Crisi da leadership? Dove nasce tutto*

Crisi da leadership? Dove nasce tutto.Le ultime vicende calabresi ci sembrano sorprendere nella loro manifestazione grottesca, se non farsesca proiettandoci all’interno di una sorta di commedia partenopea dove la teatralità sembra aver occupato ogni scenografia possibile. Tuttavia, a volte, e il buon principe De Curtis lo ha insegnato molto bene per le persone più attente, la teatralità stessa non è altro che un modo per esorcizzare quelle debolezze di fondo che caratterizzano l’uomo.
 
E, più in alto l’uomo sale nella scala del potere, maggiore è il ricorso alla scenografica rappresentazione di sé stesso, soprattutto quando la consapevolezza intima della propria inadeguatezza non riesce più a delimitare il confine di una presunzione di conoscenza e di capacità data solo dal grado o dall’incarico rivestito. Oggi molti colleghi nei carabinieri si chiederanno come sia possibile che certe persone, divise ancora oggi tra vicende note e meno note - dal caso Cucchi, al caso Consip, passando per il dramma di Piacenza o volendo retrocedere ad altri fatti in cui l’azione di comando, nella pianificazione e condotta, avrebbe qualcosa da farsi perdonare, e poi in Calabria nelle personali espressioni di un leader di qualche anno fa - abbiano fatto parte, facciano ancora e faranno parte delle Commissioni di avanzamento.
 
Ovvero, abbiano quella superiorità di conoscenza - e non mi avventuro ad esprimere giudizi morali se non etici e professionali - che li ha legittimati, li legittima e legittimerà i frutti di tale modello a decidere della vita non solo dei valutandi, ma della stessa Istituzione visto che da queste scelte è dipesa la leadership di ieri, di oggi come dipenderà quella di domani. Probabilmente sembra sia giunto il momento di riformare il processo di valutazione facendo sì che non solo si impediscano graduatorie precostituite, ma si attribuisca valore alla persona valutata sul campo evitando di dare quartiere alle simpatie maturate nel corso della vita professionale, subordinate a giudizi che, è la cronaca di questi mesi che parla, di obiettivo visti i risultati hanno ormai ben poco.
 
Sembra sia giunto il momento di abbattere quella proliferazione, soggettiva, di espressioni elogiative e di riconoscimenti che abbiamo visto e letto attribuiti ad alcuni ma negati ad altri, e di cui si stenta a trovare un obiettivo riscontro di capacità nell’impiego. Una prassi resa canone, cui si sommano distribuzioni di incarichi che non tengono conto delle propensioni e attitudini dell’Ufficiale, dei suoi stessi interessi da mettere a reddito dell’Istituzione. Ancora oggi sembra che si percorrano vie che non hanno quella obiettività di libero ma concreto giudizio che è rappresentata da una preliminare conoscenza garantita al valutando dei titoli e dei punteggi di cui è portatore, del valore degli incarichi ricoperti nella loro obiettiva importanza e non limitarsi a quelli predefiniti, attribuiti con ampia discrezionalità.
 
Ma anche se l’evidenza sembrerebbe richiedere chissà quale intervento, la strada da seguire resta ancora una volta quella più semplice. Non si tratta di inventare nulla. Sarebbe sufficiente pubblicare su un Decreto Ministeriale, o su un atto delegato, la composizione della Commissione, i punteggi attribuiti ai commissari e le modalità di assegnazione, le modalità di lavoro, i titoli presi in considerazione e i relativi punteggi, gli incarichi e i relativi punteggi, il rendimento in comando (con valutazione non solo dei risultati operativi, ma anche disciplinari dei comandi retti, quest’ultimo aspetto per valutare la capacità di gestione del personale) e già sarebbe un successo, come sarebbe auspicabile che i corsi di qualificazione nella cosiddetta Alta formazione (ISSMI, SFP, IASD) fossero messi a concorso per titoli ed esami e non gestiti per cooptazione. Questo sarebbe già un progresso.
 
Un percorso che non è una novità, perché già presentato e rappresentato in passato e discusso all’interno di una rappresentanza militare impantanatasi anch’essa nelle ragioni dell’endorsement istituzionale. Si tratterebbe di una piccola rivoluzione dei garofani che rimetterebbe la professionalità e il merito, oltre alla persona, al centro della particolarità di un nuovo modello militare democratico - quello dell’Arma, ma ciò sarebbe valido per tutte le Forze Armate - per il quale merito, motivazione e modestia, soprattutto quest’ultima, avrebbero un senso, un significato che si commenterebbe oggi, alla luce dei fatti, da solo. Valori, merito, motivazione e modestia, che probabilmente, già sin dalle Accademie e dalle Scuole successive dovrebbero impedire quella cultura della competizione fine a se stessa per capovolgerne i termini negativi di una corsa predefinita, facendo dell’approfondimento e non dell’esamificio, quel banco di prova necessario per i futuri comandanti o futuri leader.
 
 
* Le considerazioni qui espresse sono frutto di un libero e personale pensiero di chi scrive in conformità a quanto previsto e garantito dall’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. I riferimenti sono solo ai fatti. Ogni altra considerazione che può derivare dalla lettura è frutto della libera interpretazione del lettore.
 


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