secondo gli interessi di queste ultime, concordando i termini con Unione Europea, Stati Uniti e Cina quali garanti livelli costituzionali di autonomia di governo e condizioni di garanzia di non discriminazione. Magari offrendo la revoca delle sanzioni di fronte anche alla sola disponibilità russa di sedersi al tavolo dei negoziati senza porre precondizioni, dimostrando una certa disponibilità a rivedere come e in che termini ridefinire la presenza della Nato nei Paesi prossimi ai confini russi se non concordare un quadro nuovo di partecipazione aperta anche al Cremlino nella costruzione di un nuovo assetto di sicurezza e difesa concretamente euro-atlantico. Una possibilità anche di rideterminazione delle capacità nucleari e una ragionevole disponibilità a negoziare misure per evitare nuove crisi in Europa cercando di riportare sul piano europeo il destino della Russia disancorandola dalla Cina.

Certo, non si tratta di scelte di poco conto considerato che è in gioco la credibilità se non l’assertività di una grande potenza come gli Stati Uniti. Ma credere che la credibilità si misuri nella sostenibilità di un conflitto ormai impantanatosi nelle lande ucraine non sembra dare futuro. Al contrario. Un atteggiamento negoziale da parte dell’Occidente verso la Russia potrebbe anche essere un motivo per mettere in discussione la leadership di Putin e dei falchi del Cremlino, dimostrando ai cittadini russi la buona volontà di giungere ad una soluzione che non ha come scopo quello di pregiudicare la sopravvivenza della Grande Madre.

D’altra parte, al netto di ogni valutazione strategica della condotta e del successo delle operazioni condotte sul piano tattico, a qualunque entità del sostegno offerto all’Ucraina senza ricorrere ad un impegno diretto della Nato, la guerra in corso non solo non sarà vinta sul piano militare, ma neanche su quello internazionale dal momento che si è formato un modello resistente e consapevole che tende a rendere sempre più marginale la narrazione europea, oltre che insostenibile, sul piano non solo economico, ma anche dei diritti umani. Non per nulla quel mondo di ieri noto come “Terzo Mondo”, accreditatosi all’inizio della Guerra Fredda già come alternativo ad un modello di confronto egemonico come Non-Allineamento a Bandung nel 1955, oggi di fatto rappresenta quel non-Western World che nei Brics+ trova la sua conferma come capacità economica e di condivisione di prospettiva, alternativa al modello egemonico occidentale.

In questo, anche il mandato di arresto di un Capo di Stato di una nazione ritenuta sovrana e indipendente ha ottenuto come risultato una caduta di credibilità dello stesso organo giurisdizionale mandante, considerate le accuse di doppio standard provenienti da quel mondo ulteriore che oggi chiede di fare la differenza, rimescolando i termini di potenza a proprio favore e non accettando lezioni di legalità da chi ha piegato il diritto internazionale a proprio uso e consumo. L’Occidente paga il prezzo di non aver permesso procedure di accertamento sui crimini di guerra commessi in Iraq, sulla condotta di guerre preventive sostenute da prove poi rivelatesi falsamente costruite o su embarghi che invece di piegare regimi hanno ridotto alla fame popolazioni intere o condannato a morte migliaia di bambini come l’aberrante caso del divieto di esportare latte in polvere in Iraq. O la condotta di operazioni in Afghanistan in nome di una idea di libertà solo di facciata, mentre si è poi lasciata mano libera più di prima a quei talebani amici e nemici all’occorrenza, in quel rapporto di amore e odio che lega da sempre le democrazie occidentali con il tiranno funzionale più compiacente.

L’idea che si possa configurare una nuova ripartizione del mondo in aggregati geopolitici in cui alberghi una sorta di neorealismo a base cooperativa ma espresso in termini competitivi, dimostra come e in che misura anche nel campo delle relazioni internazionali i rapporti di forza, e, quindi, le interpretazioni di ruoli e interessi diversi da quelli che hanno contrassegnato la comprensione della geopolitica di ieri marcatamente anglosassone, siano pronti per spostare il cuore del mondo verso Oriente. Il pericolo di una nuova possibile valuta che potrebbe essere annunciata all’interno dei Brics nella prossima conferenza di Città del Capo del 22 agosto, la volontà di ridefinire il gioco mondiale all’interno di una nuova competizione economica diretta a far perdere terreno al dollaro Usa a favore di una nuova Bretton Woods questa volta diretta nell’altrove asiatico, rappresentano solo i punti di arrivo di una onnipotenza statunitense non più sostenibile. O, almeno, non sostenibile così come possibile negli ultimi anni del Novecento.

Dio & Dollaro, non sembrano più assicurare una sorta di tenuta egemonica degli Stati Uniti. E ciò modifica e non di poco gli assetti e gli equilibri mondiali soprattutto se ciò sposta, come avvenuto, la Russia verso Oriente abbandonando quella prospettiva continentale che in un modo o nell’altro contribuiva a bilanciare i rapporti di forza. Il vero dramma del futuro prossimo è che la Nato e, quindi, l’Occidente più anglo-americano che europeo non è certo preparato ad affrontare un simile shock geopolitico il cui superamento non sarà, gioco-forza, semplice, ma richiederà nuove posture e molti passi indietro da parte di chi era convinto di aver già raggiunto il vertice del mondo.

La via del possibile negoziato sostenuto da una iniziativa del presidente del Sud Africa in visita a San Pietroburgo dopo aver incontrato Zelensky a Kiev, dimostra quanto e in che misura vi siano nuove sensibilità e capacità diplomatiche che si muovono al di fuori dello schema dei G-meno qualcuno. Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, insieme ai capi di Stato di Zambia, Comore e Senegal e ai capi di governo di Congo Brazzaville, Egitto e L'Uganda rappresenta quell’altrove in cerca di credibilità e di distinguo rispetto agli egoismi europei costruiti su certezze che non trovano alcun riscontro ormai nel resto del mondo.  Ecco allora, che tutto dipenderà da come e in che misura si riposizioneranno le priorità degli Stati Uniti e non certo quelle di un’Europa, ancora troppo Cenerentola nel presente dei grandi, di fronte alla insostenibilità di un conflitto per procura non più capace di dare i frutti sperati e, in particolare, di come e in che termini le democrazie occidentali riterranno di poter imporre prospettive politiche ed economiche non considerando quel mondo che sarà e che apre la strada a nuovi protagonisti.

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