"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

10 febbraio 1947 - 10 febbraio 2022

Uno Stato per il quale non eravamo tutti fratelli d’Italia
10 febbraio 1947 - 10 febbraio 2022Memorie, tra questa anche quella che va in scena oggi, rappresentano, affidandosi ad una legge che ne dispone il ricordo, un modo politicamente corretto di tenere in vita qualcosa che altrimenti passerebbe in secondo piano nel nostro quotidiano e per un motivo: perché, nonostante tutto, siamo estranei alla nostra stessa storia, salvo se utile per celebrare riti di parte o di partito.
 
Una storia che ci rende estranei per scelte di partito che hanno approfittato di esperienze tradizionalmente diverse o di distanze culturali, forse; oppure, meglio, di più chiari e meno scusabili interessi politici e geo-politici che dell’Italia ne hanno fatto un feticcio di nazione prim’ancora che di Stato. Una realtà minore nel novero dei presunti grandi, sacrificata alle condizioni presentate dalla scelta atlantica, o sottese al fascino di una possibile e risolutrice rivoluzione proletaria, ora del virtuoso neoliberismo da mercato globale. Ma qualunque fossero state, e qualunque lo siano ancora oggi, le ragioni sulla sorte di quella parte italiana di Istria e Dalmazia - che sia stato accontentare gli inglesi su Fiume, con Londra illusa di poter contare ancora qualcosa nel Mediterraneo piuttosto che considerare Tito distante da Mosca, pur non disdegnando quest’ultimo di affidarsi alle tutele strategiche del Patto di Varsavia - nulla muta dal punto di vista dei risultati ottenuti.
 
Dal trattato di Parigi del 1947 a quello di Osimo del 1975 si aprì e si chiuse, infatti, il cerchio di ciò che rappresentò la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata. Due momenti della storia che segnano rispettivamente una consapevolezza e un limite di quella che sarebbe stata l’esperienza repubblicana post-bellica, post-fascista e presuntivamente democratica. La consapevolezza che l’Italia non potesse essere altro che un luogo geografico e geostrategico e non una nazione che potesse vivere di sentimenti e di dignità. Il limite di una classe politica post-fascista - e di una burocrazia ad essa legata - riciclatasi nel nuovo corso dell’antifascismo democristiano di non essere in grado di governare i processi storici dal punto di vista negoziale, nelle diverse occasioni: dal trattato di pace di Parigi sino al trattato del 1975 con la Jugoslavia.
 
Una consapevolezza di subalternità e un limite di prospettiva il cui prezzo lo hanno pagato le popolazioni italiane giuliano-dalmate. D’altra parte, tra scelte filoatlantiche a guida statunitense e fantasmi comunisti alle porte negli anni a ridosso della Guerra Fredda, non sarebbe riuscito ad emergere nulla che avrebbe permesso al Paese di andare oltre la sua marginalità e la sua funzionalità a narrative altrui e ai partiti del tempo di avere un sussulto di dignità tale da non sacrificare ad un realismo di comodo un sentimento necessario, ma non manifestato se non rimosso, di fratellanza nazionale. Non aver avuto la capacità, se non la forza, di sostenere la questione dei territori giuliano-dalmati, abbandonando al loro destino le popolazioni italiane di quei luoghi con la definitiva resa contenuta nel trattato di Osimo del 1975, ebbe più il carattere di mettere un punto su una questione che avrebbe lasciato aperto un fronte di crisi che nessuno voleva gestire. E, tutto questo, all’interno di un quadro relazionale di un Occidente a stelle e strisce troppo preso da se stesso.
 
Un Occidente atlantico che sacrificava le ragioni e i destini di italiani costretti a privarsi delle loro storie, dei loro luoghi e costretti ad abbandonarli dopo aver subito la deprivazione di ogni formale simbolo identitario agli interessi di una tirannide nascente e ad un gioco di potenza svolto in casa d’altri: la nostra. Certo, l’Italia poteva anche essere considerata responsabile di molti drammi, anche di quelli che videro perseguitare i partigiani titini. Ma che dire, allora, dei serbi che furono antibosniaci sino agli anni Novanta del secolo scorso? - piuttosto che guardare l’ondivaga posizione di sloveni e croati tra partigiani e ustascia?
 
Negare o ridurre a un danno collaterale anche la verità sulle foibe - come tristemente sostenuto da presunti storici di un regime mancato - quanto sminuire le ragioni e la tragedia di un esodo indegno sostenendo una condanna di revisionismo per coloro che guardano senza livore politico la storia di una nazione fragile di per sé, oggi ha poco di dignitoso se non da censurare sul piano umano perché politicamente il Re è nudo oramai. Come fu ed è oggi nuda l’acredine, negli anni successivi all’affermazione della democrazia jugoslava, posta in essere verso profughi di chi li riteneva colpevoli di un collaborazionismo non voluto né richiesto con il regime che, a ben guardare, forse ben altri imputati avrebbero dovuto rispondere andando a cercare tra le file illustri dello stesso Pci del tempo, oltre che dei cosiddetti partiti democratici di centro. Il paradosso della contrattazione del trattato fu che man mano che si apriva qualche spiraglio dovuto al non dover correre il rischio che l’Italia si spostasse verso l’area comunista, la rettifica del trattato di Parigi sembrava essere possibile, ma solo nei termini di rideterminare le capacità militari italiane piuttosto che rendere giustizia alle popolazioni giuliano-dalmate. In questa corsa e rincorsa a chiudere rivendicazioni a vario titolo, di fronte all’ambiguità italiana, mancarono ai governi e al governo che chiuse i giochi nel 1975 capacità e lungimiranza di attendere.
 
Se Tito, sin dall’avvio della Conferenza di Parigi del 1946 era sicuro che quanto non avrebbe ottenuto allora lo avrebbe avuto, prima o poi, chiudere ad Osimo definitivamente nel 1975 ogni rivendicazione italiana sui territori giuliano-dalmati significò non aver voluto con coscienza e volontà attendere i tempi e la giustizia della storia. Probabilmente, se l’interesse della nazione fosse stato dominante, se si fosse atteso il giudizio dei tempi, una rinegoziazione su parte dei territori italiani giuliano-dalmati si sarebbe potuta mettere sul tavolo dei negoziati al termine della crisi balcanica che portò alla fine dell’era di Tito e alla dissoluzione della Jugoslavia.
 
Fu infatti ben diversa l’azione politica posta in essere dalla Germania dell’Ovest e di un Willy Brandt che fece del suo impegno la ragione di un’Ostpolitik capace di giungere, prima o poi, al miglior risultato possibile per i tedeschi: la riunificazione. Il 12 agosto 1970 Brandt, guidato da un Egon Bahr architetto dell’apertura ad Est, firmò con Breznev il trattato di Mosca. Nella lettera allegata al trattato «sull'unità dei Tedeschi» Brandt affermava che […] il trattato appena firmato non inficiava l'obiettivo della riunificazione del popolo tedesco in un'unica Germania […]. Una frase che non provocò alcuna rimostranza da parte di un Breznev accomodante verso il cancelliere occidentale. Probabilmente perché il leader sovietico credeva di poter essere lui l’artefice nel tempo di un simile risultato. Tuttavia, la storia, nella sua lenta capacità di rendere giustizia, diede ragione quasi trent’anni dopo al cancelliere tedesco. L’Italia, nella sua fretta di addomesticarsi a favore di ragioni di chi contava, e di servire il padrone di turno, ad Ovest come ad Est, chiuse invece ogni possibile partita con se stessa e con quei dimenticati, e oggi ricordati, fratelli italiani.

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